Gaming e social: le opinioni delle famiglie italiane

Quali sono le opportunità e i rischi della trasformazione digitale per le famiglie italiane? Alla domanda risponde la ricerca BVA Doxa Kids per Telefono Azzurro, offrendo uno spaccato delle percezioni dei giovani tra i 12 e i 18 anni e dei loro genitori. Tema emergente dalla ricerca è il ‘binge-gaming’, l’uso compulsivo dei videogiochi, ma secondo la ricerca oltre la metà dei giovanissimi (53%) gioca online da 1 a 3 ore al giorno. Altro dato rilevante, il 35% dei giovani ha effettuato acquisti mentre giocava. Ma se giocando online al 30% del campione è capitato di conoscere persone nuove, il gaming online può essere anche causa di frustrazione: il 13% è stato escluso dal gioco, il 10% è stato preso in giro e il 7% ha preso in giro qualcun altro.

Rischi online: le paure dei genitori

Giocare online può anche essere positivo. Alla domanda su quali competenze i giovani pensano di aver acquisito giocando online le risposte sono velocità di riflessi (39%), ragionamento logico (28%), e pianificazione dell’azione (18%). Competenze su cui sono d’accordo anche i genitori, con percentuali di risposte simili, ma aggiungono anche entrare in relazione con gli altri (24%). Quanto alle paure dei genitori riguardano il rischio che i propri figli possano essere adescati online da parte di adulti (63%), che siano vittime di bullismo (38%), partecipino a challenge pericolose (29%), ricevano la richiesta di invio di foto provocanti (25%), accedano a contenuti pornografici (24%), siano esposti a contenuti che esaltano l’anoressia, l’autolesionismo o il suicidio (22%). In misura minore, temono che scommettano denaro, facciano troppi acquisti, postino foto quando sono ubriachi.

L’influenza della vita online su quella reale  

Per quanto riguarda i social, i giovani usano Whatsapp e Facebook soprattutto per stare con gli altri, YouTube, Instagram, Tik Tok, Twitch e Discord per divertirsi.
Per il 67% dei giovani Internet ha un’influenza rilevante sulle relazioni amicali, tanto che i social favoriscono le relazioni (40%), creano un senso di comunità (38%), permettono di apprendere cose nuove (33%), esprimere le proprie emozioni (27%) e inclinazioni (18%), e consentono di chiedere aiuto quando si è in difficoltà (16%).
Di contro, generano un senso di solitudine (15% giovani, 34% genitori) e una pressione rispetto alle aspettative sociali (14%, 29%), favorendo la diseguaglianza (7%,13%).

Quanto si sa della vita online dei figli?

Il 72% dei genitori si dice sicuro di sapere com’è la vita online dei figli, tanto che il 27% dichiara di conoscere le sue password, il 22% controlla con quali contatti stringe amicizia sui social, il 21% si fida per non invadere la privacy dei figli, il 21% è follower dei figli e li segue sui social, il 21% ha attivato filtri di sicurezza che bloccano i contenuti per età.
Ma il 44% dei genitori non controlla le app scaricate dal figlio perché si fida, o perché il figlio non glielo permette.

Nuovi attacchi spyware: come cambia la tattica dei criminali informatici

Una nuova serie di campagne spyware è in rapida evoluzione, e ha già attaccato più di 2.000 imprese nel settore industriale in tutto il mondo. Durante i primi sei mesi del 2021 gli esperti di Kaspersky ICS CERT hanno notato una strana anomalia nelle statistiche relative alle minacce spyware bloccate sui computer ICS. Anche se i malware utilizzati in questi attacchi appartengono a famiglie di spyware già note si distinguono per il numero limitato di vittime a cui puntano, da un paio a qualche decina, e per la durata breve di ogni campione dannoso.

