Poltrone elettriche per anziani: tecnologia, massaggi e optional a confronto

Le poltrone relax elettriche per anziani non sono più un semplice ausilio alla postura: sono diventate un concentrato di tecnologie orientate al comfort, alla sicurezza e alla terapia domiciliare. Analizzare queste sedute richiede rigore: non bastano claim pubblicitari e liste di funzioni, occorre valutare l’efficacia delle soluzioni meccaniche ed elettroniche, la qualità dei programmi di massaggio e la reale utilità degli optional offerti.

Tecnologia di base: motori, meccanismi e controllo

I componenti primari determinano la durata e le prestazioni di una poltrona elettrica. I motori lineari e a vite sono i più diffusi: i primi garantiscono movimenti più fluidi e silenziosi, i secondi offrono maggiore portata e resistenza meccanica. La scelta del motore incide direttamente su rumorosità, consumo energetico e necessità di manutenzione.

Controlli e interfacce

I controlli possono variare da semplici telecomandi cablati fino a pannelli touchscreen integrati o app per smartphone. Un’interfaccia intuitiva è cruciale per utenti anziani con limitata destrezza manuale: pulsanti grandi, contrasti elevati e feedback tattile riducono l’errore d’uso. Le implementazioni wireless aggiungono comodità, ma richiedono attenzione alla sicurezza dei protocolli e alla gestione della batteria.

Sensori di sicurezza e certificazioni

Le poltrone devono includere sensori anti-schiacciamento, blocchi in caso di ostacoli e limitatori di corsa per evitare movimenti pericolosi. Certificazioni elettriche e marcature di conformità devono essere documentate: l’assenza di questi requisiti è un segnale d’allarme che indica risparmi sulla sicurezza. Dal punto di vista critico, molti produttori enfatizzano l’estetica dimenticando la robustezza dei sistemi di interruzione di emergenza.

Funzioni di massaggio: tecnologie e efficacia terapeutica

Il massaggio rappresenta il valore aggiunto più ricercato nelle poltrone per anziani. Le tecniche disponibili vanno dai rulli meccanici agli airbag compressivi, fino a combinazioni sofisticate che mimano lo shiatsu. È necessario distinguere tra marketing e realtà: non tutti i massaggi elencati sono clinicamente efficaci quando applicati in una poltrona.

Rulli, airbag e riscaldamento

I rulli offrono azione locale sui muscoli della schiena, con possibili programmi per intensità e velocità. Gli airbag comprimono e decomprimono aree come polpacci, glutei e braccia, migliorando la circolazione periferica. Il riscaldamento integrato aumenta la vasodilatazione e può amplificare il beneficio analgesico, ma richiede controlli termici efficaci per evitare surriscaldamenti su pelli delicate.

Programmazione e personalizzazione

La qualità di un programma di massaggio si misura sulla personalizzazione: lunghezza del percorso dei rulli, punti di riferimento anatomici memorizzabili e intensità regolabile con ampia escursione. Alcuni modelli offrono mappe corporee automatiche per adattarsi a diverse altezze, ma la calibrazione automatica non sostituisce mai la verifica manuale da parte dell’utente o di un caregiver.

Optional disponibili: utile, superfluo o specchietto per le allodole?

Il mercato è pieno di optional che possono essere utili o semplicemente estetici. Tra gli accessori frequentemente proposti troviamo batteria di emergenza, ruote per spostamento, supporti per tablet, porta bicchiere, sistemi di sollevamento assistito per alzata, connettività Bluetooth e integrazione con servizi di telemedicina.

Valutazione critica degli optional

La batteria di emergenza è essenziale in zone con blackout frequenti; la ruota facilita la movimentazione domestica, a patto che il telaio sia sufficientemente robusto. La connettività deve essere valutata dal punto di vista della privacy e dell’affidabilità: integrare la poltrona nei sistemi smart può essere utile per monitoraggio remoto, ma introduce vulnerabilità digitali se i produttori non aggiornano regolarmente il firmware.

Materiali, rivestimenti e manutenzione

I rivestimenti in pelle sintetica sono facili da pulire ma meno traspiranti, mentre i tessuti tecnici offrono migliore ventilazione e comfort termico. La manutenzione preventiva dei meccanismi di scorrimento e dei motori prolunga la vita del prodotto; tuttavia le istruzioni spesso non sono sufficientemente dettagliate e il servizio post-vendita può essere il tallone d’Achille per molti marchi.

Acquistare una poltrona elettrica per anziani richiede quindi un approccio critico: valutare la qualità dei motori e dei sistemi di sicurezza, verificare l’efficacia reale dei programmi di massaggio e selezionare optional che rispondano a bisogni concreti. L’ideale è testare la poltrona in ambiente reale, consultare professionisti sanitari per indicazioni terapeutiche e privilegiare produttori che garantiscano assistenza e aggiornamenti. Solo così la poltrona potrà essere un supporto valido alla qualità della vita e non un acquisto guidato esclusivamente da promesse di marketing.

