Italiani e competenze digitali, ancora sotto la media europea

Gli italiani hanno competenze digitali allo stesso livello dei “colleghi” europei? Oppure sono più avanti o più indietro? Ancora, esistono delle differenze a livello territoriale tra gli abitanti del Nord, Centro o Sud in merito al know how tecnologico? A queste questioni ha cercato di rispondere l’analisi realizzata dal Centro studi ImpresaLavoro realizzata su elaborazione di dati Istat, Eurostat e Unioncamere sistema informativo. Le evidenze sono molto interessanti: si scopre ad esempio che in Europa, nel 2021, le persone che possiedono competenze digitali superiori al livello base sono in media il 26%. Sopra la media europea si collocano l’Olanda (52%), la Finlandia (48%), l’Islanda (45%), la Norvegia (43%), l’Irlanda e la Svizzera (40%). Al contrario, i Paesi con il numero minore sono l’Albania (4%), Bosnia ed Erzegovina (5%), Macedonia del Nord e Bulgaria (8%), Montenegro e Romania (9%). L’Italia si colloca ancora sotto la media europea registrando il 23% di individui con competenze digitali superiori al livello base.

Quali sono le skills tech richieste dalle aziende? 

Inutile negare che le competenze digitali siano fondamentali nei processi di trasformazione delle imprese, e naturalmente anche le risorse devono seguire questo trend. Sempre più imprese richiedono ai propri dipendenti, oltre alle skills di base, di possedere competenze digitali elevate. Com’è, a tal proposito, la situazione italiana corrente? A livello regionale, si evince che la percentuale degli individui che possiedono un livello elevato di competenze digitali si raggruppa nel Nord Italia, principalmente in Valle d’Aosta (28,3%), Lombardia (26,6%), Friuli-Venezia Giulia (25,8%), Trentino-Alto Adige (25,7%) ed Emilia-Romagna (25%). Al contrario, si nota un minor numero di individui che detengono competenze digitali elevate in Sicilia (14,4%), Campania (16,6%), Calabria (16,7%), Basilicata (17,8%) e Puglia (18%).

Più preparati i giovani

Un’altra evidenza emersa dall’analisi è che sono le nuove generazioni le più preparate in ambito tecnologico. Le fasce d’età risultano essere un fattore importante: con l’aumento degli anni, infatti, il livello di competenze digitali diminuisce. I giovani tra i 20-24 anni possiedono un livello di competenze avanzato (41,5%) insieme ai ragazzi tra i 16-19 anni (36,2%). Il livello scende fra gli adulti tra i 45-54 anni (20,3%) e tra i 65-74 anni (4,4%). Ci sono delle differenze anche a livello territoriale: nel 2021 si evince che la richiesta da parte delle imprese di competenze digitali e linguaggi e metodi matematici è maggiore al Nord Ovest rispetto al resto del Paese. In Italia sono particolarmente richieste le competenze digitali elevate al Nord Ovest (23,4%), al Centro (21,8%), al Sud e nelle Isole (20%) ed al Nord Est (18,4%).

Filiera Legno-arredo, nel 2021 supera i 49 miliardi di fatturato 

Per la filiera del legno-arredo il 2021 è stato un anno da incorniciare: si conferma la ripresa già avviata negli ultimi mesi del 2020, e dai consuntivi 2021 elaborati dal centro studi FederlegnoArredo il fatturato alla produzione dell’intero settore sale a 49,3 miliardi di euro. Un aumento complessivo in valore del 25,5% sul 2020, che conferma la doppia cifra anche sul 2019 (+14%), pari a circa 6 miliardi in più di fatturato, e un saldo commerciale di 8,2 miliardi. A determinare il risultato complessivo è l’andamento delle esportazioni, che rappresentano il 37% del fatturato totale, per un valore pari a oltre 18 miliardi di euro (+20,6% sul 2020 e +7,3% sul 2019). Ma soprattutto la dinamicità del mercato italiano, che ha sfiorato i 31 miliardi di euro (+28,7% sul 2020), spinto indubbiamente dai bonus edilizi messi in campo dal Governo.