Il loro ciclo di vita è limitato infatti a circa 25 giorni, molto meno della durata di una campagna spyware ‘tradizionale’.
Di fatto, un’analisi di 58.586 campioni di spyware bloccati sui computer ICS ha mostrato come circa il 21,2% di essi faceva parte di questa nuova serie di attacchi. E il nuovo report di Kaspersky ICS CERT ha individuato più di 25 mercati in cui i criminali rivendono i dati rubati.

Lo spyware anomalo viene diffuso attraverso la mailing list della vittima

La maggior parte di queste campagne viene diffusa da un’impresa industriale all’altra tramite email di phishing. Una volta penetrato nel sistema della vittima, l’attaccante utilizza il dispositivo come server C2 (command and control) per l’attacco successivo. Con l’accesso alla mailing list della vittima, i criminali possono sfruttare i contatti di posta elettronica aziendale e diffondere ulteriormente lo spyware.
Sebbene ognuno di questi sample di spyware ‘anomali’ abbia vita breve e non sia ampiamente diffuso, rappresenta una quota sproporzionatamente elevata di tutti gli attacchi spyware.

Più di 7.000 account aziendali compromessi o rubati

Se in Asia 1 computer su 6 attaccato da spyware è stato colpito proprio da uno di questi sample anomali (il 2,1% su 11,9%), secondo la telemetria di Kaspersky ICS CERT, più di 2.000 organizzazioni industriali in tutto il mondo sono state incorporate in questo sistema fraudolento. E sfruttate dai gruppi di criminali informatici per diffondere l’attacco verso altre aziende e partner commerciali. Si stima che il numero totale di account aziendali compromessi o rubati a seguito di questi attacchi sia superiore a 7.000.

Le credenziali di aziende Usa le più vendute sui market online

I dati sensibili ottenuti dai computer ICS spesso finiscono in vari market online. L’analisi dei mercati ha rivelato la presenza di un’elevata domanda di credenziali di account aziendali, in particolare di account RDP (Remote Desktop Protocol). Oltre il 46% di tutti gli account RDP venduti sono di proprietà di società con sede negli Stati Uniti, mentre i restanti provengono da Asia, Europa e America Latina. Quasi il 4% di tutti gli account RDP venduti (circa 2.000 account) apparteneva a imprese industriali.
Un altro mercato in crescita è lo spyware-as-a-Service. Da quando i codici sorgente di alcuni noti programmi spyware sono stati resi pubblici, è cresciuta la loro disponibilità negli store online sotto forma di servizio.
Gli sviluppatori vendono non solo il malware come prodotto, ma anche una licenza per sviluppare malware e avere accesso all’infrastruttura preconfigurata.

Importanza del benessere fisico e mentale: cosa pensano gli italiani?

Anche nel 2021, in occasione della Giornata Mondiale della salute mentale (World Mental Health Day), che si celebra il 10 ottobre di ogni anno, il sondaggio Ipsos condotto in collaborazione con il World Economic Forum, ha esplorato le opinioni dei cittadini di 30 Paesi riguardo la propria salute fisica e mentale e le percezioni in merito all’importanza attribuita. E in media, il 79% degli intervistati considera salute fisica e mentale ugualmente importanti quando si tratta della propria salute personale.
Soltanto un terzo (35%) ritiene che il sistema sanitario nel proprio Paese trattino salute mentale e fisica con uguale importanza.
Le donne e i giovani sono i più propensi a pensare alla propria salute mentale, mentre a livello internazionale, la salute mentale rappresenta il terzo problema di salute più importante che le persone devono affrontare nel proprio Paese, leggermente dietro il cancro.

Le conseguenze del Covid sulla salute mentale

La pandemia da Covid-19 ha avuto molteplici conseguenze sulla salute fisica e mentale di ognuno di noi. Già a marzo 2021, i dati del sondaggio Ipsos mostravano un peggioramento della salute mentale e stabilità emotiva per il 45% degli intervistati a livello internazionale.
E l’Italia, già un anno fa, rientrava tra i Paesi in cui i cittadini hanno subito maggiormente le conseguenze del Covid sulla salute mentale e la stabilità emotiva. Più della metà (54%) dichiarava infatti un peggioramento e soltanto l’8% un miglioramento.