Ripresa e resilienza: come l’economia italiana sta cambiando dopo la pandemia

La ripresa economica italiana dopo la pandemia non è stata lineare: tra segnali di crescita, bolle settoriali e divari territoriali, il Paese si trova a un bivio che determinerà la sua competitività nei prossimi anni. Questo articolo analizza i principali driver della ripresa, presenta dati recenti, valuta esempi concreti di settori in trasformazione e suggerisce scenari plausibili per il futuro dell’economia italiana.

Contesto: tra numeri e fragilità strutturali

Dopo il crollo del PIL nel 2020, l’Italia ha registrato una ripresa sostenuta nel biennio successivo, sostenuta da consumi interni, investimenti pubblici legati ai fondi europei e una rinnovata spinta all’export in alcuni comparti. Tuttavia, il quadro macroeconomico resta segnato da problemi cronici: crescita potenziale stagnante, elevato debito pubblico (oltre il 140% del PIL), produttività bassa rispetto alla media UE e forti diseguaglianze territoriali tra Nord e Sud.

Analisi con dati ed esempi

I dati più recenti evidenziano alcune tendenze chiave. Il PIL è tornato a livelli pre-pandemia, ma la crescita annua è moderata (intorno all’1–2%). L’inflazione, dopo il picco post-pandemico, si è stabilizzata ma pesa ancora sui consumi reali delle famiglie. Gli investimenti fissi lordi sono aumentati grazie ai programmi di investimento pubblici e agli incentivi per la transizione verde e digitale; tuttavia la spesa per ricerca e sviluppo rimane sotto la media UE (circa il 2% del PIL rispetto al 2,7% dell’Unione).

Settori come la manifattura di alta gamma (meccanica, moda di lusso, agroalimentare specializzato) hanno mostrato resilienza, trainando le esportazioni verso mercati esteri. Un esempio concreto è il comparto della meccanica strumentale, che continua a registrare ordini internazionali grazie alla qualità tecnologica delle PMI italiane. D’altro lato, il turismo, pur beneficiando del ritorno dei flussi internazionali, affronta costi operativi più alti e una stagionalità che limita la stabilità dei ricavi per molte destinazioni minori.

Le startup e l’ecosistema digitale italiano stanno crescendo: l’Italia ha registrato un aumento delle operazioni di venture capital e un maggior numero di scale-up tecnologiche, sebbene il livello di investimenti per abitante resti inferiore rispetto ai principali hub europei. La digitalizzazione delle imprese appare ancora disomogenea: le grandi aziende adottano tecnologia avanzata, mentre molte PMI faticano a compiere la trasformazione digitale completa per mancanza di competenze e capitali.

Politiche e interventi in atto

I fondi europei, in particolare il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), rappresentano una leva cruciale per modernizzare infrastrutture, energia e digitale. I progetti finanziati mirano a ridurre il gap infrastrutturale e a sostenere la transizione energetica. Le misure fiscali e gli incentivi per l’efficienza energetica e l’innovazione rappresentano opportunità per accelerare investimenti privati, ma richiedono una governance efficiente per evitare ritardi e dispersione delle risorse.

Implicazioni future

Nel medio termine l’economia italiana potrebbe consolidare una crescita moderata se saprà trasformare gli investimenti in produttività reale. Tre elementi saranno decisivi: 1) capacità di attrarre e impiegare capitale privato per completare la transizione tecnologica; 2) riforme strutturali che migliorino la competitività, semplificando la burocrazia e rafforzando il mercato del lavoro; 3) politiche mirate per colmare il divario territoriale e valorizzare il capitale umano, soprattutto nelle regioni meridionali.

Un possibile scenario favorevole vede l’Italia sfruttare la sua eccellenza in settori di nicchia per espandersi nei mercati globali ad alto valore aggiunto, mentre le politiche di digitalizzazione e formazione riducono il gap produttivo. In uno scenario avverso, ritardi nell’attuazione dei progetti, inefficienze amministrative e rallentamento degli investimenti esteri potrebbero frenare la ripresa, consolidando fragilità strutturali e aumentando il rischio di stagnazione.

Conclusione

L’economia italiana è in una fase di trasformazione che combina opportunità e rischi. La disponibilità di risorse pubbliche e private rappresenta una chance storica per rendere il modello produttivo più moderno, sostenibile e inclusivo. Tuttavia il successo dipenderà dalla capacità di convertire piani e incentivi in cambiamenti strutturali reali: governance efficiente, investimenti in capitale umano e una politica industriale chiara saranno gli elementi che determineranno se l’Italia saprà davvero trasformare la ripresa in crescita duratura.

