The state of shopping 2025: Millennials e Gen Z scelgono il Buy now Pay later

È quanto emerge da ‘The State of Shopping 2025’, l’analisi sviluppata da Scalapay sulla base dei dati forniti da Casaleggio Associati: il Buy now Pay later è fra le modalità di acquisto predilette da Millennials e GenZ.
È un dato che certifica il passaggio verso una nuova flessibilità finanziaria, dove lo shopper diventa sempre più selettivo e prudente, favorendo una vera e propria ‘riscrittura delle regole del retail’.

Se l’accelerazione digitale accresce l’accessibilità di esperienze e beni di consumo, le incertezze economiche ridimensionano le aspirazioni del consumatore. Tornano quindi a guadagnare appeal alternative low-cost e lusso second-hand, e la conferma dell’autenticità dei marchi oggi dev’essere garantita in caso di spesa mirata.

Privacy e autenticità sono i due pilastri dell’acquisto

Le statistiche tracciano una rotta chiara: nel 2024 il 65% dei consumatori ha privilegiato brand economici e il 57% ha cercato sconti online.
Privacy e autenticità ora rappresentano due pilastri dell’acquisto, indispensabili per far fronte alle truffe alimentate da AI e deepfake, una delle principali preoccupazioni per il 79% degli shopper.

Torna quindi l’esperienza d’acquisto in negozi fisici, dove scovare le occasioni di persona, ma guadagna terreno anche l’e-commerce.
I volumi di vendita maggiori sono rappresentati dai viaggi (22,8% della spesa totale) e dalla moda (18,3%), con una netta preferenza per mezzi finanziari che garantiscano il controllo immediato della spesa. Le carte prepagate (45%) prevalgono sulle carte di debito (36%), riducendo il ricorso alle carte di credito (19%).

In Lombardia, Campania e Lazio si concentrano i consumatori più dinamici

I consumatori più dinamici sono concentrati in particolare in tre regioni, Lombardia (15%), Campania (13%) e Lazio (11%), con i rispettivi capoluoghi alla guida delle attività di consumo.

“L’innovazione nei metodi di pagamento, la fiducia digitale e l’esperienza d’acquisto personalizzata sono oggi elementi chiave per conquistare i consumatori – ha dichiarato Simone Mancini, ceo di Scalapay -. Il nostro impegno è supportare retailer e consumatori con soluzioni che rendano lo shopping più accessibile e sicuro, rispondendo alle nuove abitudini di consumo”.

AI: lo strumento ideale per identificare i prodotti più in linea con il proprio profilo

Tre le linee di sviluppo previste per l’immediato futuro rientrano iper-personalizzazione, esperienze immersive e scelte sostenibili, guidate da investimenti in tecnologie anti-frode per costruire ecosistemi digitali sicuri, e scelte di ‘dupes’ e ‘resale’ come bilanciamento a un iperlusso sempre meno accessibile.

Ua ulteriore tendenza, riferisce Askanews, riguarda il riconoscimento dell’Intelligenza artificiale quale strumento ideale per identificare i prodotti più in linea col proprio profilo.

Giornata Internazionale della felicità: gli italiani nel 2025 sono felici?

Emerge dall’ultima edizione dell’Ipsos Happiness Index: in media il 71% delle persone nel mondo afferma di essere felice, mentre il 29% si dichiara infelice. 
Anche in Italia, sebbene in misura inferiore rispetto alla media internazionale, oltre la metà della popolazione (65%) si dichiara felice, contro il 35% che si considera infelice.

L’indagine, condotta da Ipsos in occasione della Giornata Internazionale della Felicità 2025, che si celebra il 20 marzo, monitora i livelli di felicità globale dal 2011, e dei 20 Paesi inclusi nel primo sondaggio (ora sono 30) 15 mostrano una diminuzione della felicità rispetto a 14 anni fa.
In particolare, rispetto al 2011, la felicità in Italia ha registrato un calo dell’8%, ma nell’ultimo anno si nota un aumento del 7%, passando dal 58% nel 2024 al 65% di quest’anno. 

Stiamo diventando più tristi?