Wellbeing, quanto spesso si pensa al benessere?

A livello internazionale, il nuovo sondaggio Ipsos mostra come in media il 53% degli intervistati affermi di pensare al proprio benessere mentale molto o abbastanza spesso. Al contrario, il 42% afferma di non pensarci molto spesso o mai. La percentuale più alta si registra in Brasile (75%), mentre quella più bassa si registra in Cina (26%). In Italia, poco più della metà degli intervistati (51%) afferma di pensare al proprio benessere mentale.

Bonus psicologo escluso dalla legge di bilancio 

Considerando gli effetti della pandemia sul benessere mentale, riferisce Adnkronos, si è discuso del cosiddetto bonus psicologo, ovvero un sostegno economico da destinare agli italiani che sentissero il bisogno di curare la propria salute mentale, con l’obiettivo di garantire assistenza psicologica a chi non potesse permettersela. Nonostante i buoni propositi per il nuovo anno, il bonus psicologo, al contrario del bonus rubinetti e il bonus monopattini, è stato escluso dalla legge di bilancio nella manovra 2022, provocando molteplici reazioni da parte dei singoli cittadini e degli esponenti politici. A tal proposito, è stata lanciata una petizione online che in pochi giorni ha raccolto oltre 200.000 firme, con l’obiettivo di spingere il Governo a re-inserire la proposta nei provvedimenti e a considerarla una vera priorità. 

Arriva l’assegno unico familiare figli 2022

Dal 1° gennaio 2022 è possibile fare domanda all’Inps per l’assegno unico 2022 per le famiglie con figli. Il beneficio economico mensile destinato ai nuclei familiari riguarda tutte le categorie di lavoratori dipendenti, autonomi, pensionati, disoccupati e inoccupati. È inoltre riconosciuto ai nuclei familiari per ogni figlio minorenne a carico, e decorre dal settimo mese di gravidanza, ma è anche riconosciuto a ciascun figlio maggiorenne a carico fino al compimento dei 21 anni di età, in presenza di alcune condizioni. Ovvero, che frequenti un corso di formazione scolastica o professionale, o svolga un’attività lavorativa con reddito complessivo inferiore a 8.000 euro, o sia registrato come disoccupato e in cerca di un lavoro, o svolga il servizio civile universale.

A quanto ammonta?

Per circa la metà delle famiglie italiane (fino a 15.000 euro di Isee) è pari a 175 euro mensili per il primo e secondo figlio, e 260 dal terzo in poi. Sono previste maggiorazioni per ciascun figlio minorenne con disabilità, per ciascun figlio maggiorenne con disabilità fino al ventunesimo anno di età, per le madri di età inferiore a 21 anni, per i nuclei familiari con quattro o più figli, e per i nuclei con secondo percettore di reddito. L’assegno è riconosciuto senza limiti di età per ciascun figlio con disabilità. Per i figli disabili tra 18 e 21 anni, la maggiorazione prevista è stata incrementata da 50 euro mensili a 80.

Come fare domanda

Il beneficio ha durata annuale, da marzo a febbraio dell’anno successivo, e può essere chiesto a partire dal 1° gennaio compilando online la domanda sul sito dell’Inps mediante credenziali Spid, carta di identità elettronica, carta dei servizi, o recandosi presso un istituto di patronato o contattando il contact center Inps. Per tutte le domande presentate entro il 30 giugno è previsto il riconoscimento delle mensilità arretrate spettanti a decorrere da marzo, primo mese di erogazione della prestazione.