Intelligenza artificiale in Italia: opportunità concrete e i gap che frenano l’adozione

L’intelligenza artificiale sta ridefinendo interi settori economici in tutto il mondo, ma la corsa all’adozione in Italia presenta luci e ombre. Mentre alcune realtà imprenditoriali e istituzioni mostrano progetti pilota avanzati e investimenti mirati, molte piccole e medie imprese (PMI) e segmenti del pubblico restano indietro per limiti di competenze, dati e infrastrutture. In questo articolo analizziamo lo stato dell’arte, fornendo numeri, esempi concreti e scenari per il futuro del nostro Paese.

Contesto: negli ultimi anni la diffusione delle tecnologie di machine learning e dei modelli generativi ha accelerato la trasformazione digitale globale. In Italia, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e iniziative regionali hanno destinato risorse alla digitalizzazione, ma la penetrazione dell’IA nelle imprese rimane eterogenea. Secondo studi e osservatori di settore, la quota di imprese che dichiarano di utilizzare soluzioni basate su IA varia significativamente per dimensione e comparto: le grandi aziende e certi comparti come finanziario e telecomunicazioni guidano l’adozione, mentre agricoltura, manifattura tradizionale e molte PMI sono ancora in fase esplorativa.

Analisi con dati ed esempi: i numeri dipingono un quadro sfaccettato. Stime aggregative collocano la penetrazione effettiva dell’IA nelle imprese italiane in una forchetta approssimativa tra il 20% e il 40%, a seconda delle metodologie di rilevazione e della definizione di «uso dell’IA». Nel settore bancario e assicurativo, per esempio, gli strumenti di credit scoring avanzato e le piattaforme di customer care basate su chatbot hanno ormai una diffusione consolidata: ciò si traduce in efficienza operativa e riduzione dei tempi di risposta. Nell’ambito sanitario emergono progetti di intelligenza artificiale per l’analisi di immagini diagnostiche e il monitoraggio predittivo dei pazienti, con casi pilota in ospedali universitari e hub tecnologici.

Tuttavia, molte PMI faticano a passare dalla sperimentazione all’implementazione a scala: le barriere principali segnalate dagli imprenditori sono la carenza di competenze digitali interne, la mancanza di dati strutturati e la scarsa disponibilità di capitali per progetti di trasformazione. Anche la complessità normativa e i timori legati alla protezione dei dati personali rallentano iniziative che richiedono condivisione e aggregazione di informazioni. Sul fronte pubblico, amministrazioni locali e centrali sperimentano soluzioni per migliorare i servizi ai cittadini (dall’automazione dei processi amministrativi all’analisi predittiva per la gestione urbana), ma la scalabilità resta un problema per la frammentazione delle infrastrutture IT.

Esempi virtuosi aiutano a capire la traiettoria possibile: incubatori e centri di ricerca attivati da università italiane collaborano con imprese per trasferire competenze e prototipi. Inoltre, alcune iniziative di formazione continua e corsi tecnici mirati stanno ampliando la base di professionisti in grado di progettare e gestire sistemi IA. La nascita di ecosistemi locali—dove start-up, grandi imprese e istituzioni pubbliche cooperano—mostra che l’approccio collaborativo è spesso la chiave per superare i vincoli di scala e costo.

Implicazioni future: l’Italia si trova a un bivio. Se saprà accelerare l’adozione diffondendo competenze, migliorando l’accesso ai dati e incentivando investimenti mirati, potrà beneficiarne in termini di produttività, qualità dei servizi e competitività internazionale. In assenza di interventi coerenti, però, il rischio è quello di un divario che penalizzi soprattutto le PMI e le aree meno digitalizzate, con ricadute su occupazione e crescita.

Le priorità operative sono chiare: sviluppare programmi formativi su larga scala per riqualificare la forza lavoro, promuovere piattaforme di condivisione dati che rispettino la privacy e la governance nazionale, incentivare progetti pilota replicabili e facilitare l’accesso al capitale per iniziative early-stage. A livello regolatorio, una cornice che garantisca sicurezza, responsabilità e trasparenza senza soffocare l’innovazione sarà cruciale. Infine, il ruolo delle istituzioni locali nel sostenere ecosistemi territoriali può accelerare il decollo dell’IA anche fuori dai tradizionali poli tecnologici.

In sintesi, l’intelligenza artificiale rappresenta per l’Italia un’opportunità strategica, ma la sua trasformazione in valore economico e sociale dipenderà dalla capacità del Paese di colmare lacune infrastrutturali e formative, incentivare collaborazioni pubblico-private e costruire governance dei dati che favorisca fiducia e innovazione. Il tempo per agire è limitato: chi saprà muoversi con decisione potrà trarre vantaggio competitivo in un mondo sempre più guidato dall’IA.