Il panorama descritto da Ipsos Happiness Index presenta notevoli variazioni geografiche. I livelli più elevati di felicità si riscontrano in India, dove l’88% della popolazione si dichiara felice, e nei Paesi Bassi (86%).
All’estremo opposto, l’Ungheria e la Turchia registrano i tassi più bassi di felicità, con rispettivamente, ‘solo’ il 45% e il 49% di popolazione felice.

La Turchia ha subito il calo più drastico, con una riduzione del 40%, seguita da Corea del Sud (-21%), Canada (-18%) e Stati Uniti (-16%).
Inoltre, se le persone tra 60 e 70 anni sono le più propense a dichiararsi felici, con percentuali rispettivamente del 75% e 76%, la fascia d’età compresa tra 50 e 59 anni mostra i livelli più bassi di felicità.

Anche i ricchi piangono. Ma i poveri di più

I soldi fanno la felicità? Probabilmente no, ma la situazione finanziaria emerge come l’aspetto della vita che incide maggiormente sull’infelicità delle persone.
Indipendentemente dal livello di reddito, dalla generazione o dal Paese di provenienza, le persone concordano nell’identificare la propria condizione economica come la principale causa di infelicità (media internazionale 58%).

In Italia, questa percentuale è leggermente inferiore, ma comunque significativa: 52%.
Altri fattori che contribuiscono all’infelicità degli italiani, ma in misura minore, riguardano non sentirsi amati (27%), problemi di salute mentale (26%), situazione sociale/politica del Paese (24%), mancanza di senso nella propria vita (21%).

Famiglia, figli, amore e benessere mentale gli ingredienti per essere felici

Mentre la situazione finanziaria emerge come la principale fonte di infelicità in tutti i 30 Paesi, i fattori che generano felicità mostrano maggiore varietà e complessità. 
In generale, la famiglia, i figli e il sentirsi amati si rivelano le ragioni principali di felicità. Tuttavia, la percezione della felicità è significativamente influenzata da fattori come l’età, il reddito e il luogo di residenza.

Ad esempio, le generazioni più adulte tendono a indicare la famiglia come fonte primaria di felicità, mentre le generazioni più giovani attribuiscono maggiore importanza al sentirsi amati.
In Italia, il quadro delle fonti di felicità si delinea con famiglia e figli al primo posto (42%), poi, sentirsi amati (32%), benessere mentale (26%), amicizie (25%), situazione abitativa (25%).

Imprese, obbligo di assicurazione Cat Nat: cosa cambia dal 31 marzo

A partire dal 31 marzo, tutte le imprese con sede legale o un’organizzazione stabile in Italia devono obbligatoriamente sottoscrivere una polizza contro le calamità naturali, nota come Cat Nat. L’unica eccezione riguarda le aziende agricole, escluse dall’obbligo.

Questa assicurazione mira a coprire i danni diretti ai beni aziendali, compresi terreni, edifici, impianti e macchinari, in caso di eventi catastrofici come terremoti, alluvioni, frane e inondazioni.

Danni da miliardi di euro

L’introduzione di questa norma nasce dall’esigenza di tutelare il tessuto economico italiano, particolarmente vulnerabile agli eventi naturali estremi. Secondo un’indagine condotta da mUp Research per Facile.it, nel settembre 2024 oltre 278.000 micro e piccole imprese avevano subito danni causati da calamità naturali nell’anno precedente, con perdite economiche stimate in circa 3 miliardi di euro.

Le micro e piccole imprese costituiscono più del 90% delle oltre 4,5 milioni di aziende italiane, ma sono anche quelle meno assicurate contro tali eventi. I dati rivelano che solo il 6,2% di queste realtà ha già una copertura specifica per terremoti, alluvioni e frane, mentre un ulteriore 4% possiede una protezione parziale.

Quanto costa una polizza Cat Nat?

Per comprendere l’impatto economico di questa nuova regola, Facile.it ha effettuato alcune simulazioni per tre tipologie di attività—ristoranti, autofficine e hotel—situate in diverse città italiane.

