Aziende: cresce il fabbisogno di competenze green e sostenibili

Lo ha dichiarato Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager e 4Manager: “Per affrontare uno scenario geopolitico e geoeconomico in tumultuoso cambiamento assistiamo a una crescita annuale pari al 5% della domanda di competenze manageriali con green skill sempre più precise”.
Le figure più richieste dalle aziende nell’ultimo anno sono Sustainability Manager, Environmental Manager, Governance Manager, Social Manager ed Energy Manager. Secondo l’Osservatorio 4.Manager, nel quadro degli obiettivi dell’Agenda 2030 più della metà delle grandi e medie imprese cerca infatti professionisti in grado di comprendere i processi aziendali, individuarne i punti deboli, riorganizzare la gestione interna e pianificare la migliore strategia in un’ottica di efficientamento e sostenibilità. 

La strategia di trasformazione di Gmi e Pmi

Il 58% delle grandi e medie imprese (Gmi) e il 40% delle piccole hanno elaborato una strategia di trasformazione di lungo periodo per diventare sostenibili. Le medie e grandi imprese più orientate all’innovazione e alla trasformazione sostenibile sono quelle che negli ultimi tre anni hanno assunto manager (83%), lavoratori con elevate competenze tecniche (87%) e scientifiche (77%), e che hanno incrementato le risorse per la formazione di manager (73%), lavoratori con elevate competenze scientifiche (75%) e tecniche (78%). I principali fattori di attrito alla crescita e allo sviluppo delle imprese sono la difficoltà di reperimento delle competenze sul mercato del lavoro (35%), gli ostacoli di natura normativa o burocratica (31%), e la carenza di competenze manageriali interne (23%).

La transizione ecologica e il PNRR

“L’Italia deve strutturare un piano che analizzi oggettivamente come rispondere alla crescente domanda di approvvigionamento energetico – continua Cuzzilla – contemperando le esigenze di produzione del sistema industriale, e quindi di crescita del Paese, con quelle di sostenibilità ambientale. È questa la transizione ecologica che auspichiamo nel solco del percorso intrapreso dal PNRR e che necessita di precise competenze tecniche, scientifiche e manageriali”.
Negli ultimi dodici mesi, riferisce Adnkronos, sono quindi in forte crescita le qualifiche professionali del Sustainability Manager (il Coordinatore sostenibilità, +46%), e altre figure manageriali della sostenibilità più specialistiche (+38%) o di carattere consulenziale (+25%).

Cercasi professionalità preparate sui temi Esg

Le competenze più richieste riguardano ambiti quali Bilanci (+207%), Responsabilità sociale (+69%), Ambiente, salute, sicurezza (+59%), e Finanza (+42%).  Lo studio rivela poi un’evoluzione del tradizionale paradigma competitivo verso professionalità preparate sui temi Esg (Environmental-Social-Governance), continuamente formate e capaci di rispondere ai fabbisogni delle imprese.
In particolare, aumento del volume di affari e della profittabilità attraverso lo sviluppo di business e sistema reputazionale, aumento delle opportunità finanziarie, quindi di accesso al credito, investimento, fiscalità, e potenziamento strutturale della competitività aziendale e delle relazioni con gli stakeholder.

Imprese: nel 2022 fatturati in crescita, ma marginalità in calo

La ripresa economica registrata nel 2021 ha consentito un importante recupero del fatturato e dei margini delle aziende italiane, seppur con grosse differenze tra i diversi settori. La dinamica inflazionistica continuerà a spingere verso l’alto i fatturati anche nel 2022, previsti al +9% sia rispetto al 2021 sia al 2019. Tuttavia, l’attuale contesto caratterizzato da molteplici tensioni e fattori di incertezza, comporta una revisione al ribasso delle prospettive 2022 sul fronte della marginalità operativa. È prevista infatti in calo sia rispetto al 2021 (-40 bps) sia rispetto al 2019 (-50 bps), prima che la diffusione della pandemia arrivasse a condizionare in modo tanto pesante l’economia globale. Si tratta di alcune evidenze emerse dall’ultimo aggiornamento dell’Osservatorio CRIF Pulse.