Economia italiana tra ripresa lenta e sfide strutturali: le leve per accelerare la crescita

L’economia italiana si trova nel crocevia tra segnali di ripresa e criticità strutturali che ne frenano il potenziale. Dopo la fase di shock post-pandemia e l’impennata dei prezzi energetici, il Paese sta cercando un nuovo equilibrio: crescita modesta, alta pressione fiscale e un debito pubblico tra i più elevati d’Europa. Questo articolo analizza lo stato attuale dell’economia italiana, i dati più rilevanti, esempi concreti dal tessuto produttivo e quali leve potrebbero rilanciare la crescita nei prossimi anni.

Introduzione: contesto economico attuale
Il 2023 e l’inizio del 2024 hanno mostrato una ripresa graduale per l’Italia, con il PIL che ha registrato aumenti contenuti ma stabili in diversi trimestri. Le dinamiche sono state influenzate da fattori globali — come il rallentamento della domanda nei principali partner commerciali — e domestici: un debito pubblico che resta elevato, costi energetici più contenuti rispetto al picco del 2022 ma ancora significativi, e una struttura produttiva fortemente basata sulle PMI. Sul fronte dell’occupazione si osserva una discreta creazione di posti di lavoro, ma permangono forti diseguaglianze territoriali e un tasso di occupazione giovanile tra i più bassi in Europa.

Analisi con dati ed esempi
Crescita e produzione: le industrie manifatturiere italiane hanno mostrato resilienza, in particolare nei settori automotive, lusso e macchinari. Aziende di eccellenza hanno continuato a esportare e a investire in innovazione, sostenendo il saldo commerciale. Tuttavia, il contributo delle piccole imprese rimane limitato dalla scarsa capacità di internazionalizzazione e da difficoltà di accesso al credito. Secondo stime recenti, la crescita del PIL è rimasta contenuta intorno a valori inferiori al 1% annuo, con significative differenze regionali.

Inflazione e potere d’acquisto: dopo il picco inflattivo degli anni precedenti, l’inflazione si è progressivamente ridotta, ma il recupero del potere d’acquisto è lento. I prezzi dell’energia, seppur più stabili, continuano a incidere sui costi delle imprese energivore e sulle bollette domestiche, comprimendo i margini e i consumi interni.

Debito pubblico e finanza: il debito pubblico resta una zavorra importante: ad oggi si attesta in misura superiore a cento punti percentuali sul PIL, una situazione che limita lo spazio fiscale del governo. I mercati e le agenzie di rating monitorano attentamente la sostenibilità, rendendo strategico mantenere conti pubblici credibili senza però soffocare gli investimenti necessari per la transizione digitale e verde.

Mercato del lavoro e formazione: il tasso di disoccupazione generale è diminuito, ma il divario tra Nord e Sud e il problema della disoccupazione giovanile restano preoccupanti. La trasformazione digitale richiede competenze nuove; settori in espansione come l’intelligenza artificiale, l’energia rinnovabile e la green economy faticano a reperire personale qualificato.

Esempi concreti: il PNRR ha rappresentato una spinta fondamentale per investimenti in infrastrutture, digitalizzazione e energia pulita. Alcune iniziative locali hanno accelerato la riconversione produttiva: distretti industriali che investono in efficienza energetica e startup che collaborano con PMI per creare filiere digitali. Tuttavia, la velocità di assorbimento dei fondi e la capacità amministrativa rimangono punti critici.

Implicazioni future
Per mettere l’economia italiana su un sentiero di crescita più robusta servono tre leve principali: accelerare le riforme strutturali, aumentare gli investimenti in capitale umano e favorire l’accesso al credito per le PMI. Sul piano fiscale, è fondamentale trovare un equilibrio tra consolidamento dei conti e incentivi mirati agli investimenti produttivi. La transizione energetica e la digitalizzazione offrono opportunità concrete di riposizionamento competitivo, ma richiedono politiche pubbliche che facilitino gli investimenti privati e la formazione.

Inoltre, una maggiore efficienza amministrativa e investimenti nelle infrastrutture digitali e logistiche possono ridurre i costi per le imprese e migliorare la capacità di esportazione. Il sostegno alle filiere locali, l’innovazione nelle PMI e la valorizzazione delle eccellenze regionali possono contribuire a una crescita più inclusiva e distribuita sul territorio.

Conclusione: l’Italia ha le risorse culturali, industriali e umane per rialzare il passo, ma il tempo per le riforme e gli investimenti è limitato. Le scelte politiche nei prossimi 12–24 mesi saranno decisive per trasformare l’attuale fase di ripresa lenta in un ciclo di crescita sostenibile e duraturo, capace di migliorare la qualità della vita e la competitività internazionale del Paese.

Il lavoro aumenta, la stabilità no: la fotografia dell’occupazione under 35

C’è un paradosso che caratterizza il mercato del lavoro italiano: i posti aumentano, ma la stabilità è merce rara. I dati più recenti raccontano che l’occupazione ha toccato livelli record, eppure per molti under 35 la parola lavoro non coincide affatto con sicurezza.