L’importo è calcolato sulla base dell’Isee

Per le famiglie che al momento della domanda sono in possesso di Isee in corso di validità, l’assegno verrà corrisposto con importi maggiorati e calcolati in base alla fascia di Isee. Le medesime maggiorazioni saranno comunque riconosciute, con decorrenza retroattiva, anche a coloro che al momento della domanda non siano in possesso dell’indicatore, ma che lo presentino entro il 30 giugno. Si potrà accedere al beneficio, in misura minima, anche in assenza di Isee o con Isee superiore a 40.000 euro. L’Inps ricorda che si può presentare l’Isee presso gli intermediari abilitati a prestare l’assistenza fiscale (Caf), oppure online sul sito internet dell’Inps in modalità ordinaria o precompilata. In tal caso, l’Isee è reso normalmente disponibile entro poche ore dalla richiesta.

Spesa carburante: gli italiani ‘sborsano’ in media 1.296 euro all’anno

Negli scorsi mesi gli automobilisti italiani hanno dovuto fare i conti con il caro-carburante. Di fatto, se per rifornirsi alla pompa gli italiani pagano in media 1.296 euro l’anno a testa la spesa è maggiore per gli automobilisti residenti nel Centro Italia (1.356 euro), un po’ meno per chi risiede nel Nord Est (1.152 euro). Da un’indagine commissionata da Facile.it e MiaCar.it agli istituti mUp Research e Norstat, emerge come il 72% degli intervistati dichiari di aver cercato di ridurre gli spostamenti in auto proprio a causa dell’aumento dei prezzi. Ma per fortuna nelle ultime settimane i costi di diesel e benzina hanno iniziato a diminuire, anche se non di molto.

Gli uomini tra i 35 e i 44 anni spendono di più
I risultati dell’indagine di Facile.it e MiaCar.it evidenziano anche alcuni dati legati all’uso dell’auto da parte degli italiani. Gli uomini, ad esempio, percorrono in media 12.441 chilometri l’anno a fronte dei 10.973 km percorsi dal campione femminile, e mettono a budget circa 1.404 euro l’anno, il 18% di spesa in più rispetto alle donne (1.188 euro). Dal punto di vista anagrafico, invece, sono gli automobilisti con età compresa tra i 35 e i 44 anni a spendere di più (1.428 euro l’anno), mentre gli over 65 sono quelli che spendono meno (1.056 euro).

25 milioni di italiani usano meno l’auto per risparmiare
Ma quali effetti ha la decisione di usare meno l’auto per via dei costi del carburante? In base all’indagine, tra i 25 milioni di italiani che hanno preso questa decisione il 43,1% ha dichiarato di aver eliminato gli spostamenti superflui, il 28,4% ha scelto di muoversi a piedi anziché sulle quattro ruote e il 13,5%, semplicemente, ha optato per i mezzi pubblici. I più attenti al budget, e quindi coloro che stanno cercando di ridurre maggiormente l’uso dell’auto, sono risultati i giovani con età compresa tra i 25 e i 34 anni (76,6%), e gli automobilisti residenti al Sud e nelle Isole (76,1%).

Oggi si spende meno per l’assicurazione
Se il 2021 è stato un anno negativo dal punto di vista dei costi di rifornimento, la buona notizia è che l’altra voce di spesa che grava sul budget degli automobilisti, l’assicurazione, è rimasta su livelli estremamente bassi per tutto l’anno. Secondo l’osservatorio RC auto di Facile.it, realizzato su un campione di oltre 9 milioni di preventivi, a novembre 2021 per assicurare un veicolo occorrevano, in media, 436,03 euro, vale a dire l’8,17% in meno rispetto allo stesso mese dello scorso anno.

Bonus prima casa: quando si può ottenere due volte?

Il bonus prima casa è l’agevolazione fiscale sull’acquisto della prima abitazione, e spetta a chi compra un immobile nel Comune dove ha la residenza e dove non possiede altre abitazioni. Il bonus non spetta però a chi è proprietario di un altro immobile per il quale, in precedenza, ha già usufruito della medesima agevolazione fiscale. Questo induce a pensare che l’acquisto di una seconda casa non possa scontare di nuovo il bonus. Ma non è sempre così. Secondo l’interpretazione giurisprudenziale, è possibile ottenere una seconda volta il bonus prima casa quando il contribuente è costretto a cambiare abitazione perché la precedente è divenuta oggettivamente inidonea all’uso. 