Oltre il 40% delle imprese a rischio creditizio

Nel primo semestre 2022 le imprese italiane hanno iniziato a risentire in modo evidente dei fattori di tensione e di incertezza, tanto che oltre il 40% delle imprese si caratterizza per un livello di rischio creditizio prospettico medio-alto. A livello settoriale, risultano maggiormente esposti Turismo, Tempo Libero, Costruzioni e Immobiliare, i comparti che dall’inizio della pandemia avevano subito gli effetti più significativi, e l’Agricoltura, a causa dell’emergenza idrica e del caro energia. Le previsioni per il 2022 vedono da un lato la crescita del fatturato legata alla spinta inflazionistica e dall’altro la riduzione dei margini operativi derivante dall’incremento dei costi energetici e delle materie prime.

“L’equilibrio fonti-impieghi delle aziende italiane resta delicato”

“A livello di impatto finanziario, l’equilibrio fonti-impieghi delle aziende italiane resta delicato – spiega Simone Mirani, General Manager di CRIF Ratings -. La pressione sui margini operativi e il fabbisogno di capitale circolante saranno difficilmente compensabili nel breve termine in termini di capacità di generazione di cassa. Tuttavia, le aziende che hanno effettuato un’adeguata provvista finanziaria nel biennio 2020-2021, anche grazie agli strumenti messi in campo dal governo italiano per contenere la crisi causata dalla pandemia, dispongono di un vitale polmone di liquidità”.

Si accentuano le tensioni sul fronte della liquidità

“Da tenere presente, però, che il venir meno delle moratorie e la conseguente ripresa dei piani di rimborso del debito finanziario, unitamente all’impatto dell’impennata dei costi dell’energia e di alcune materie prime, potranno accentuare le tensioni sul fronte della liquidità, specie nei settori ad alta intensità di capitale circolante e in quelli energivori – aggiunge Simone Mirani -. Il progressivo incremento dei tassi d’interesse nell’attuale contesto potrà inoltre contribuire, specie per le aziende con elevati livelli di indebitamento, ad accrescere ulteriormente il rischio di credito nel medio termine, e il conseguente tasso di default nel biennio 2023-2024”.

Il percorso formativo di un osteopata

L’osteopata è un professionista il cui scopo è quello di guarire il paziente da fastidi e dolori che riguardano ogni zona del corpo, l’apparato muscolo-scheletrico in particolare.

Grazie all’osteopatia è possibile ristabilire l’equilibrio ed il benessere di ogni organismo, tramite particolari approcci manipolativi che interessano la zona in cui il paziente accusa fastidio o dolore.

Grazie alle tecniche manuali adoperate infatti, un bravo osteopata è in grado di andare a stimolare i meccanismi che attivano l’autoregolazione ed il ripristino dei corretti movimenti articolari, favorendo così la guarigione.

In dettaglio un osteopata, dopo avere stilato una anamnesi relativa al problema accusato dal paziente, va ad effettuare una diagnosi individuando le cause meccaniche o anatomiche che sono all’origine del fastidio.

In questa maniera è possibile individuare il trattamento più efficace ed adeguato per risolvere in tempi brevi, consentendo al paziente di tornare rapidamente alle normali attività quotidiane.

Gli studi per diventare osteopata

Il percorso di studi per diventare osteopata prevede 6 anni di studi durante i quali si approfondiscono materie quali anatomia, fisiologia, biomeccanica, neurologia e biochimica, tra l’altro.

Si tratta comunque di studio in ambito privato e non universitario, dato che al momento il Ministero della Salute non va a rilasciare alcun tipo di abilitazione all’esercizio di questa professione.

Ad ogni modo per poter operare in tale ambito è necessario che l’aspirante osteopata abbia già acquisito un titolo sanitario come fisioterapista, odontoiatria o medico chirurgo.

A questo si associano poi degli studi privati che chi vuol diventare osteopata effettua per specializzarsi e conoscere in maniera più approfondita le tecniche di manipolazione più efficaci, così come nuove tipologie di massaggio o trattamento.