Un ristorante con un immobile dal valore di 300.000 euro e attrezzature per 100.000 euro pagherà un premio annuo di 343,50 euro a Milano, 401 euro a Roma e 469 euro a Palermo. Per un’autofficina, con un edificio da 400.000 euro e attrezzature per 200.000 euro, il costo sarà di 359 euro a Milano, 434 euro a Roma e 551 euro a Palermo. Infine, un hotel con un immobile del valore di 1 milione di euro e attrezzature per 500.000 euro dovrà prevedere una spesa annua di 703,5 euro a Milano, 720,5 euro a Roma e 1.033,5 euro a Palermo.

Come si calcola il prezzo della copertura?

Il costo della copertura varia in base a diversi fattori, tra cui il rischio della zona in cui si trova l’attività, la vulnerabilità degli immobili, il tipo di costruzione e l’attività svolta dall’impresa. Secondo Andrea Ghizzoni, Managing Director assicurazioni di Facile.it, si tratta di importi contenuti rispetto ai benefici offerti in caso di danni da calamità.

Come sempre, prima di sottoscrivere una polizza è fondamentale verificare attentamente le coperture incluse ed escluse. La legge impone la protezione per eventi come sismi, alluvioni e frane, ma non include fenomeni atmosferici come grandine, trombe d’aria o bombe d’acqua, per cui occorre stipulare garanzie accessorie. Tra le esclusioni rientrano anche le mareggiate e gli edifici abusivi o non a norma.

Alcune compagnie offrono coperture opzionali per ampliare la protezione, tra cui la “business interruption”, che risarcisce le perdite di profitto in caso di interruzione dell’attività, e la tutela per le merci. Inoltre, alcune assicurazioni includono servizi di sgombero gestiti da imprese specializzate per facilitare la ripresa dell’attività dopo un sinistro.

Per concludere

L’obbligo di assicurazione Cat Nat rappresenta un grande cambiamento per le imprese italiane, ma anche un’importante opportunità per garantire la continuità delle attività in caso di eventi calamitosi. Valutare attentamente le coperture e le esclusioni sarà essenziale per scegliere la polizza più adatta alle proprie esigenze.

Come ridurre i costi dell’energia elettrica?

Il prezzo dell’energia elettrica in Italia continua a essere tra i più alti d’Europa. Secondo Confindustria Lombardia, il costo è superiore dell’82% rispetto alla Francia, del 78% rispetto alla Spagna e del 38% rispetto alla Germania.
Bollette da 250-300 euro a bimestre per una normale fornitura domestica sono ormai la norma, ma questa situazione non è più sostenibile. Come sottolinea Ugo Rocca, amministratore di Resit Srl, azienda specializzata in impianti a energia rinnovabile, una delle soluzioni più efficaci per arginare il problema è investire nel fotovoltaico.

 Il vero risparmio con l’energia solare

Nel 2024, il prezzo medio dell’energia elettrica in Italia era di 0,131 €/kWh, molto più alto rispetto ad altri Paesi europei. Tuttavia, il costo effettivo per famiglie e imprese è ancora maggiore, oscillando tra 0,30 e 0,50 €/kWh, con picchi di 1,00 €/kWh nel primo trimestre del 2025. In questo scenario, il fotovoltaico rappresenta una scelta strategica: il costo di produzione dell’energia solare è riconosciuto tra 0,065 e 0,1 €/kWh, con un risparmio significativo rispetto all’acquisto dalla rete.

Un impianto domestico da 6 kW può produrre tra 7.000 e 7.500 kWh l’anno, riducendo la bolletta di circa 2.000 euro annui. Questo significa che l’investimento viene ammortizzato in 3-4 anni, mentre l’impianto ha una durata fino a 30 anni. Ancora più vantaggiosi sono gli impianti per aziende e industrie, che possono sfruttare grandi superfici per installazioni su tetti o terreni.

Terreni non sfruttati: una risorsa per l’energia

In Italia ci sono circa 5 milioni di ettari di terreni classificati come agricoli ma che, di fatto, non vengono utilizzati per la coltivazione. Secondo l’Istat, destinare solo l’1% di questi spazi al fotovoltaico basterebbe per raggiungere gli obiettivi energetici fissati dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC).