Quando mutano le esigenze del nucleo familiare

Come spiega laleggepertutti.it, l’esempio tipico è quello di una casa ormai inagibile a seguito di un terremoto, o perché sottoposta a un ordine del Comune di ristrutturazione. Si pensi anche al caso di una coppia, che avendo avuto figli, non possa più a vivere nella precedente abitazione perché troppo piccola rispetto alle mutate esigenze del nucleo familiare. La Suprema corte ha ricordato che in tema di agevolazioni prima casa ‘l’idoneità’ dell’abitazione pre-posseduta va valutata sia sotto il profilo oggettivo (effettiva inabitabilità), sia sotto quello soggettivo (fabbricato inadeguato per dimensioni o caratteristiche qualitative), nel senso che il beneficio trova applicazione anche nell‘ipotesi di disponibilità di un alloggio che non sia concretamente idoneo, per dimensioni e caratteristiche complessive, a soddisfare le esigenze abitative dell’interessato.

Acquistare un appartamento adiacente al primo per poterlo allargare

Una seconda ipotesi in cui si può usufruire una seconda volta del bonus prima casa si verifica quando si acquista un appartamento adiacente al primo per poterlo allargare. Anche in questo caso, il contribuente che ha già ottenuto il bonus prima casa per l’acquisto del precedente appartamento può estendere la medesima agevolazione anche sull’acquisto del secondo, se dimostra di avere ampliato l’abitazione principale perché divenuta inidonea all’uso. Condizione per poter fruire dell’agevolazione è che l’alloggio non sia di lusso, ovvero, che non sia accatastato nelle categorie A/1, A/8 o A/9, indipendentemente dai metri quadri di ampiezza.

Due condizioni: destinazione e qualificabilità

Per come chiarito già dalla Cassazione, i benefici per l’acquisto della prima casa possono quindi essere riconosciuti anche quando siano più di una le unità immobiliari contemporaneamente acquistate. Sono però necessarie due condizioni: la destinazione di queste unità nel loro insieme a costituire un’unica unità abitativa, e la qualificabilità come alloggio non di lusso dell’immobile ‘unificato’. L’agevolazione presuppone che entro il termine di tre anni dalla registrazione deve essere dato effettivo seguito all’impegno assunto dai contribuenti, in sede di rogito, di procedere all’unificazione dei locali.
Tale principio è stato poi esteso dalla stessa Agenzia delle Entrate agli atti di acquisto tra loro successivi se caratterizzati dall’accorpamento di unità immobiliari confinanti.

Sono sempre di più gli italiani che pagano cashless: 2 su 3

Sono ormai 2 su 3 gli italiani che preferiscono pagare i loro acquisti cashless. La modalità di pagamento senza contatto ha ovviamente trovato una spinta decisiva con la pandemia, che ha di fatto incentivato ogni genere di soluzione che evitasse vicinanza e invece favorisse la sicurezza. Ma anche ora, con l’emergenza sanitaria meno stringente, il trend non sempre arrestarsi. Il dato emerge dall’ultimo Osservatorio di SumUp, la fintech del settore dei pagamenti digitali e soluzioni innovative cashless, che sottolinea come, da una media del 53% nel 2019, si sia passati a quella del 66% nel 2020 e raggiunto il 71% nel 2021. E ben il 74% dei nostri connazionali utilizza pagamenti digitali e preferisce evitare di digitare pin sulla tastiera o maneggiare Pos.