Da questo punto di vista ogni corso di trattamento manuale consente dunque di approfondire e migliorare la propria conoscenza della materia, e di conseguenza offrire ai pazienti un servizio migliore.

Va ricordato infatti che, così come in ogni altro settore lavorativo prima ancora che medico, la fama di un professionista o la sua capacità di essere assunto dipendono in gran parte dal suo curriculum e dalla qualità della formazione ricevuta.

Per questo motivo ogni forma di ulteriore corso, stage o training formativo sul campo è considerato come un qualcosa in più che può fare la differenza tra un terapeuta ed un altro.

Come trova lavoro un osteopata?

Un osteopata, così come qualsiasi altro libero professionista, ha davanti a sé diverse opzioni per trovare lavoro. Egli può infatti decidere di sottoporre la propria candidatura ad ogni tipo di struttura medica in cui si offrano prestazioni sanitarie, come ad esempio ambulatori, cliniche, centri di fisioterapia e/o riabilitazione, studi medici, case di riposo e strutture poliambulatoriali.

Alla stessa maniera un osteopata può decidere di avviare il proprio studio in maniera autonoma e ricevere lì i propri clienti. All’inizio può essere dura riuscire ad attirare nuovi pazienti, ma con il passare dei mesi il giro dei clienti comincerà ad aumentare.

La figura di osteopata è inoltre molto richiesta dalle società sportive, le quali necessitano di questa importante figura professionale per curare acciacchi ed infortuni dei propri atleti, nell’ottica di accorciare i tempi di ritorno all’attività agonistica.

Inoltre nel mondo dello sport gli osteopati sono molto richiesti perché grazie ai loro trattamenti è possibile andare a diminuire le possibilità che avvenga un infortunio di tipo non traumatico e dunque prevenire eventuali lesioni legati agli allenamenti o partite.

Conclusione

Il percorso formativo di un osteopata è dunque lungo ed al tempo stesso affascinante. Non mancano di certo le opportunità di approfondire gli studi mediante corsi specifici e le opportunità di trovare buoni sbocchi lavorativi sono numerose.

L’acqua, alleata del benessere: lo stress si allontana a… sorsi

L’acqua è la più preziosa alleata del nostro benessere, lo sappiamo bene. D’altronde il nostro  organismo è composto per il 70% circa proprio dall’elemento liquido e, quando siamo ben idratanti, tutti i nostri organi e tessuti funzionano al meglio, cervello compreso. Ecco perchè una giusta idratazione è particolarmente importante al ritorno dalle vacanze, quando ci si trova a fare i conti con il ritorno l normale tran tran e ai piccoli problemi quotidiani legati a scuola e lavoro. Proprio così: bere acqua può tenere a bada lo stress. Ma qual è, nello specifico, il legame tra idratazione e stress?

Come tenere sotto controllo l’ormone dello stress

Quando siamo disidratati il nostro corpo produce eccessivi livelli di cortisolo, notoriamente conosciuto come l’ormone dello stress. Assumere la giusta quantità di liquidi, durante tutto l’arco della giornata, aiuterà a mantenere l’organismo correttamente idratato, a tenere sotto controllo i livelli di produzione di questo ormone e ad essere, di conseguenza, meno stressati e affrontare al meglio i problemi di tutti i giorni. Spesso sottovalutata, la corretta idratazione è una preziosa alleata nel mantenimento del nostro equilibrio psico-fisico. I differenti minerali presenti nell’acqua aiutano a conciliare il sonno e a combattere la fatica e lo stress accumulato nell’arco della giornata. Il giusto apporto di sodio e magnesio contribuisce a rispondere in maniera efficace alla pressione giornaliera a cui siamo  sottoposti: lo rivelano degli studi scientifici recenti.