Un numero crescente di aziende agricole sta già investendo nelle rinnovabili. Secondo il Rapporto sulle Agroenergie di Confagricoltura, tra le grandi aziende agricole con oltre 90 ettari, il 60-70% intende aumentare la propria capacità fotovoltaica. Inoltre, nei loro territori ci sono almeno 4.000 ettari inutilizzati che potrebbero ospitare impianti per una produzione stimata di 6,8 gigawatt.

Un futuro sostenibile e conveniente

L’energia solare rappresenta una soluzione concreta per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e abbassare i costi dell’elettricità in Italia. Le famiglie, le imprese e gli agricoltori possono trarne vantaggi immediati e a lungo termine, contribuendo a un futuro più sostenibile. Investire nel fotovoltaico non è solo una scelta ecologica, ma anche una strategia intelligente per affrontare il caro energia.

Quanto si sentono amati gli italiani nel 2025?

Come è noto, il 14 febbraio, San Valentino, in quasi tutto il mondo è il giorno degli innamorati. E secondo l’Ipsos Love Life Satisfaction 2025, condotto in occasione della ricorrenza, in 23 dei 30 Paesi considerati aumenta il numero di persone che dichiarano di sentirsi amate. Le quote più alte si registrano in America Latina, con Messico e Cile in testa, entrambi all’86%, seguiti dalla Colombia (85%.  

E l’Italia? In Italia si sentono amate il 73% delle persone. Un dato in linea con la media internazionale del 76%, e in aumento di 10 punti rispetto al 2024.
Il Giappone, invece, nonostante un aumento del 5%, rimane il Paese dove le persone si sentono meno amate. Solo il 55%  esprime questo sentimento. 

Chi è più ricco è anche più amato?

Le persone con un reddito più alto tendono sentirsi più amate e a essere più felici della loro vita romantica/sessuale. 
A livello internazionale, in media, l’83% delle persone con reddito elevato si dichiara soddisfatto della propria vita amorosa, contro il 76% di coloro con reddito medio e il 69% con reddito basso.

Questa tendenza si estende anche alla sfera più intima delle relazioni, con il 67% delle persone con reddito elevato che esprime soddisfazione per la propria vita sessuale, in contrasto con il 51% di coloro che hanno un reddito inferiore.

I Millennials sono i più soddisfatti 

In 21 dei 30 Paesi presi in esame, la percentuale di persone soddisfatte della propria vita sentimentale/sessuale  negli ultimi 12 mesi è diminuita.
In media, a livello internazionale, è il 59% a dichiararsi complessivamente soddisfatto. Ancora una volta, i Paesi latinoamericani guidano la classifica, con la Colombia al 74% e il Messico al 72%.

Al contrario, Giappone (39%) e Corea del Sud (47%) mostrano i livelli più bassi di soddisfazione, sebbene entrambi abbiano registrato un lieve aumento del 2%. L’Italia, con un incremento del 5% raggiunge il 57% di soddisfatti nella vita sessuale.
I Millennials risultano più soddisfatti della loro vita sentimentale e sessuale rispetto alle altre generazioni (63%). Un dato superiore al 58% di soddisfazione riscontrato nella GenZ e nella Generazione X, e al 55% dei Baby Boomers.

In Thailandia e Paesi Bassi il 92% delle coppie è felice 

A livello internazionale, una significativa maggioranza delle coppie, in media l’82%, dichiara di essere felice con il proprio partner, dipingendo un quadro ottimistico delle relazioni in tutto il mondo. 
In particolare, le quote di soddisfazione più alte si registrano in Thailandia e Paesi Bassi (entrambi al 92%), Colombia (89%) e Perù (88%).

Mentre tra i Paesi che mostrano livelli di soddisfazione più contenuti, l’India e la Corea del Sud, che si attestano entrambe al 67%. Il Giappone raggiunge il 73%.
Anche la maggior parte delle persone nel nostro Paese si dichiara felice della propria relazione. L’80% degli italiani in una relazione si dichiara soddisfatto del proprio partner o coniuge, segnando un incremento dell’8% rispetto all’anno precedente.