La tendenza confermata dai negozianti

Che quella di pagare senza contatto sia una tendenza in continua crescita è confermato anche dal sentiment e dall’esperienza diretta dei commercianti, che di fatto sono i principali “spettatori” del cambiamento. Secondo un sondaggio condotto da SumUp nell’ottobre 2021, nel 53% dei casi affermano di aver notato da parte dei clienti maggiore propensione a pagare cashless. Ad apprezzare il contactless sono soprattutto gli avventori di bar e club che in 8 casi su 10 preferiscono pagare senza contatto. Di fatto, questa categoria di commercianti mostra tra il 2019 e il 2020 una crescita del 15%, mentre nel 2021 l’aumento è contenuto (4%), ma permette di consolidare la posizione. Seguono i commercianti del settore Food&Grocery (77,7% di transazioni contactless), e le edicole, passate dal 57,2% del 2019 al 77,3% del 2021. Significativa la crescita tra il 2020 e il 2021 del 16% registrata dai merchant del settore musica, concerti e cinema, che scala la classifica e passa dal 14° al 4° posto. La crescita si manifesta in tutta Italia a livello regionale, anche se in misura minore rispetto a quella osservata nel 2020 e in testa è il Sud.

“La crescita continua”

“Sicuramente il 2020 è stato l’anno della svolta, ma è bene notare come nel 2021 la tendenza sia stata mantenuta e la crescita continui, seppure in modo più lento. Bisogna, infatti, considerare da una parte la sempre maggiore predisposizione dei commercianti ad accettare pagamenti tramite carta, supportati anche dal credito d’imposta del Governo; dall’altra, l’aumento della soglia per i pagamenti contactless senza pin a 50 euro, affiancata dalla diffusione di device come smartphone e smartwatch, che consentono di pagare in modalità contactless e velocizzare così le operazioni in cassa” ha dichiarato Umberto Zola, Country Growth Lead Italia di SumUp. 

Covid, i timori per la quarta ondata e le opinioni su vaccino e Green Pass

Si fa sempre più strada l‘ipotesi della quarta ondata Covid, e dai risultati dell’ultimo monitoraggio del team Public Affairs di Ipsos in merito all’emergenza coronavirus si registra un aumento della minaccia percepita e una riduzione dell’ottimismo. La previsione che nelle prossime settimane i contagi possano aumentare arriva infatti al 71%, e si allunga anche l’orizzonte temporale in cui gli italiani collocano la previsione della fine di ogni preoccupazione per il Covid-19. Pareri principalmente positivi sono rilevati sulla progressione della campagna vaccinale, e tra i vaccinati la maggioranza si dichiara sicuro e pronto a ricevere la terza dose di vaccino Covid, o la seconda dose nel caso del vaccino Johnson&Johnson. Inoltre, si registra un aumento dell’opinione favorevole al Green Pass. 

L’aumento dei contagi preoccupa gli italiani

L’aumento dei contagi e l’ipotesi della quarta ondata Covid preoccupa i cittadini italiani. Infatti, la minaccia percepita tende a risalire in tutti gli ambiti, sia a livello personale sia a livello locale, nazionale e mondiale. Si riduce ulteriormente l’ottimismo riguardo al ‘momentum’ percepito: il 45% ritiene oggi “il peggio passato” (-4), per il 19% “siamo all’apice dell’emergenza” (+3) e per il 13% ”il peggio deve arrivare” (=). La previsione che nelle prossime settimane i contagi possano aumentare arriva al 71% (era il 40% un mese fa), e torna a salire l’orizzonte temporale in cui gli italiani collocano la previsione della fine di ogni preoccupazione per il Covid-19 (18 mesi, +0,9). Tornano poi sopra al 50% quanti si reputano più preoccupati per i rischi sanitari della pandemia, piuttosto che per i rischi economici a essa connessi (53%, +4). L’opinione opposta scende di un punto (30%).