Una rinvigorita dinamica delle esportazioni

Il 2021 ha rappresentato, pur tra notevoli difficoltà, un anno importante nel consolidamento della ripresa del settore. E per l’Italia questo ha significato anche una rinvigorita dinamica delle esportazioni.  Considerando la situazione attuale diventa però difficile azzardare previsioni per il 2022.
“Il rischio concreto è che una brusca frenata nei consumi e il clima di incertezza e preoccupazione dovuto alla guerra in Ucraina, vanifichi il recupero del 2021 – sottolinea FederlegnoArredo -. Ciononostante, l’impegno delle imprese è sempre rivolto alla ricerca di prodotti e materiali innovativi, nuovi mercati, e un nuovo sviluppo del settore che ha nella sostenibilità un elemento imprescindibile per la competitività”.

Aumenti delle materie prime e grave carenza di legno preoccupano il settore

“Purtroppo – spiega Claudio Feltrin, presidente di FederlegnoArredo – la crisi in Ucraina ha peggiorato lo scenario, portando a ulteriori aumenti delle materie prime e a una grave carenza di legno, che proviene in gran parte proprio dai territori interessati direttamente o indirettamente dal conflitto, per un valore complessivo che supera i 200 milioni di euro all’anno. Basti pensare che con l’ultimo pacchetto di sanzioni europee verso la Russia è vietato acquistare, importare o trasferire nell’Unione, direttamente o indirettamente, se sono originari della Russia o sono esportati dalla Russia, legno, carbone di legna e lavori di legno di qualsiasi specie legnosa”.

Raggiungere gli obiettivi della Strategia forestale nazionale

“Siamo pertanto convinti che questo sia il momento opportuno, e non più rimandabile, per diventare più autonomi mettendo da subito in atto le azioni necessarie per il raggiungimento degli obiettivi previsti dalla Strategia forestale nazionale, basata su una gestione rispettosa dell’ambiente, sullo sviluppo della filiera italiana del bosco e delle nostre segherie – rimarca Feltrin, come riferisce Italpress-. I dati dell’export confermano che l’Europa è ancora il bacino più importante per il legno-arredo e dobbiamo difendere assolutamente questo primato, cercando di consolidarci sempre di più anche negli Stati Uniti, e tenendo d’occhio il colosso cinese, che ha registrato un +9,4% sul 2019, ma che può contemporaneamente diventare un temibile competitor in grado di acquistare materia prima a prezzi per noi improponibili”.

Slow shopping, la nuova tendenza è acquistare lento 

Se la logica del fast shopping è quella dell’iperproduzione e dell’iperconsumo, a basso costo e bassa qualità, lo slow shopping privilegia la qualità e la durata, tenendo conto del tempo della lavorazione del prodotto, del lavoro che ci sta dietro e del fatto che ci accompagnerà a lungo perché utile e funzionale. È un concetto di consumo che implica un cambiamento nella scala di valori e atteggiamenti, sia dal punto di vista della sostenibilità sia dello sviluppo economico e del progresso sociale. Lo shopping lento può eliminare l’acquisto impulsivo e può aiutare i consumatori a decidere se c’è davvero bisogno di acquistare un determinato prodotto o meno. Ma significa anche tempi lenti di acquisto, senza ansie da accaparramento, e senza essere condizionati dalle offerte promozionali.

Tornano in auge le vendite porta a porta

Insomma, qualità, esclusività e sostenibilità sono i fattori che vale la pena considerare al momento di decidere il prossimo acquisto. Questo potrebbe spiegare anche la fortuna delle vendite dirette porta a porta, che anche in tempi di pandemia sono andate a gonfie vele. L’appuntamento con il venditore non necessariamente è finalizzato all’acquisto immediato, è altamente personalizzabile e ha un valore di contatto umano prezioso. Ma lo slow shopping è anche parente dell’evoluzione degli acquisti in chiave esperienziale: vedere come l’agente porta a porta sta rinnovando il materasso nella dimostrazione di pulizia a fondo, o come nel party plan (vendita per riunioni) si realizzi una cena gourmet con un robot da cucina, sono appunto esperienze.