Solidarietà e beneficienza: l’evoluzione del dono nelle aziende e nella società

Negli ultimi anni, il concetto di dono ha subito profonde trasformazioni, coinvolgendo non solo i privati ma anche le imprese, sempre più orientate a sostenere progetti di responsabilità sociale. In questo scenario, la sostenibilità e le collaborazioni con le organizzazioni non profit rappresentano leve strategiche fondamentali per le aziende italiane. Nonostante alcune sfide ancora presenti, il rapporto tra settore profit e non profit appare destinato a consolidarsi, dando vita a modelli più strutturati e sinergici.

A confermare questa tendenza è l’ultima edizione dell’Osservatorio sulle Donazioni, un’indagine annuale condotta da Eumetra in collaborazione con WaldenLab. Lo studio analizza il comportamento di individui e aziende in materia di donazioni e solidarietà, fornendo un quadro dettagliato dell’evoluzione del settore.

La sostenibilità al centro delle strategie aziendali

Secondo i dati dell’Osservatorio, la sostenibilità sta diventando un valore sempre più prioritario per le imprese, sia di piccole che di grandi dimensioni. L’81% delle aziende considera questo tema cruciale, con un 36% che lo reputa estremamente rilevante. Tale consapevolezza si traduce in una maggiore integrazione di pratiche sostenibili nella gestione aziendale e in una partecipazione attiva dei dipendenti.

Le iniziative promosse si concentrano sia su aspetti sociali, come il miglioramento del benessere lavorativo e il supporto alla comunità, sia su quelli ambientali, attraverso un’ottimizzazione dei processi produttivi e un impegno nella riduzione dell’impatto ecologico.
Le collaborazioni con le ONP non sono più considerate azioni isolate, ma si inseriscono sempre più all’interno di strategie aziendali di lungo periodo.

Collaborazioni tra imprese e organizzazioni non profit

Le partnership tra il mondo imprenditoriale e le organizzazioni non profit rappresentano ormai una realtà consolidata. La maggior parte delle aziende coinvolte in queste iniziative porta avanti collaborazioni attive da oltre cinque anni, con una media di due progetti in corso.

L’attenzione si concentra in prevalenza su attività locali e territoriali, rispecchiando il forte legame delle imprese, in particolare le PMI, con il proprio contesto di riferimento. I settori più sostenuti comprendono la ricerca medico-scientifica, la lotta al disagio sociale e la tutela dell’ambiente, seguiti dalla promozione culturale e dalla valorizzazione del patrimonio artistico.

Le motivazioni dietro la scelta delle ONP

Quando le aziende decidono di sostenere un’organizzazione non profit, la scelta è guidata da diversi fattori. Il primo criterio è la coerenza con la missione aziendale, indicata dal 73% delle imprese. Seguono la reputazione dell’ONP e il legame con il territorio, elementi che confermano l’importanza di un approccio autentico e radicato.

L’impatto delle partnership è generalmente positivo: le aziende segnalano un miglioramento delle relazioni con la comunità, un clima aziendale più coeso e un rafforzamento della propria immagine pubblica. Tuttavia, i benefici diretti sulle performance economiche e sulla competitività appaiono più contenuti.

Il 95% delle aziende è soddisfatta della partnership 

La soddisfazione per queste iniziative è molto alta: il 95% delle aziende si dichiara soddisfatto e il 92% intende ampliare le proprie collaborazioni in settori chiave come ricerca, ambiente e cultura.

Tuttavia, persistono alcune criticità. Uno dei principali ostacoli riguarda la difficoltà nel misurare concretamente l’impatto delle iniziative, in quanto molte aziende non dispongono di strumenti adeguati per valutarne gli effetti. Inoltre, la comunicazione di queste attività tende a essere maggiormente focalizzata sul pubblico interno piuttosto che su quello esterno, limitando la visibilità delle azioni intraprese.

Migliorare questi aspetti potrebbe rendere le collaborazioni ancora più strategiche e incisive, contribuendo a rafforzare il legame tra imprese, comunità e organizzazioni non profit.