Vaccino, il 60% degli italiani pronto a ricevere la terza dose

In generale, il giudizio degli italiani sulla progressione della campagna vaccinale rimane positivo, con una lieve contrazione: 64% di valutazioni positive, -1 rispetto al mese scorso, -3 rispetto a metà settembre. L’86% dei maggiorenni italiani ha ricevuto almeno una dose di vaccino, mentre tra coloro che non hanno ricevuto ancora nessuna dose la quota di disponibili a farlo è ormai ridotta ai minimi termini (7%). Tra i vaccinati il 60% si dice sicuro e pronto a ricevere la terza dose di vaccino Covid o seconda dose nel caso del vaccino Johnson&Johnson, il cosiddetto “boost” (+6 rispetto a due settimane fa), il 28% ha qualche riserva in proposito (-4), il 7% resta contrario all’idea.

Cresce l’opinione favorevole al Green Pass

In merito, invece, al vaccino anti-influenzale circa un italiano su quattro lo ha già fatto o è pronto a farlo, una percentuale simile a quella rilevata l’anno scorso, quando la percentuale di vaccinati risultò a fine stagione pari al 23,7% della popolazione. Quanto al Green Pass e l’obbligo sui luoghi di lavoro, cresce l’opinione favorevole alla misura. A quattro settimane dall’introduzione dell’obbligo per accedere anche ai luoghi di lavoro il 61% si dichiara favorevole (+2) e il 29% (-3) contrario.

Smart working: se da casa si lavora di più non è lavoro “agile”

Uno studio di Bloomberg attesta che nei due anni di pandemia i dipendenti da casa hanno lavorato mediamente 2,5 ore in più rispetto a quanto fatto in precedenza. Ma se in Italia lo smart working è stato inteso come lavoro da casa, in realtà dovrebbe prevedere orari e giorni più flessibili rispetto a quanto fatto durante la pandemia.
“Lo spirito dello smart working è quello di lavorare con maggiore libertà a livello di orari e di luoghi, garantendo performance uguali o perfino migliori, laddove invece nel telelavoro adottato nel 2020 si è teso talvolta a lavorare di più, senza peraltro un parallelo aumento della produttività – spiega Carola Adami, co-fondatrice Adami & Associati -. Lo spettro di perdere il proprio lavoro nel bel mezzo di una crisi sanitaria, economica e sociale non piace ovviamente a nessuno, e da qui la disponibilità a lavorare qualche ora in più tutte le sere, da casa”.

Il lavoro agile non è una “scappatoia” per evitare il green pass

Insomma, il lavoro agile non è solo un modo per ridurre le possibilità di contagio, né una ‘scappatoia’ per evitare il green pass. È un metodo di lavoro che può portare vantaggi ad aziende e dipendenti, pensato non come risposta all’emergenza sanitaria, quanto a una modalità lavorativa per una quotidiana normalità
“Il fatto che il lavoro agile assicuri dei vantaggi alle aziende come ai dipendenti è dimostrato dal fatto che tantissime aziende che hanno adottato lo smart working come risposta all’emergenza Covid-19 hanno dichiarato di voler continuare a usare questo metodo anche in futuro – evidenzia Adami -. A patto però di organizzare il lavoro a distanza in modo migliore rispetto a quanto fatto a marzo 2020”.

Lo smart working “emergenziale”

II cosiddetto smart working di natura emergenziale ha avuto diversi punti deboli. Non tanti da rinnegare l’utilità del lavoro a distanza in una situazione in cui l’alternativa era la chiusura di tante aziende, ma il metodo messo in campo durante la pandemia non è stato il migliore.
“Nella maggior parte dei casi – ribadisce Adami – non si è trattato veramente di smart working, quanto invece di lavoro da casa, senza quindi l’agilità che definisce il lavoro agile. Ci sono state aziende – aggiunge Adami – che hanno mostrato un livello di fiducia molto basso nei confronti dei dipendenti che lavoravano a distanza, nonché dipendenti che a loro volta hanno avuto difficoltà a mantenere le proprie performance lavorando nei propri spazi domestici”.