Interrompere il circolo vizioso con otto bicchieri al giorno

“Lo stress può causare disidratazione e la disidratazione, a sua volta, può causare stress. Per interrompere questo circolo vizioso, è opportuno assumere nella nostra routine quotidiana il giusto quantitativo d’acqua, all’incirca otto bicchieri, per evitare i sintomi tipici della disidratazione come l’aumento della frequenza cardiaca, nausea, affaticamento e forti mal di testa” spiega all’Adnkronos il Professor Alessandro Zanasi, esperto dell’Osservatorio Sanpellegrino e membro della International Stockholm Water Foundation. Che prosegue: “Un’adeguata idratazione, con l’assunzione di acque a base di minerali quali magnesio e sodio, può aiutarci ad affrontare al meglio lo stress e i suoi effetti sul sistema emotivo e sul nostro corpo, come il calo di energia e di efficienza. Questi minerali sono, infatti, micronutrienti con un ruolo chiave per la regolazione dell’umore e agiscono in maniera significativa nel ridurre i livelli stress”. 

Cibi e bevande, che stangata: le famiglie spenderanno 9 miliardi in più

“Colpa” dell’effetto scatenato alla guerra in Ucraina e poi dall’aumento dell’inflazione: fatto sta che i prezzi degli alimenti e delle bevande, necessari per la spesa, ha fatto un deciso balzo in avanti. Tanto che gli italiani si vedranno costretti a subire una stangata di 9 miliardi di euro. Lo rivela un’analisi della Coldiretti, sulla base dei dati Istat sui consumi degli italiani e dell’andamento dell’inflazione nei primi sei mesi dell’anno. Una situazione che aumento l’inflazione e con essa l’area dell’indigenza alimentare la cui punta dell’iceberg in Italia sono 2,6 milioni di persone costrette addirittura a chiedere aiuto per mangiare, che sono peraltro in aumento nel 2022 a causa della crisi scatenata dalla guerra in Ucraina con l’aumento dell’inflazione, dei prezzi alimentari e i rincari delle bollette energetiche.

La mappa dei rincari

A guidare la classifica dei rincari c’è la verdura che quest’anno costerà complessivamente alle famiglie dello Stivale 1,97 miliardi in più – sottolinea Coldiretti -, e precede sul podio pane, pasta e riso, con un aggravio di 1,65 miliardi, e carne e salumi, per i quali si stima una spesa superiore di 1,54 miliardi rispetto al 2021. Al quarto posto la frutta – continua Coldiretti -, con 0,92 miliardi, precede latte, formaggi e uova (0,78 miliardi), pesce (0,77 miliardi) e olio, burro e grassi (0,59 miliardi) che è però la categoria che nei primi sei mesi del 2022 ha visto correre maggiormente i prezzi. Seguono con esborsi aggiuntivi più ridotti le categorie “acque minerali, bevande analcoliche e succhi”, “zucchero, confetture, miele, cioccolato e dolci”, “caffè, tè e cacao” e “sale, condimenti e alimenti per bambini”.

Gli aumenti delle importazioni

Un ruolo chiave nella corsa verso l’alto dei prezzi va attribuita all’import. Nel 2022 le importazioni di prodotti agroalimentari dell’estero, dal grano per il pane al mais per l’alimentazione degli animali, sono cresciute in valore di quasi un terzo (+29%), aprendo la strada al rischio di un pericoloso abbassamento degli standard di qualità e di sicurezza alimentare, secondo l’analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi ai primi cinque mesi dell’anno. La situazione è pesante soprattutto sul fronte dei cereali a causa – spiega Coldiretti – dei contraccolpi della crisi globale scatenate dal conflitto in Ucraina con le importazioni di mais che sono aumentate in valore addirittura del 66%, spinte dai rincari e dalle speculazioni, e quelle di grano tenero per il pane sono cresciute della stessa percentuale – sottolinea Coldiretti -, mentre per l’olio di girasole si arriva al +83%. 