Lo rivela il focus dedicato ai giovani dell’Osservatorio Generationship 2025, promosso da Changes Unipol e realizzato da Kkienn connecting people and companies.

I contratti sono fragili

Il dato che colpisce di più riguarda la qualità dell’occupazione. Tra i lavoratori dipendenti sotto i 35 anni, il 34% ha un contratto non standard, più del doppio rispetto agli adulti, fermi al 15%. In pratica, mentre le statistiche celebrano la crescita degli occupati, una fetta consistente di giovani vive in equilibrio instabile, tra rinnovi a termine, collaborazioni e formule contrattuali che non garantiscono prospettive di lungo periodo.

La differenza di genere resta una criticità 

Se la situazione generale non è rosea, per le giovani donne diventa ancora più delicata. Oltre la metà guadagna meno di 1.500 euro netti al mese, contro poco più di un terzo dei coetanei uomini. Non solo: circa una su tre non riesce a mantenersi senza un sostegno esterno.

Le ragioni stanno anche nel tipo di impiego. Le lavoratrici under 35 sono più spesso occupate in piccole aziende, ambienti dove tutele e possibilità di crescita tendono a essere più limitate e gli stipendi più contenuti.

Stipendi bassi e poca autonomia

I redditi raccontano bene il quadro. Il 44% dei giovani lavoratori porta a casa meno di 1.500 euro netti al mese, mentre solo il 27% supera i 2.000. Non sorprende quindi che un giovane su quattro non sia economicamente autosufficiente e continui a contare sull’aiuto della famiglia.

È una condizione che prolunga la dipendenza e ritarda scelte di vita come uscire di casa, costruire una famiglia o pianificare investimenti personali.

La ricerca di lavoro non finisce mai

Un altro segnale interessante riguarda l’atteggiamento verso l’occupazione. Quasi la metà dei giovani che già lavorano — il 46% — sta comunque cercando un’altra opportunità. Tra gli adulti la quota scende al 36%. Non è solo ambizione: spesso è la risposta a contratti fragili e prospettive incerte. La ricerca di lavoro, insomma, non è più una fase iniziale ma uno stato permanente.

Il messaggio che emerge dallo studio è un po’ amaro: avere un impiego oggi è più facile che in passato, sentirsi al sicuro grazie a quell’impiego molto meno.

AI: oltre 1 studente su 5 non distingue se un sito è affidabile o meno

Se usata con attenzione e ponderazione la tecnologia può essere di supporto ai bambini. Ma in Italia il 9,5% dei bambini e gli adolescenti tra 9 e 16 anni non possiede competenze nel cambiare le impostazioni della privacy, il 9,2% non possiede competenze nello scegliere le migliori parole chiave per le ricerche, l’11,9% non possiede competenze nel rimuovere persone dalla lista dei contatti e il 18,9% non possiede competenze nel creare contenuti di musica o video.

Inoltre, più di 1 studente su 5 di 10 anni in 26 Paesi su 32 non è in grado di distinguere se un sito web sia affidabile o meno.
Sono i dati divulgati in occasione del Safer Internet Day (10 febbraio) dall’UNICEF, che ha dedicato la giornata al tema “Smart tech, safe choises: exploring the safe and responsible use of AI”.

Poca dimestichezza con gli strumenti di AI

D’altronde, anche la percezione dell’AI tra i giovani evidenzia forti divari.
Secondo un sondaggio condotto attraverso la piattaforma digitale U-Report a livello internazionale su un campione di 61.400 partecipanti, il 18% ritiene di avere familiarità con i sistemi di AI, il 22% in maniera moderata, il 25% parzialmente e il 35% quasi per nulla.

Inoltre, su 57.670 partecipanti il 45% sente di avere le skill necessarie per lavorare con l’AI, il 20% ritiene di non averle e il 35% non si sente sicuro nell’usarle.

Proteggere i bambini dai rischi della tecnologia

L’UNICEF ha recentemente lanciato un allarme sul rapido aumento del volume di immagini sessualizzate generate dall’AI, compresi casi in cui fotografie di bambini sono state manipolate e sessualizzate.
In uno studio condotto da UNICEF, ECPAT e INTERPOL in 11 Paesi, almeno 1,2 milioni di bambini hanno rivelato che nell’ultimo anno le loro immagini sono state manipolate in deepfake sessualmente espliciti.

In alcuni Paesi la percentuale arriva a rappresentare 1 bambino su 25, l’equivalente di un bambino in ogni classe scolastica. E in altri Paesi oggetto dello studio fino a due terzi dei bambini dichiarano di temere che l’AI possa essere utilizzata per creare false immagini o video a sfondo sessuale.