Al servizio di chi ha difficoltà

In Gran Bretagna slow shopping è anche un movimento che “si rivolge a chiunque abbia bisogno di più tempo per pensare durante gli acquisti”. In pratica, si tratta di in servizio per accompagnare clienti disabili, anziani o persone che potrebbero non essere abili nella lettura. Lo ha fondato Katherine Vero, dopo aver visto cosa accadeva alla sua mamma anziana mentre faceva acquisti: dimenticava il pin della carta di credito o non ricordava bene cosa le serviva. Da lì l’idea di una rete di aiuto, perché gli acquisti non divengano un’esperienza problematica.

Videoconsulenza o sevizio a domicilio

Shopping lento significa anche che i clienti devono godersi l’esperienza prima di acquistare qualsiasi prodotto, specie se costa un bel po’ ed è destinato a durare per anni. Un’idea anche di alcuni marchi di abbigliamento, come Lanieri, ad esempio, che realizza abiti su misura da uomo con videoconsulenze: si prenota un appuntamento virtuale in compagnia di uno style advisor, si scoprono i prodotti e si crea il capo su misura che poi viene recapitato a casa. Offre invece servizio a domicilio nelle principali città d’Europa, riporta Ansa, la sartoria veronese DeLuca, mentre Suitable a Milano oltre a tessuti pregiati utilizza lo scanner 3d per costruire il fit perfetto. Sono poi consulenze a domicilio quelle di arredatori e plant designer che progettano spazi verdi indoor e outdoor, mentre i wellness designer di Perdormire guidano online il live shopping.

La Gen Z prende le distanze da Instagram e TikTok?

TikTok e Instagram sono ‘tossiche’ e ‘ossessive’. Così la Gen Z prende le distanze dai social media, e riguadagna il controllo del suo tempo. Lo conferma un sondaggio commissionato dalla banca di investimento Piper Sandler: solo il 22% degli intervistati di età compresa tra i 7 e i 22 anni, ovvero i nati tra il 1995 e il 2010, ha indicato Instagram come la propria app preferita, una percentuale in calo rispetto al 31% della primavera 2020, riporta Ansa.
“Quando la elimini ti rendi conto che non ne hai bisogno”, ha dichiarato al New York Post la ventenne Gabriella Steinerman, rivelando di aver abbandonato Instagram e TikTok nel 2019, e raccontando che il sollievo successivo è stato quasi immediato.
Anche il 22enne studente della Penn State Pat Hamrick ha abbandonato Facebook e Instagram due anni fa: “Mi ha fatto sentire meglio nella vita di tutti i giorni, ora faccio le mie cose a modo mio”.

Per il 56% degli zoomer i social media fanno sentire esclusi dai coetanei

Insomma, nonostante gli zoomer siano noti per rimanere incollati allo smartphone, un piccolo gruppo di ventenni sta cominciando a prendere posizione contro TikTok e Instagram. Se Steinerman e Hamrick hanno dato voce all’opinione di migliaia di giovani utenti della Gen Z, è impossibile dimenticare il rapporto del Wall Street Journal, che ha portato alla luce quanto Instagram sia pericoloso per la salute mentale degli adolescenti, sempre alle prese con la necessità di dover assomigliare a modelli stereotipati e di successo. E una ricerca condotta da Tallo a dicembre scorso ha rivelato che il 56% degli zoomer sostiene che i social media li ha fatti sentire esclusi dai coetanei.

Si inizia a mettere in discussione il sistema di condivisione dei video

Le piattaforme, quindi, risultano essere una fonte inesauribile di ansia. Secondo la ricerca di Tallo, gli utenti della Gen Z preferiscono TikTok a Instagram, con il 34% degli intervistati che la definisce la sua app preferita. Eppure, anche gli utenti più devoti mettono in discussione il sistema di condivisione dei video, che induce a farli sentire in competizione con gli altri. Sempre secondo la ricerca di Tallo, 3 giovani su 4 affermano che i social media le hanno spinte a “confrontarsi con le coetanee”. Qualcun altro, invece, definisce TikTok incredibilmente fastidioso.