Per la Gen Z passare il tempo con gli amici è meglio di avere un hobby 

L’Italia è il primo Paese europeo per percentuale di adolescenti che amano passare il tempo libero in compagnia dei propri amici, con 11 punti in più (67%) della media europea (56%). Gli studenti italiani, inoltre, hanno sofferto maggiormente la mancanza di interazioni sociali durante la pandemia (70%), rispetto ai coetanei degli altri Paesi (60%). In particolare, le ragazze (74%) più dei ragazzi (68%), e tra le fasce d’età, quella degli studenti tra 16-18 anni (76%). Non stupisce, quindi, che gli adolescenti italiani siano i più ‘socievoli’ d’Europa. È quanto rileva l’indagine sull’istruzione condotta dalla piattaforma di e-learning GoStudent in collaborazione con Kantar Market Research.

Anche videogames, Netflix e YouTube 

Un Gen Z italiano su 2 ama trascorrere il proprio tempo libero anche giocando ai videogames (50%) e ascoltando musica (48%). E anche in questo caso, gli adolescenti italiani (79%) sono più appassionati di videogames rispetto ai coetanei stranieri (72%). Netflix, televisione e YouTube riscuotono invece meno successo tra gli adolescenti italiani rispetto ai ragazzi delle altre nazioni. In Italia, guardare video su YouTube (47%) e intrattenersi con Netflix o la televisione (45%) sono rispettivamente al quarto e al quinto posto della classifica delle attività predilette.

Più sport e attività all’aperto, meno bicicletta

All’Italia va anche il primato per numero di giovani che inseriscono lo sport tra gli hobby prediletti: il 45% dei Gen Z italiani trascorre il tempo libero facendo attività sportiva contro il 39% della media europea. I ragazzi (56%) sono inoltre più sportivi delle ragazze (33%), e gli adolescenti tra 16-18 anni più sportivi (47%) rispetto ai 10-12enni (45%) e i 13-15enni (43%). Ma l’Italia (34%) è sul podio anche per le attività all’aria aperta. Le attività outdoor sono più popolari tra i ragazzi (37%) che tra le ragazze (30%), e i pre-adolescenti di 10-12 anni sono quelli che più amano trascorrere il proprio tempo libero all’aria aperta (42%). Andare in bicicletta invece ha riscosso solo il 21% di preferenze in Italia, un dato comunque più alto rispetto al resto d’Europa (18%).

Poco social, ancora meno lettori e artisti

Diversamente da quanto si possa pensare, passare il tempo sui social non è tra gli hobby prediletti della Gen Z, né in Italia né nel resto d’Europa. Con il 32% delle preferenze, i social network sono solo all’ottavo posto della classifica, un dato comunque più basso rispetto al resto d’Europa (36%).
Inoltre, nonostante i ragazzi italiani che amano la lettura siano oltre il 28%, più rispetto ai coetanei europei (26%), leggere non sembra rientrare tra le attività predilette dei Gen Z nostrani: nella classifica degli hobby la lettura è solo in nona posizione. C’è poi un 10%, riporta Adnkronos, che predilige dedicarsi ad attività artistiche, come dipingere o disegnare, mentre suonare uno strumento e ballare hanno riscosso rispettivamente il 10% e il 9% delle preferenze tra gli adolescenti italiani di ambo i sessi.

I consumatori tra crescita dell’inflazione e interruzioni della supply chain 

Tra crescita dell’inflazione e le interruzioni della catena di fornitura gli ultimi due anni hanno messo alla prova la resilienza dei consumatori italiani, che però mostrano di adattarsi ai cambiamenti e di essere propensi a modificare i propri comportamenti d’acquisto. Secondo la Global Consumer Insights Survey di PwC, le incertezze globali e le problematiche della catena di approvvigionamento stanno spingendo molti consumatori a rivolgersi maggiormente ai mercati del proprio circondario, e otto intervistati su dieci esprimono la volontà di pagare un prezzo più alto per prodotti di provenienza locale o nazionale. Inoltre, il 37% valuta la possibilità di rivolgersi a un rivenditore diverso o passare all’acquisto online, mentre il 29% di chi acquista online vuole dare una chance all’acquisto in negozio, e il 40% userebbe siti comparativi per verificare la disponibilità dei prodotti.