Accompagnare i più piccoli nello sviluppo di competenze digitali

“In un mondo in cui l’AI è sempre più presente nella vita quotidiana di bambini e adolescenti, è fondamentale accompagnarli nello sviluppo di competenze digitali, spirito critico e consapevolezza – afferma Nicola Graziano, Presidente UNICEF Italia -. I dati dicono che troppi bambini faticano ancora a riconoscere fonti affidabili e a orientarsi online in modo sicuro. Per questo è necessario un impegno condiviso tra famiglie, scuole, istituzioni e aziende per costruire ambienti digitali che tutelino i diritti dei bambini e ne promuovano il benessere, oggi e in futuro, garantendo il loro ascolto e loro partecipazione”.

In questo, un’indicazione precisa è fornita dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, in particolare, il Commento generale n.25 del Comitato ONU dedicato ai diritti dei minorenni in relazione all’ambiente digitale.

Chi guadagna di più? Dai medici agli elettricisti la classifica per il 2025 

Nel 2025 il lavoro in libera professione ha premiato soprattutto sanità, competenze tecnico-specialistiche e intrattenimento digitale, con un forte protagonismo dei contenuti video. Ma anche le attività di ingegneria (39.136 euro), dentisti e odontoiatri (38.242) e infermieri (37.470).

Sono infatti i medici le “Partite Iva” che guadagnano di più. Più in particolare, i medici specialisti e della diagnostica, tra cui cardiologi, psichiatri, pediatri, ginecologi e radiologi, che dichiarano un fatturato medio annuo di 58.365 euro.
Sul podio anche le attività di produzione cinematografica, video e programmi TV (40.822 euro) e gli elettricisti specializzati in impiantistica civile e industriale (40.062 euro). Lo rivela un’indagine della tech company Fiscozen, condotta su oltre 40mila Partite Iva. 

Content creator: un balzo del +23% in un anno

Subito fuori dal podio spiccano influencer marketing e content creator, che raggiungono un fatturato medio di 39.947 euro, segnando l’aumento più alto tra tutte le categorie analizzate (+23% sul 2024). 

Oltre ai creator, nel 2025 hanno registrato una crescita significativa anche gli operatori immobiliari per conto terzi (+17,6%), formatori sportivi (+15,7%) e agenti assicurativi (+15%). Incrementi più contenuti, fino al 12%, per chi lavora nelle attività psicomotorie e nel settore della recitazione.
In attesa dei dati ufficiali sulle nuove aperture dopo la riforma dei codici ATECO, l’analisi mostra che i nuovi codici più utilizzati riguardano consulenti imprenditoriali e gestionali, pubblicitari, psicologi e psicoterapeuti.

“Oggi il mercato premia l’iper-specializzazione”

“La Partita Iva non è più un’alternativa al posto fisso, ma una scelta consapevole – spiega Enrico Mattiazzi, ceo Fiscozen -. La crescita dei content creator accanto a professioni tradizionali come medici e ingegneri dimostra che oggi il mercato premia l’iper-specializzazione. In un’epoca dominata dall’AI, la libera professione rimette al centro l’individualità”.

Dalla ricerca emerge, infatti, che un libero professionista su due sceglie la Partita Iva per avere maggiore libertà nella gestione di tempo, clienti e risorse. La GenZ, in particolare, si avvicina alla libera professione perché cerca flessibilità, meritocrazia e un migliore equilibrio tra vita privata e lavoro.

Il gender-gap è anche tra le Partite IVA

Questa libertà, però, ha un costo. I liberi professionisti risultano tra i più esposti a stress, ansia, insonnia e burnout, a causa di incertezze economiche, pressione fiscale, carenza di tutele per malattia e maternità e difficoltà di accesso al credito.
Le preoccupazioni principali restano guadagnare abbastanza, trovare nuovi clienti e gestire carichi di lavoro elevati. Ma nonostante tutto, l’83% si dichiara soddisfatto della propria scelta.

Inoltre, anche tra le Partite Iva persiste il divario di genere: gli uomini guadagnano in media il 18,3% in più delle donne, pari a circa 3.343 euro annui.
Le disparità maggiori si registrano nel manifatturiero, mentre l’istruzione è il settore più vicino alla parità. Nei servizi di alloggio e ristorazione, invece, le donne guadagnano mediamente più degli uomini (+26,2%).

Prezzi al consumo: +1,5% a dicembre 2025. L’Istat conferma i dati preliminari 

A dicembre 2025 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, aumenta dello 0,2% rispetto a novembre 2025 e dell’1,2% rispetto a dicembre 2024 (da +1,1% di novembre).