Meglio BeReal, l’app anti-Instagram

Ma se TikTok e Instagram non sono più i social preferiti dalla Gen Z, dove rivolgeranno la loro attenzione? Anzitutto su BeReal, la piattaforma lanciata nel 2020 con l’obiettivo di essere una sorta di anti-Instagram. Nel tentativo di combattere la dipendenza da schermo, l’app concede agli utenti finestre di tempo di due minuti per pubblicare scatti non modificati, del tutto privi di filtri, riferisce Techprincess. C’è anche da considerare che qualcuno non ha mai davvero ceduto alla tentazione dei social media. Ma cosa faranno gli adolescenti nel loro tempo libero se non lo impiegheranno a ‘scrollare’?

I 5 consigli per il colloquio di lavoro perfetto

Chi sta cercando una nuova occupazione sa quanto è importante essere contattati per una job interview. Ma una cosa è essere invitati a un colloquio di lavoro, un’altra è essere selezionati tra gli altri candidati per essere assunti. Durante il colloquio è necessario confermare quanto l’azienda ha visto nel cv, ma lo stress può rovinare tutto. 
“Tutti, anche chi ha alle spalle una lunga carriera costellata da successi professionali, provano almeno un po’ di agitazione nel presentarsi a un colloquio di lavoro”, commenta Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati.
Lo stress è infatti certamente un nemico delle buone prestazioni, porta ad apparire insicuri, a dare risposte sbagliate, a non pensare chiaramente. Ma come si combatte lo stress per dare il meglio durante l’incontro con l’head hunter o il recruiter?

Esercitarsi a rispondere alle domande e informarsi sull’azienda

“La chiave – spiega Adami – è la preparazione”. Quando ci si sente pronti, lo stress diminuisce. Ma cosa significa prepararsi per una job interview? Secondo l’head hunter, gli step per prepararsi a un colloquio di lavoro sono 5. Il primo è esercitarsi a rispondere alle domande più probabili.
“Il fatto di allenarsi a casa, da soli o con qualcun altro, a rispondere alle potenziali domande del selezionatore, può aiutare a farsi trovare pronti”, conferma Adami. 
Prima di un colloquio risulta anche premiante trovare informazioni sulla storia, sulla filosofia e sulle attività dell’azienda. “È possibile trovare dati utili sul relativo sito web, sui social, sulla stampa locale e settoriale – aggiunge Adami-. In questo modo si conoscerà meglio il proprio interlocutore, e si potranno avere indizi importanti sul tipo di candidato che stanno cercando”.

La prima impressione è importante

“L’orario giusto, l’abbigliamento consono: un candidato che si presenta al colloquio in ritardo, o quello che si presenta con un outfit del tutto diverso da quello che si richiederebbe in azienda, inizia inevitabilmente con il piede sbagliato – sottolinea l’head hunter -. Non si viene certo premiati per il modo di vestire, ma è possibile sicuramente perdere punti nel momento in cui ci si presenta con un outfit che dimostra non essere in linea con la cultura aziendale”.

Precisione e brevità, e prepararsi a domande scomode

“Il selezionatore pone domande precise per raccogliere risposte altrettanto precise – ribadisce Adami -. Per il candidato è quindi premiante dare risposte dettagliate, evitando affermazioni generiche. Allo stesso tempo, è bene non dilungarsi, così da poter dimostrare capacità di sintesi”.
Ma prima di presentarsi a un colloquio di lavoro è bene mettersi dalla parte del selezionatore o della stessa azienda, per “leggere il proprio curriculum vitae con i loro occhi – consiglia Adami -. Ci sono incongruenze nella propria carriera? Perché sono state fatte determinate scelte? Perché si è deciso di cambiare lavoro? Cosa è andato storto nelle occupazioni precedenti? Analizzare questi elementi a freddo, prima del colloquio, può essere prezioso per dare risposte sincere e chiare al momento dell’incontro”.