Si riducono le spese per i beni di lusso e il tempo libero

Quanto alla crescita dell’inflazione, per i prossimi sei mesi oltre il 75% dei consumatori prevede di mantenere o aumentare gli attuali livelli di spesa, in particolare, nei generi alimentari (47%), ma più di un quarto prevede di ridurre le spese in categorie quali, ad esempio, beni di lusso/premium (37%), ristoranti (34%), arte, cultura e sport (30%) e moda (25%). Nel complesso, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari è stato il problema più diffuso, citato da chi acquista in negozio (65%) e online (56%), circostanza che il 57% degli intervistati afferma di aver vissuto quasi sempre o di frequente.

Cambiare stile di vita e abitudini di acquisto

Anche gli intoppi della catena di approvvigionamento influiscono sull’esperienza di acquisto, in particolare, l’impossibilità di acquistare un prodotto a causa dell’esaurimento scorte (online 43%, in negozio 37%). I consumatori citano anche tempi di consegna più lunghi per gli acquisti online (42%) e code più lunghe o negozi affollati (36%). In ogni caso, i consumatori hanno cambiato stile di vita e abitudini di acquisto, e a causa della pandemia il 63% ha già aumentato gli acquisti online, mentre il 42% ha diminuito gli acquisti nei negozi fisici. In prospettiva, il 50% prevede di acquistare di più online, dato più alto tra Millennial (58%), giovani Millennial (57%) e Generazione Z (57%), e più basso tra Baby Boomer (32%) e Generazione X (42%).

Fattori ESG e protezione dei dati influenzano la fiducia nel marchio 

Per circa metà degli intervistati, l’approccio delle aziende ai fattori ESG influenza spesso o sempre la fiducia in quest’ultima e nel suo marchio. Per considerare l’acquisto, l’importanza dei fattori di governance (41%) e sociali (40%) supera quella dell’impegno ambientale dell’impresa (30%).
I fattori ESG pesano di più per la Generazione Z e i giovani Millennial, meno per la Generazione X e i Baby Boomer, mentre i fattori più significativi identificati per promuovere la fiducia del marchio riguardano la sicurezza dei dati e l’esperienza del cliente. La protezione dei dati personali è al primo posto (58%) per l’influenza sulla fiducia nel marchio. Ma ricevono un punteggio alto anche ‘soddisfa sempre le mie aspettative’ (53%) e ‘garantisce un servizio clienti eccezionale’ (52%).

Millenials e Generazione Z: il rapporto con la politica

La Generazione Y o Millenials indica i nati tra il 1981 e la metà degli anni ‘90, mentre la generazione successiva, la Gen Z, raggruppa i nati negli ultimi anni ‘90 fino al 2012. Le due generazioni presentano caratteristiche e peculiarità distintive, ma almeno il 60% di chi ha un’età inferiore ai 35 anni in Italia ha un rapporto distante, distaccato, esterno, e disaffezionato con la politica. Delusione, rabbia, disincanto e indignazione aleggiano tra i giovani italiani, e sono legate al bisogno di una politica che torni a far sognare, che parli dei grandi temi, e alimenti l’idea di un futuro migliore.

I motivi del distacco

I motivi del ‘distacco’ sono rinvenibili nelle diverse opinioni che attraversano l’universo giovanile. L’86% dei Millennials e della Generazione Z è arrabbiato per le differenze sociali presenti nel Paese, il 78% ritiene partiti e politici distanti e disinteressati ai problemi dei giovani, e sempre il 78% afferma che stiamo vivendo in un periodo di grandi ingiustizie e sfruttamento. Il 72% si dice preoccupato per l’eccessivo potere delle multinazionali, mentre il 71% pensa che tutti i politici siano disonesti. Tanto che il 41-43% non sa chi votare, una quota compresa tra il 10% e il 15% non è mai andato a votare da quando è maggiorenne, e un altro 6-8% annulla la scheda.