Lavoro: in Italia soddisfatti solo il 43% dei dipendenti

È uno dei dati emersi dalla prima edizione del rapporto European Workforce Study 2025, condotto da Great Place to Work: i dipendenti italiani sono i più insoddisfatti d’Europa. Solo il 43%, considera la propria organizzazione un ottimo luogo di lavoro. Un dato che pone il nostro Paese all’ultimo posto dietro a Cipro (53%), Polonia (47%) e Grecia (44%).

Lo studio, elaborato ascoltando pareri e opinioni di quasi 25mila dipendenti in 19 Paesi del Vecchio Continente, conferma per l’Italia la maglia nera a livello europeo per il livello di soddisfazione dei collaboratori. Al contrario, i collaboratori europei più soddisfatti sono danesi (75%), norvegesi (73%) e svedesi (68%), con un indice medio di soddisfazione lavorativa pari al 59%.

Poco apprezzati dal management

Tra i settori in cui i livelli di soddisfazione sono più alti, si distinguono tecnologia (65%), finanza (63%) e servizi professionali (62%).
In generale, però, gran parte della forza lavoro europea non si sente valorizzata dallo scarso apprezzamento mostrato dal management aziendale. Solo il 48% dei manager prende in considerazione con reale interesse suggerimenti e idee sviluppate dai dipendenti.

E poiché la soddisfazione della forza lavoro ha un impatto diretto sulla produttività, dipendenti insoddisfatti o poco coinvolti possono costare ingenti perdite rispetto ai competitor in grado di soddisfare le esigenze dei collaboratori.

La qualità della leadership è più alta nei Paesi del Nord

Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia, Finlandia, Svezia e Svizzera rappresentano i benchmark di riferimento a livello europeo in termini di cultura aziendale. In fondo al ranking, con un differenziale medio di 15 punti percentuali, Italia, Grecia, Polonia, Francia e Portogallo.

La qualità della leadership influisce sui risultati aziendali, e un modello virtuoso è riconosciuto soprattutto dai lavoratori in Danimarca (64%), Paesi Bassi (63%), Norvegia e Svezia (62%).
Fanno da contraltare quelli di Francia (49%), Polonia (48%), Grecia, Lussemburgo (47%) e Italia (44%), dove meno di un collaboratore su due si fida dei responsabili (media europea 55%).

Perché non concedere autonomia ai collaboratori?

Quando i leader sviluppano la capacità di essere vicini ai collaboratori, sfruttano l’empatia, la curiosità e l’autenticità, integrandole nel set di competenze manageriali, le organizzazioni ottengono risultati migliori anche da parte dei clienti.
Si tratta della leadership di prossimità, riporta AGI. Ma in Europa meno di un leader su due (42%) è disposto a concedere autonomia ai collaboratori.

Solo i leader nei settori dei servizi professionali e immobiliare sono in sintonia con i propri dipendenti, con Danimarca, Svezia (61%), Paesi Bassi e Svizzera (60%) i Paesi top per quanto riguarda le competenze di prossimità dei manager (Italia, 42%).
Anche per sicurezza psicologica, Norvegia (65%), Danimarca (64%) e Paesi Bassi (62%) offrono gli ambienti di lavoro migliori. Le peggiori realtà si trovano in Grecia (43%), Lussemburgo (41%), Polonia (39%) e Italia (38%).

Bollette: in arrivo ulteriori rincari del 14%

Nel 2025 l’aumento che le famiglie dovranno affrontare sulle bollette di energia elettrica e gas sarà di 350 euro. La stima arriva da Facile.it. Il comparatore ha analizzato le previsioni sull’andamento del prezzo delle materie prime considerando i consumi di una famiglia tipo e ha scoperto che la bolletta 2025 potrebbe arrivare a superare 2.930 euro. Quasi il 14% in più (13,6%) rispetto a quella, già salata, del 2024 (2.583 euro).

L’analisi è stata realizzata prendendo in considerazione l’andamento degli indici PSV e PUN da gennaio a dicembre 2024 e le previsioni elaborate dall’European Energy Exchange (EEX) da gennaio a dicembre 2025, a parità di consumi e altre condizioni economiche che gravano in bolletta.