Come superare gli shock globali? Con capacità predittive e un ‘tocco femminile’

Come attraversare gli shock globali? Dai rincari per i beni energetici alle code per l’olio di semi di girasole fino agli attacchi cyber, la pandemia, la guerra in Ucraina e le crisi globali hanno fortemente impattato sulle nostre economie e sul nostro quotidiano.

“In questo contesto una catena di fornitura e approvvigionamenti solida e a prova di interruzioni è un fattore vitale innanzitutto per la normale operatività delle imprese, prima ancora che della loro capacità di competere sul mercato – spiega Fabio Zonta, esperto del settore cpo di Engineering, la tech company italiana -. Per questo, frettolosamente, le aziende stanno modernizzando la direzione acquisti rafforzando i team, non solo in termini numerici, ma soprattutto in termini di qualità e competenze professionali, in un mix uomo/donna necessariamente equilibrato”. 

Viva le donne in azienda 

“Le donne – sostiene Fabio Zonta – hanno la grande capacità di selezionare l’oggetto o il servizio da comprare: non si fermano al primo riscontro e approfondiscono in maniera metodica sondando qualsiasi opportunità che il mercato mette a disposizione, solo dopo decidono cosa acquistare. E poi, per indole, hanno migliori abilità nella negoziazione, riescono a far valere i loro punti di vista nel rispetto delle esigenze e dei diritti altrui senza mai farsi mettere in soggezione dalla contro parte – aggiunge Zonta -. Hanno la capacità di porsi un obiettivo e raggiungerlo senza fermarsi alle prime difficoltà. Nella mia organizzazione il 75% sono donne e in azienda la percentuale è comunque al di sopra della media del settore”.

Investire nella formazione dei manager

“Per le imprese – continua Marina Verderajme, presidente nazionale di Gidp, associazione direttori risorse umane – è diventata fondamentale la valutazione dei rischi esterni per una efficace strategia di impresa, e investire nella formazione di manager con competenze specifiche consente all’azienda di prevenire e indirizzare il proprio business verso la costante crescita anche diversificando le attività. Il manager si trasforma pertanto dall’attuale responsabile acquisti, con una retribuzione tra i 50 e 60 mila euro, a un chief procurement officer (cpo), che nelle grandi imprese raggiunge fino a 500 mila euro”.

Il multi-talento è un plus

In tal senso la figura del cpo deve evolversi significativamente, diventando una figura centrale nelle scelte strategiche aziendali e sviluppando competenze che spaziano dall’AI al risk management, dalle tecniche di negoziazione internazionale alle competenze tecniche, dalla gestione delle risorse umane alla comprensione dei modelli predittivi.
E sebbene tradizionalmente questo ruolo sia stato ricoperto in prevalenza da uomini è sempre più marcata l’esigenza di una managerialità femminile, in una funzione in cui il multi-talento è un plus.

Cibo, emozione e sensazioni: non si mangia solo per appetito 

Il cibo è entrato sempre più nella sfera emozionale delle persone ed è capace di trasmettere sensazioni positive, in particolare quando c’è bisogno di ritrovare felicità e benessere attraverso le azioni quotidiane. Mangiare, quindi, non è solo soddisfare l’appetito, ma rappresenta una vera e propria esperienza multisensoriale, che non abbraccia solo il gusto, ma tutti e cinque i sensi. Insomma, il cibo è vita, conforto e speranza. Lo dimostra la ricerca su cibo, emozioni e sensazioni condotta in Italia da Uber Eats. Ma quale significato viene attribuito all’atto del ‘mangiare’? Per il 71% degli intervistati non il semplice appetito, ma il fatto di consumare cibi nutrienti e al tempo stesso gustosi.
Per il 56% degli intervistati il cibo infatti conta ‘molto’, ed è un elemento fondamentale che fa la differenza, sollecitando le sensazioni più disparate nel nostro umore e nei nostri palati.