Organizzare meglio l’ibrido tra lavoro in sede e lavoro a distanza

Se molte aziende continueranno ad adottare lo smart working sarà necessario organizzare alla perfezione questo ‘ibrido’ tra lavoro in sede e lavoro a distanza.
“Non ci sono dubbi – conferma Adami – le imprese devono organizzarsi per trasmettere fiducia ai dipendenti, per ridurre al minimo lo stress, e per creare momenti di condivisione. Diventa fondamentale fissare delle regole chiare, sottolineando l’importanza della disconnessione, e abbandonando una volta per tutte la cultura del cartellino: deve essere chiaro che a guidare lo smart working non è l’orario fisso, quanto invece la produttività dei lavoratori”.

Italiani e risparmio: cosa cambia dopo il Covid

Il peggio sembra essere passato, e la minaccia del Covid, per quanto ancora presente, si è ridotta, inducendo il 54% degli italiani a pensare l’emergenza sanitaria sia prossima alla fine. E questo induce ad ampliare le proprie prospettive economiche verso un orizzonte a medio termine. In occasione della 97° Giornata Mondiale del Risparmio, è stata presentata la 21° edizione dell’indagine Acri-Ipsos Gli Italiani e il Risparmio, che delinea il livello di soddisfazione per la propria situazione economica e il proprio tenore di vita, l’atteggiamento e la propensione verso il risparmio, evidenziando i cambiamenti rispetto all’anno passato.

Risparmio o sacrificio?

L’indagine conferma l’evidenza colta lo scorso anno: accanto a una quota di italiani in grado di resistere alle difficoltà (38%), con una situazione economica in miglioramento (13%), persiste una quota non trascurabile, e in crescita, che ha esaurito o è prossima a esaurire le risorse a propria disposizione, sottolineando gravi mancanze (49% vs. 47% nel 2020). Rimane però molto alta la percentuale di italiani che sono riusciti ad accumulare risparmi negli ultimi 12 mesi, e che lo hanno fatto con tranquillità (45%) guardando soprattutto al futuro. Al contempo, rispetto al 2020 è tornato a risalire il numero di famiglie che ha fatto ricorso a risorse proprie o a prestiti (19% vs. 16% nel 2020), descrivendo una situazione che ha portato ad associare il risparmio a un senso di sacrificio.

Risparmio privato e senso di compartecipazione allo sviluppo sociale

Rispetto al 2020 gli aiuti europei e il PNRR, e la fiducia nel Governo e nel suo operato portano il 40% degli italiani a intravedere prospettive di miglioramento nei prossimi anni. Il cambio di scenario contribuisce a far maturare la consapevolezza del legame esistente tra risparmio privato e rafforzamento del senso di compartecipazione allo sviluppo sociale e civile (fondamentale per il 79% degli italiani vs. 77% nel 2020). Le direttrici lungo cui agire per rendere proficuo questo legame sono la formazione, attraverso cui dare spazio e creare occasioni per la realizzazione professionale dei giovani e per riqualificare i lavoratori (61%,), il welfare, per sostenere le fasce più deboli della popolazione (62%), e la competitività, che non può prescindere da un percorso dettato dalla transizione ecologica verso modelli di sviluppo sostenibili (64%).

La necessità di un modello inclusivo che ‘non lasci indietro nessuno’

È quindi forte e condivisa la necessità di un modello inclusivo che ‘non lasci indietro nessuno’ nel recupero sociale. L’uscita dall’emergenza sanitaria rischia infatti di allargare la forbice tra chi sta meglio e chi invece è in difficoltà. In questo contesto, cresce l’interesse per il ruolo del non profit (per il 53% è fondamentale o importante), e più in generale, dei corpi intermedi (per il 39% è fondamentale o importante), che aiutano a intercettare le criticità e a trovare soluzioni per affrontare i problemi di oggi e scongiurare quelli che verranno.