I rincari in dettaglio

Secondo le previsioni di Facile.it, il PUN, l’indicatore del prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica, aumenterà del 30%, passando dal valore medio di 0,11 euro/kWh del 2024 a 0,14 euro/kWh del 2025, mentre il PSV, il punto di riferimento per determinare il prezzo del gas naturale all’ingrosso in Italia, salirà del 37%, passando da una media di 0,39 euro/smc del 2024 a 0,53 euro/smc del 2025.

Sulla base di questi dati, il rincaro più corposo si avrà sulla bolletta del gas. Per una famiglia tipo la spesa annuale nel 2025 passerà da 1.793 a 2.044 euro, con un aumento di 251 euro. Per quanto riguarda la bolletta dell’energia elettrica, l’incremento sarà di 99 euro, con una spesa annuale che passerà da 790 euro a 889 euro.

Il prezzo delle materie continua a crescere

“L’aumento del costo delle materie prime è una brutta notizia per le famiglie che hanno una tariffa a prezzo indicizzato, che vedranno crescere gli importi delle bollette. Soprattutto perché le previsioni dicono che per i prossimi 12 mesi il prezzo delle materie prime rimarrà su livelli nettamente più alti rispetto al 2024 – spiegano gli esperti di Facile.it. -. Per verificare se l’offerta sottoscritta è conveniente, o se sul mercato ce ne siano di migliori, è necessario capire quanto si sta pagando l’attuale fornitura. Questa informazione è contenuta nella ‘bolletta di dettaglio’, il documento che raccoglie tutte le caratteristiche dell’offerta e che si ha diritto di ricevere dal proprio fornitore”.

Imparare a confrontare le diverse forniture


La voce ‘spesa per la materia energia’ è composta da due elementi: una quota fissa (l’importo che si pagherà ogni mese indipendentemente dai consumi), e una quota legata ai consumi, il cui peso dipenderà dalla quantità di energia elettrica o gas utilizzati.

Questi sono i principali valori da considerare per confrontare la fornitura con altre proposte, ricordandosi di chiedere, in fase di offerta, il costo della quota fissa e quello legato ai consumi.
Per l’energia elettrica è anche importante valutare le fasce di consumo: se preferire una tariffa monoraria o bioraria.

Saldi: quanto spenderanno gli italiani?

Dopo l’avvio anticipato in Val d’Aosta il 4 gennaio sono partiti i saldi lungo tutta la Penisola, e sei italiani su dieci sono pronti agli acquisti.
In base all’indagine di Confcommercio Imprese per l’Italia, in collaborazione con Format Research, il 49% degli acquirenti approfitterà dei saldi per comprare un prodotto desiderato da tempo, con una maggiore propensione tra i giovani. Aumenta poi la percentuale di chi quest’anno prevede di spendere di più, dal 20,2% del 2024 al 22,1%.

Ma secondo alcune associazioni, non si assisterà a un’impennata di acquisti: “I portafogli degli italiani sono già vuoti dopo le feste di fine anno, e gran parte degli acquisti sono già stati anticipati alla settimana del Black Friday”, commenta Carlo Rienzi, presidente Codacons.
In ogni caso, per il 78,2% delle imprese i saldi invernali incideranno fino al 20% sulle vendite annuali complessive.

Budget medio tra 200 e 300 euro

Quanto al budget, se per Confcommercio la spesa media sarà di 307 euro a famiglia, e 138 a persona, per un giro d’affari totale di 4,9 miliardi di euro, per Codacons sarà molto più contenuto (meno di 4 miliardi), e per Federconsumatori ogni famiglia italiana spenderà in media 174,80 euro (+3% vs gennaio 2024). Solo alcune spenderanno fino a 320 euro, o solo il necessario (il 53%, secondo Confcommercio).

Per Confesercenti, invece, la spesa media sarà di 218 euro, con una media più alta nel Centro Italia (quasi 263 euro) e tra gli over34 (quasi 239 euro).
A farla da padrone sarà comunque l’abbigliamento, che per Confcommercio rimane la categoria più popolare (93,9%), seguita da calzature (76,0%) e biancheria intima (40,7%).