Ricordi felici e nostalgia dell’infanzia

Mentre si assapora un cibo ‘che piace’ la sensazione dominante è la felicità (71%), seguita da piacere (64%) e serenità (61%). Quanto alla tipologia di cibo più associato alla felicità, vince la cioccolata, sul podio con pizza e tiramisù. Alla domanda ‘quali sensazioni può trasmettere l’odore di una pietanza’, la risposta che ha segnato più preferenze (61%) è ‘i ricordi felici legati al passato’, seguita da ‘la nostalgia dell’infanzia’ (56%) e ‘luoghi e persone legate a quel piatto’ (52%). Meno importanza viene attribuita al senso del tatto, che il 36% degli intervistati considera poco importante. Ovviamente la parte del corpo più coinvolta nell’esperienza tattile legata la cibo è il palato (29%), seguito da labbra (25%) e mani (24%).

Energia, tranquillità e consolazione

Il 31% degli intervistati considera il fattore estetico un elemento molto importante quando si tratta di alimenti, mentre per il 9% ‘non conta nulla’. Un piatto di colore caldo suscita energia (54%), calore (47%) e sicurezza (39%), sensazioni che evocano i primi giorni di vita.  Quanto alle pietanze di colore freddo ispirano tranquillità (54%), appagamento (47%) e contentezza (33%).
Il cibo dolce poi consente di esprimere gioia (61%), dolcezza (55%) e consolazione (51%), mentre il cibo salato è associato a felicità (62%), senso di rigenerazione (55%) e relax (49%). Una categoria a parte è il cibo croccante, che mentre viene consumato genera un senso di ricarica (59%), piacere (53%) e soddisfazione (46%).

Il gusto vince su prezzo e valori nutrizionali

In Italia è il pranzo il pasto più importante della giornata (35%), e il luogo preferito in cui consumare il cibo è ‘casa propria’ (34%), seguita da casa di amici o parenti (24%), locali o ristoranti (27%) e all’aperto (15%). Sebbene valori nutrizionali (54%) o prezzo (49%) siano elementi importanti al momento della scelta di un alimento, il fattore che più di altri spinge a prendere una decisione è il gusto (63%). Un’altra condizione che implica aspetti emotivi è la modalità con cui si preferisce consumare il cibo. Il 41% degli intervistati preferisce consumare il pasto ordinando da casa, mentre il 25% preferisce mangiare fuori e il 22% opta per mettersi ai fornelli.

Ogni quanto va fatta manutenzione alla caldaia?

Effettuare la manutenzione periodica della caldaia è una buona abitudine per più di un motivo. Da un lato infatti, grazie alla pulizia approfondita che il tecnico andrà ad effettuare, è possibile migliorare le prestazioni della caldaia e l’efficienza dell’intero impianto.

In questo caso il guadagno è tutto relativo ai consumi, che saranno minori, e dunque al risparmio in bolletta. Essendo più efficiente infatti, la caldaia sarà in grado di lavorare meglio spendendo meno.

D’altra parte, facendo effettuare la giusta manutenzione alla caldaia vi è un’importante convenienza anche per quel che riguarda la sicurezza. Grazie infatti al controllo e sostituzione delle parti consumabili, si ha la certezza di non andare incontro a spiacevoli episodi legati appunto all’usura eccessiva e alla mancanza di manutenzione.

Tali episodi vengono purtroppo spesso alle cronache e le conseguenze non sono sicuramente piacevoli, ragion per cui è bene effettuare la manutenzione periodica della propria caldaia.

Quando effettuare la manutenzione ordinaria della caldaia

Per rispondere a questa domanda è necessario leggere il libretto rilasciato dalla casa madre che contiene istruzioni tecniche relative all’utilizzo della caldaia.

In assenza di tali informazioni, sarà direttamente il tecnico specializzato nella installazione caldaie a suggerire la giusta frequenza con la quale effettuare la manutenzione ordinaria. Di norma, il consiglio generale è quello di fare effettuare questo tipo di manutenzione una volta l’anno.

Cosa fa il tecnico durante la manutenzione della caldaia

Solitamente il tecnico specializzato si dedica a tutti quei componenti che sono maggiormente soggetti ad usura e degrado come ad esempio la camera di combustione, le guarnizioni, i ventilatori e gli elettrodi.

In particolar modo vengono analizzati e puliti il bruciatore e lo scambiatore. Il bruciatore è quel componente giorno in cui si verifica l’incontro tra il comburente ed il combustibile al fine di poter far avviare la combustione che poi consente all’acqua di riscaldarsi.