Sull’andamento dell’inflazione media annua pesa la dinamica dei prezzi dei Beni energetici regolamentati (+16,2% da -0,2% del 2024), degli Energetici non regolamentati (-3,8% da -11,3%) e quella dei Beni alimentari non lavorati (+3,4%, +2,3%). Rallenta, seppure lievemente, l’inflazione di fondo.
I dati Istat sui prezzi al consumo confermano le stime preliminari per dicembre 2025: l’inflazione sale a +1,2%, tornando al livello di ottobre, e nella media dell’anno i prezzi al consumo crescono dell’1,5% rispetto al 2024.

Crescita maggiore (+1,5%) rispetto al +1,0% dell’anno prima

In media, nel 2025, i prezzi al consumo registrano una crescita maggiore rispetto al 2024 (+1,5%, +1,0% 2024). L’inflazione al netto degli Energetici e degli Alimentari freschi (inflazione di fondo) e quella al netto dei soli energetici mostrano un aumento medio annuo, rispettivamente, dell’1,9% (+2,0% nel 2024) e del 2,0% (+2,1%).

La lieve accelerazione dell’inflazione osservata a dicembre è dovuta principalmente alla crescita dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (da +0,9% a +2,6%), degli Alimentari non lavorati (+1,1%, +2,3%) e dei Servizi Vari (+2,0%, +2,2%). Rallentano, invece, i prezzi dei Beni non durevoli (+1,0%, +0,6%) e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+3,0%, +2,7%), mentre si accentua il calo dei prezzi degli Energetici regolamentati (-3,2%, -5,2%).

Inflazione di fondo stabile a +1,7%

Nel mese di dicembre l’inflazione di fondo, al netto degli Energetici e degli Alimentari freschi, resta stabile a +1,7%, mentre quella al netto dei soli beni energetici accelera di poco (da +1,7% a +1,8%).
I prezzi dei Beni alimentari, per la cura della casa e della persona evidenziano a dicembre un’accelerazione del ritmo di crescita (+1,5%, +1,9%), così come quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (+2,0%, +2,2%).

L’aumento congiunturale dell’indice generale riflette, per lo più, la crescita dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+3,1% anche per fattori stagionali) e degli Alimentari non lavorati (+0,4%).
Gli effetti di questi aumenti sono solo in parte compensati dalla diminuzione dei prezzi degli Energetici regolamentati (-0,6%) e dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-0,4%).

Indice FOI a +1,4%. Era +0,8% nel 2024

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dello 0,2% su novembre 2025 e dell’1,2% su dicembre 2024 (+1,1% del mese precedente), confermando la stima preliminare. La variazione media annua nel 2025 è pari a +1,7% (+1,1% nel 2024).
L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, aumenta dello 0,2% su novembre 2025 e dell’1,1% su dicembre 2024.

In media d’anno, la crescita dell’indice FOI, al netto dei tabacchi, è pari a +1,4% (era +0,8% nel 2024).
Nel 2025, l’inflazione, misurata dall’IPCA, è pari a +1,7%, sia per le famiglie con più bassi livelli di spesa sia per quelle con possibilità di spesa più elevate.

Imprese: la grande incertezza domina le aspettative per il 2026

Tra guerra, tensioni geopolitiche e politica commerciale da parte delle principali potenze economiche, Stati Uniti e Cina, la grande incertezza degli imprenditori italiani è ancora alimentata dal contesto internazionale.

A quanto emerge dall’indagine annuale condotta dal centro studi CNA, Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa, da parte di artigiani e piccole imprese è ancora l’incertezza a dominare le aspettative in economia.
Il 53% degli imprenditori intervistati però non formula previsioni. Ma gli ottimisti (23,8%) superano i pessimisti e la percentuale sale in modo significativo tra gli imprenditori under 40.

Attesi risultati in peggioramento e contrazioni del fatturato

In questo scenario quasi un imprenditore su 4 prevede una crescita dell’economia italiana, mentre il 23,2% si aspetta un andamento negativo.
E con riferimento alle previsioni sulla propria impresa il grado di incertezza aumenta a oltre il 58%. Cresce la quota di coloro che prevedono risultati in peggioramento (26,1%) mentre soltanto il 15,5% si aspetta un miglioramento dei risultati aziendali.

Più in dettaglio, un’impresa su tre prevede una contrazione del fatturato, soprattutto nella componente esportazioni. Quasi il 40% prevede di ridurre gli investimenti, mentre soltanto un’impresa su sei ha in programma un aumento della spesa per investimenti in beni strumentali.

Previsioni negative soprattutto per le attività manifatturiere

Per quanto riguarda l’occupazione quasi il 70% del campione prevede stabilità dell’organico, il 20% una riduzione, mentre il 10% indica un aumento dei propri dipendenti.
A livello settoriale, le previsioni negative caratterizzano soprattutto la manifattura, in larga parte alimentate dalle difficoltà dell’automotive e del tessile-abbigliamento. Nei servizi si equivalgono le indicazioni positive e negative (circa un’impresa su due) mentre nelle costruzioni prevale l’orientamento positivo, oltre il 30% del campione.