Quest’anno sconti più contenuti

In generale, secondo Confcommercio, il 64% dei negozi offrirà sconti fino al 30% sui prodotti in vendita. Per abbigliamento e calzature lo sconto sarà del 17,6% (-1,7%). Il solo abbigliamento registra un abbassamento medio dei prezzi del 18%, -0,6% su quelli della scorsa estate e -1,4% sui saldi invernali 2024.

Il calo minore del prezzo spetta sempre agli accessori, con una diminuzione dei listini del 5,7% (-2,7%), mentre le calzature registreranno un ribasso del 16,3%, unica voce a segnare un rialzo degli sconti rispetto a quelli della scorsa estate, anche se di appena 0,1%.

L’impatto del cambiamento climatico

Cala la percentuale di consumatori che utilizzerà i social network per cercare articoli in saldo (31,4% vs 37%), e circa il 68% acquisterà sia nei negozi fisici sia online.

Inoltre, il 55% dei consumatori ha modificato le abitudini di acquisto per via del cambiamento climatico, riporta AGI. Un dato confermato dal 77,6% delle imprese, che segnalano un ritardo nell’inizio della domanda di abbigliamento invernale. Infatti, il 53% comprerà durante i saldi solo ciò di cui ha effettivamente bisogno, mentre per il 19% la priorità è la qualità indipendentemente dalla percentuale di sconto.

Pranzo di Natale: nel 2024 costa oltre 3 miliardi e mezzo di euro 

È quanto rivelano le previsioni di spesa stimate dall’indagine commissionata da Facile.it a EMG Different: agli italiani il pranzo di Natale nel 2024 costerà complessivamente oltre 3 miliardi e mezzo di euro.
Il 25% degli italiani spenderà più di quanto non abbia fatto lo scorso anno, ma alcuni pagheranno attraverso forme di prestito o finanziamenti.

Si sa, le festività natalizie sono un momento per stare in famiglia, per condividere ricordi ed emozioni, e quest’anno in Italia per il pranzo del 25 dicembre o la cena della Vigilia si spenderanno in media 83 euro a testa.

Gli over 65 spendono di più: 149 euro

Scorrendo i risultati dell’analisi, realizzata su un campione rappresentativo della popolazione nazionale adulta, emerge che sono gli over 65 a mettere a budget un importo maggiore, ovvero, ben 149 euro, probabilmente perché ospiteranno a pranzo o a cena figli e nipoti.
Si notano poi alcune differenze anche a livello geografico. Secondo l’indagine di Facile.it, coloro che prevedono di spendere di più per festeggiare a tavola il Natale sono i residenti del Sud e delle Isole, i quali pagheranno, mediamente, 115 euro. Un budget quasi doppio rispetto a quello di chi abita nel Nord Est (61 euro) e nel Nord Ovest (68 euro). E l’importo è decisamente più basso anche nel Centro Italia: mediamente, 71 euro a testa.

Il 53% quest’anno preferisce tagliare le spese per la tavola

Ma la spesa destinata a pranzi e cene è inferiore o maggiore rispetto al 2023?
Il 25% degli intervistati ha ammesso che metterà a budget un importo maggiore, un dato che sale al 32% tra gli appartenenti alla fascia di età tra 18 e 34 anni, e addirittura al 43% nel Centro Italia.
Ma c’è anche il rovescio della medaglia, rappresentato dalle oltre 2 milioni di persone che spenderanno meno del 2023.

Per il  53% di loro, ovvero, quasi 1,1 milioni di individui, il motivo è perché sono aumentate altre voci di costo nella vita quotidiana, e quindi si preferisce ‘tagliare’ la tavola di Natale.

E un 1% chiede un prestito

Ma pur di non rinunciare a un momento di condivisione e di convivialità così importante nella tradizione italiana, l’1% degli intervistati all’indagine di Facile.it ha ammesso che ricorrerà a un prestito personale per pagare il pranzo o la cena di Natale.
L’indagine è stata condotta su un campione di 1.000 intervistati di età adulta, tra 18 a 74 anni, rappresentativo della popolazione italiana per sesso, età, regione, e classe d’ampiezza demografica dei comuni.

Per quanto riguarda il metodo di raccolta delle informazioni, si tratta di una Rilevazione CAW, effettuata nel periodo tra il 14e il 20 novembre 2024.