Si accumulano, proprio a seguito di questo lavoro, delle scorie al suo interno che vanno rimosse per evitare che possano causare dei malfunzionamenti.

Lo scambiatore di calore invece è quell’elemento in cui convoglia l’acqua fredda che viene successivamente riscaldata e dunque immessa nel circuito del nostro impianto di riscaldamento.

Quanto costa la manutenzione della caldaia?

Non c’è una cifra fissa per quel che riguarda il costo della manutenzione della caldaia, ma solitamente quella ordinaria oscilla tra le 50€ e le 100€. Da non confondere questo tipo di operazione con quella del controllo dei fumi che costa all’incirca 100€.

Provvedere a questo tipo di manutenzione non è una decisione facoltativa del singolo cittadino ma è la legge stessa prevederla, per mezzo del decreto n. 74 del 15 aprile 2013.

Chi non si adegua, e dunque non provvede alla giusta manutenzione della propria caldaia, può andare incontro ad una sanzione pecuniaria che ha un importo variabile.

In quale periodo dell’anno far fare la manutenzione alla caldaia?

Contrariamente a quel che si può pensare, ovvero che sia necessario fare effettuare questo tipo di manutenzione prima che cominci l’inverno, diciamo che non c’è un momento dell’anno adatto per la manutenzione della caldaia dato che questa è comunque sempre utilizzata a prescindere dai riscaldamenti.

Ricordiamo infatti che facciamo utilizzo della caldaia anche quando semplicemente apriamo il rubinetto dell’acqua calda.

Conclusione

Dunque fare effettuare la giusta manutenzione alla nostra caldaia è assolutamente importante. Lo è sia dal punto di vista della sicurezza che per quel che riguarda l’efficienza energetica del nostro dispositivo.

Facciamo bene allora a far effettuare quindi questo tipo di operazione ad un tecnico specializzato ogni anno, e saremo sempre al sicuro da spiacevoli sorprese.

Imprese “rosa”: solo il 22% ma il PNRR potrebbe ridurre il gender gap

Le imprese femminili in Italia rappresentano solo il 22% del totale delle imprese italiane, e a febbraio 2022 risultano essere 1.381.987. Secondo l’analisi di CRIF il 76% è una Ditta Individuale, il 15% è una Società di Capitale, l’8% Società di Persone e un 1% è rappresentato da Associazioni iscritte in CCIAA (enti, fondazioni e società anonime). Quanto all’incidenza delle imprese femminili rispetto al totale delle imprese, le forme giuridiche con la quota più alta sono Società di persone (27%) e Ditte Individuali (26%).
“I dati oggi confermano che la strada per colmare il gender gap in Italia è ancora lunga, ci auguriamo che il PNRR possa dare una forte accelerazione allo sviluppo dell’imprenditoria femminile – spiega Gaia Cioci, Senior Director di CRIF -. In questa direzione va il decreto del 24 novembre 2021 che ha integrato le risorse a sostegno con i 400 milioni di euro previsti dall’investimento 1.2 ‘Creazione di imprese femminili’ dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”. 

Le imprese femminili nei settori economici

Quanto all’incidenza di imprese femminili nei vari settori economici, la situazione appare estremamente variegata. Il 40% delle imprese che operano nel settore dei lavori domestici è femminile, così come il 38% di quelle attive nella sanità, mentre quasi 1 impresa su 3 è femminile nei servizi di alloggio e ristorazione e di istruzione. L’attività manifatturiera e i servizi di informazione e comunicazione sono riconducibili nel 18% dei casi a imprese femminili. Seguono, per incidenza, i settori agricoltura, attività immobiliare, noleggio e agenzie di viaggio e attività artistiche. Alcuni settori rimangono però ancora appannaggio quasi totale di imprese maschili, come nel caso dell’estrazione di minerali, fornitura di energia elettrica, fornitura di acqua e costruzioni.