Rabbia e insoddisfazione anche verso le imprese e la società 

Le critiche dei giovani coinvolgono anche altri settori della società. Per il 71% gli esperti non li comprendono, mentre il 58% afferma di non fidarsi di nessuno. Il 55% vede le banche come nemiche della gente e il 79% accusa gli imprenditori di essere interessati solo ai profitti. Non solo. Il 78% dei giovani ritiene il nostro modello economico iniquo, modellato per avvantaggiare solo ricchi e potenti. Un giudizio che conduce l’82% dei ragazzi a ipotizzare, per i prossimi anni, la crescita dello scontro tra popolo ed élite. Nonostante i giudizi critici, la quota di under35 che giudica il Parlamento un organo superato si ferma al 45%, mentre l’interesse per le proposte populiste coinvolge il 44%, e il 31% ritiene necessari movimenti radicali e rivoluzionari per modificare lo status quo.

Cambiamento climatico, solidarietà e inclusione

Il quadro sul futuro mostra l’altra faccia della medaglia. Il 96% auspica un maggior impegno e sacrifici per tutelare l’ambiente e combattere i cambiamenti climatici. L’85% apprezza politici e movimenti in grado di costruire proposte dal basso, e il 75% vuole sentir parlare di solidarietà, mentre il 67% condanna atti o atteggiamenti discriminatori o razzisti. E se per il 66% è ora di tornare a essere più europeisti, le fratture sociali più avvertite, che dovrebbero essere al centro del programma di un partito, sono più lavoro sicuro e meno precariato (48%), più libertà e meno tasse (39%), più onestà e meno casta (35%), più attenzione all’ambiente e meno profitti (31%), più giovani al potere e meno gerontocrazia (30%).

Effetto pandemia sulle startup: 7 su 10 fatturano meno di 100.000 euro

Rispetto a 5 anni fa, il 2021 ha evidenziato un calo dei fatturati medi delle startup italiane, e uno spostamento dal B2B al B2C. Ma per la maggior parte delle nuove realtà imprenditoriali il 2022 sarà l’anno della ripresa, al netto delle persistenti difficoltà nell’accesso al credito. Secondo lo studio L’identikit delle startup italiane dopo il Covid-19, condotto da InnovUp, l’81,4% delle startup si colloca tra la fase di pre-seed e post-seed, e il 70,9% dichiara di aver raccolto meno di 100.000 euro. Le maggiori difficoltà riscontrate sono la mancanza di reale interesse degli investitori e la difficoltà nel finalizzare il closing, che portano il 41,8% del campione a dichiarare la mancanza di liquidità come principale punto di debolezza.

La criticità maggiore riguarda ancora l’accesso al credito

Il 54,1% delle startup nei prossimi mesi è intenzionata ad assumere un numero considerevole di risorse umane, mentre il 40,4% manterrà invariato il numero di dipendenti, e il 5,7% prevede una razionalizzazione dell’organico. La crescita di personale, sebbene tendenziale, si registra maggiormente nelle realtà con un fatturato da 500.000 euro in su. La criticità maggiore riguarda comunque ancora l’accesso al credito. L’aspetto più complesso si riscontra nell’incontro di investitori realmente interessanti (60,2%), seguito dalla fatica a finalizzare l’investimento (30,5%), concordare la valutazione della startup o la percentuale di partecipazione del capitale del nuovo investitore (25,6%), e concordare sulla governance societaria all’ingresso del nuovo socio (13,4%).

Si spostano le attività su ricerca e sviluppo

La pandemia ha modificato anche le tempistiche di sviluppo e di immissione di nuovi prodotti e servizi sul mercato, probabilmente spostando le attività su ricerca e sviluppo. Di fatto, il 68,1% è ottimista verso la possibilità di chiudere in crescita di fatturato di almeno +5%, e il 18% si aspetta addirittura un +50% nel prossimo bilancio. Dalla survey La Camera di Commercio per le Startup, condotta dalla Camera di commercio di Milano, Monza, Brianza e Lodi e focalizzata sulle startup residenti nella zona di competenza, emerge come nonostante le difficoltà le startup siano riuscite a innescare cambiamenti positivi, in particolare, per le modalità di svolgimento del lavoro (53%), mentre il 39% ha riscontrato un impatto positivo dalla spinta all’innovazione tecnologica.