A livello geografico le imprese del Mezzogiorno mostrano un deciso miglioramento del sentiment rispetto allo scorso anno, sia in riferimento all’andamento complessivo dell’economia (35% del totale) sia alla propria impresa (26%)). Le previsioni negative si concentrano invece tra le imprese delle regioni centrali.

Under 40 più ottimisti

La fotografia per classi di età degli imprenditori mostra un maggiore pessimismo al crescere dell’età. In decisa controtendenza invece le aspettative degli imprenditori under 40: poco oltre il 30% prevede un trend positivo del ciclo economico, mentre quasi il 40% stima un 2026 con risultati aziendali in crescita.

“La nostra indagine – afferma il presidente CNA Dario Costantini – indica che anche quest’anno prevale l’incertezza. Tuttavia, le imprese con aspettative positive superano quelle che prevedono un peggioramento dei risultati aziendali, grazie soprattutto agli imprenditori under 40. Si confermano inoltre le principali criticità, che si chiamano costi dell’energia, concorrenza sleale e carenza di personale”.

Export e import: i dati Istat di ottobre 2025

Nei primi dieci mesi del 2025 la dinamica tendenziale dell’export è positiva, con l’avanzo commerciale stabile rispetto ai primi dieci mesi del 2024. Su base annua, la crescita delle espotazioni è trainata principalmente dalle maggiori vendite verso l’area extra UE.
Al contrario, la sostenuta crescita tendenziale dell’export verso gli USA si concentra in un numero limitato di settori (farmaceutica, macchinari), mentre altri comparti (alimentari, chimica, metalli, autoveicoli) sono in flessione.

Secondo dati Istat relativi al mese di ottobre 2025, a livello congiunturale l’export segna una riduzione, dovuta soprattutto alle minori esportazioni di beni strumentali. 
Quanto all’import, i prezzi una lieve accentuazione della flessione tendenziale, in particolare per effetto dei ribassi dei prezzi di alcuni prodotti energetici (petrolio greggio, gas naturale) registrando anche un nuovo calo congiunturale.

Flessione congiunturale delle esportazioni, -3,0%

A ottobre 2025 si stima una flessione congiunturale delle esportazioni (-3,0%) e un aumento modesto delle importazioni (+0,3%). La diminuzione su base mensile dell’export riguarda entrambe le aree, UE (-2,8%) ed extra UE (-3,2%).
Nel trimestre agosto-ottobre 2025, rispetto al precedente, sia l’export (+0,2%) sia l’import (+0,3%) registrano incrementi modesti.

Su base annua, a ottobre l’export cresce del 2,3% in termini monetari e dello 0,5% in volume.
La crescita tendenziale dell’export è maggiore per i mercati extra UE (+4,1%) rispetto a quelli UE (+0,5%).
L’import registra un incremento tendenziale in valore del 3,4%, che coinvolge in misura più marcata l’area extra UE (+4,2%) rispetto a quella UE (+2,7%). In volume, le importazioni crescono del 4,4%.

Farmaceutica, metalli, mezzi di trasporto e alimentari trainano le vendite all’estero 

Su base annua, i Paesi che forniscono i contributi maggiori alla crescita dell’export nazionale sono Svizzera (+34,9%), Stati Uniti (+9,7%), paesi OPEC (+15,8%), Spagna (+7,3%) e Francia (+3,7%).
All’opposto, Turchia (-34,8%), Regno Unito (-10,8%) e Paesi Bassi (-12,5%) forniscono i contributi negativi più ampi.

Nei primi dieci mesi del 2025, l’export registra +3,4% di crescita tendenziale, spiegata dalle maggiori vendite di articoli farmaceutici, chimico-medicinali, botanici (+33,7%), metalli di base, prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+7,5%), mezzi di trasporto, esclusi autoveicoli (+12,7%), prodotti alimentari, bevande, tabacco (+4,7%).

Rispetto al 2024 saldo commerciale +4.156 milioni, prezzi importazioni -2,7%

Stazionarie le esportazioni di articoli in gomma e materie plastiche (+0,2%) mentre si rilevano riduzioni per coke e prodotti petroliferi raffinati (-12,3%), autoveicoli (-9,7%), articoli sportivi, giochi, strumenti musicali, preziosi, strumenti medici e altri prodotti n.c.a. (-8,5%).
Il saldo commerciale a ottobre 2025 è pari a +4.156 milioni di euro (era +4.619 milioni nello stesso mese del 2024).

Il deficit energetico (-3.644 milioni) è inferiore rispetto a un anno prima (-4.933 milioni). L’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici scende da +9.552 milioni di ottobre 2024 a +7.801 milioni di ottobre 2025.
Nel mese di ottobre 2025 i prezzi all’importazione diminuiscono dello 0,3% su base mensile e del 2,7% su base annua (da -2,5% di settembre).