Distribuzione sul territorio e presenza nelle regioni

L’analisi territoriale mostra una distribuzione sufficientemente equilibrata tra tutte le regioni del Paese. Quelle con la maggiore concentrazione di imprese femminili sono Basilicata, Molise, Umbria, con un’incidenza del 25% sul totale, seguite da Abruzzo, Calabria, Liguria, Sicilia e Valle d’Aosta con il 24%. Lombardia e Trentino Alto Adige registrano invece solo il 19% di imprese “rosa”, pur essendo regioni a elevata imprenditorialità. Discorso analogo per il Veneto, con il 20% di imprese femminili.

Gli investimenti per la digitalizzazione

L’investimento 1.2 dedicato alla Creazione di imprese femminili previsto dal PNRR si prefigge di sostenere la realizzazione di progetti aziendali innovativi per imprese già costituite e operanti a conduzione femminile, o prevalente partecipazione femminile, quali, ad esempio, la digitalizzazione delle linee di produzione o il passaggio all’energia verde. CRIF ha sviluppato algoritmi basati sull’AI in grado di misurare il livello di digital attitude delle imprese femminili. E dal profiling emerge che l’88% di queste si caratterizza per una bassa digitalizzazione, contro un 61% della media nazionale. Inoltre, nelle fasce con livello medio-alto e alto di digitalizzazione ricade solo il 5% di imprese femminili, contro un 16,7% delle imprese totali.

Lo sport e il wellness come cura al burnout lavorativo

Wellbeing sembra essere la parola d’ordine degli ultimi anni, ovvero la volontà (se non la necessità) di coniugare al meglio vita personale e vita professionale, senza troppo stress e soprattutto senza conflitti sul posto di lavoro. Anche perché gli episodi di burnout sono purtroppo frequenti, specie dopo i lunghi mesi segnati dalla pandemia.

L’importanza della salute mentale

Le ultimissime ricerche (dati Ipsos, gennaio 2022 della ricerca Being Mind-Healthy) dicono che solo il 24% degli italiani ritiene che il sistema sanitario pubblico fornisca un supporto adeguato e solo il 31% ritiene che il proprio datore di lavoro dia sostegno ai collaboratori quando si tratta di salute mentale. La tendenza, sempre secondo la ricerca Ipsos, vede le donne e i più giovani, in particolare in Europa e specialmente in Italia, tra le categorie più colpite nel benessere psicologico a causa della pandemia (48% in Italia, contro il 33% a livello globale). Ma non è tutto. L’Italia risulta, insieme a Francia e Giappone, a quasi due anni dallo scoppio della pandemia tra i Paesi la cui popolazione è più colpita sul fronte della salute mentale. Tra l’altro, secondo un’altra indagine (BVA Doxa ottobre 2021), quasi l’85% delle persone considera il proprio benessere psicologico generale correlato al proprio benessere sul lavoro e viceversa.

Quali le conseguenze

Gli esempi di quali siano le conseguenze del malessere sul posto di lavoro sono purtroppo tanti e documentati. Casi di burnout almeno una volta nell’ultimo anno per l’80% di lavoratrici e lavoratori; difficoltà a definire i confini tra lavoro e vita privata per il 51%; casi di ansia e insonnia per motivi legati al lavoro per il 49% dei dipendenti italiani.

La salute passa per lo sport

“Secondo le ultime ricerche le aziende giocheranno un ruolo sempre più cruciale nel migliorare la prevenzione, il supporto e la cura della salute e del benessere delle persone” conferma Filippo Santoro, Managing Director di Urban Sports Club Italia, applicazione che si occupa di fornire soluzioni di sport e benessere di ogni tipo alle imprese. “Lo sport e le attività legate al benessere psicofisico costituiscono un benefit straordinario in grado di ridurre il livello di stress, favorire la coesione tra le persone e contribuire a migliorare salute e felicità. Ecco perchè parliamo di benefitness. Noi di Urban Sports Club ci poniamo come solution provider per offrire sport e benessere con una proposta completa che permette l’accesso a migliaia di strutture sportive, dalle classi online alle attività outdoor, con un’offerta che può adattarsi in modo personalizzato alle esigenze di ogni azienda”.