Emergenti e ancora piccole, ma +7% di assunzioni

Analizzando i dati raccolti dall’Associazione Startup Turismo sul periodo 2020-2021, come conseguenza della pandemia emerge il brusco arresto della natalità, a cui è seguita l’inversione di rotta del 2021, con il calo della mortalità fisiologica.
In questo scenario, si è verificata una crescita del fatturato medio del 38% (da 235.000 a 350.000 euro), complice anche un maggior tasso di mortalità nel 2020. Tra il 2020 e il 2021 è aumentato del 7% anche il valore dei round, un dato trainato da alcuni finanziamenti di ammontare sopra la media. In controtendenza al periodo sfavorevole, si rileva anche un aumento dell’organico: le imprese emergenti restano ancora piccole, ma fanno registrare un aumento del 7% delle assunzioni.

Lavoro del futuro: assunzioni smart e flessibilità

Il remote work, ovvero il lavoro da remoto, spinto fortemente dalla pandemia adesso sta ridisegnando in maniera piuttosto decisa il mercato del lavoro. Consente infatti di assumere il miglior candidato senza dover tener conto del posto in cui vive, creando un team di talenti e garantendo, allo stesso tempo, massima flessibilità. A spiegare questi importanti cambiamenti nel mondo del lavoro e nelle nuove esigenze di aziende e lavoratori è Elisa Rossi, vice president Marketing & Growth di Remote, startup americana nata nel 2019 per semplificare e agevolare l’assunzione di dipendenti internazionali da parte delle aziende di tutto il mondo.

Da vantaggio occasionale a necessità aziendale

“Il mondo del lavoro – spiega Elisa Rossi – è in evoluzione da molti anni e la pandemia ha notevolmente accelerato tale processo”, ma l’aspetto più importante che si è verificato in questi anni, continua Elisa Rossi, è “la trasformazione del lavoro a distanza da vantaggio occasionale a necessità aziendale”. Tante aziende oggi, conferma la VP Marketing & Growth di Remote, “stanno scoprendo che questo nuovo modo di lavorare ha vantaggi incredibili”. L’azienda non è più limitata alla ricerca di candidati in un’area geografica specifica, ma può effettivamente assumere il miglior candidato in qualunque parte del mondo, e dal lato lavoratore è possibile sperimentare un migliore equilibrio tra lavoro e vita personale.

Un’evoluzione necessaria per aziende e lavoratori

La trasformazione del lavoro ha già avuto inizio, ma adesso bisogna cambiare mentalità. Per un’azienda questo significa reinventare il modo in cui i membri dell’organizzazione comunicano, collaborano e prendono decisioni, in modo da sfruttare al meglio i vantaggi del lavoro da remoto.
“Questa evoluzione – prosegue Rossi – è necessaria affinché l’azienda raggiunga una maggiore efficienza e il lavoratore provi un senso di responsabilizzazione e libertà: entrambi vantaggi chiave del lavoro a distanza”. Man mano che il lavoro fully remote diventerà sempre più comune, “le aziende devono anche ripensare le funzioni principali delle risorse umane come assunzioni, benefit, buste paga e conformità – aggiunge Rossi -. Ciò diventa ancora più rilevante se vogliono assumere i talenti all’estero”.

Uno strumento per agevolare il lavoro da remoto

“Remote ha creato un’infrastruttura in tutto il mondo che permette a qualsiasi azienda di assumere lavoratori, indipendentemente da dove vivano, pagare i salari in valuta locale, fornire loro i benefit che si aspettano e non doversi preoccupare di tasse e normative – sottolinea Rossi, come riporta Adnkronos -. I nostri fondatori hanno lanciato Remote nel 2019. Persino prima della pandemia, hanno compreso che le aziende si stavano evolvendo lontano dagli uffici statici e avevano bisogno di strumenti migliori per assumere e pagare le persone che vivono in altri paesi. La risposta del mercato da allora è stata incredibile. Tutto ciò ha accelerato la crescita di Remote, da 70 dipendenti a gennaio 2021 a oltre 900 oggi, e l’Italia è per noi un mercato in rapida crescita”.