Sono sempre di più gli italiani che pagano cashless: 2 su 3

Sono ormai 2 su 3 gli italiani che preferiscono pagare i loro acquisti cashless. La modalità di pagamento senza contatto ha ovviamente trovato una spinta decisiva con la pandemia, che ha di fatto incentivato ogni genere di soluzione che evitasse vicinanza e invece favorisse la sicurezza. Ma anche ora, con l’emergenza sanitaria meno stringente, il trend non sempre arrestarsi. Il dato emerge dall’ultimo Osservatorio di SumUp, la fintech del settore dei pagamenti digitali e soluzioni innovative cashless, che sottolinea come, da una media del 53% nel 2019, si sia passati a quella del 66% nel 2020 e raggiunto il 71% nel 2021. E ben il 74% dei nostri connazionali utilizza pagamenti digitali e preferisce evitare di digitare pin sulla tastiera o maneggiare Pos.

La tendenza confermata dai negozianti

Che quella di pagare senza contatto sia una tendenza in continua crescita è confermato anche dal sentiment e dall’esperienza diretta dei commercianti, che di fatto sono i principali “spettatori” del cambiamento. Secondo un sondaggio condotto da SumUp nell’ottobre 2021, nel 53% dei casi affermano di aver notato da parte dei clienti maggiore propensione a pagare cashless. Ad apprezzare il contactless sono soprattutto gli avventori di bar e club che in 8 casi su 10 preferiscono pagare senza contatto. Di fatto, questa categoria di commercianti mostra tra il 2019 e il 2020 una crescita del 15%, mentre nel 2021 l’aumento è contenuto (4%), ma permette di consolidare la posizione. Seguono i commercianti del settore Food&Grocery (77,7% di transazioni contactless), e le edicole, passate dal 57,2% del 2019 al 77,3% del 2021. Significativa la crescita tra il 2020 e il 2021 del 16% registrata dai merchant del settore musica, concerti e cinema, che scala la classifica e passa dal 14° al 4° posto. La crescita si manifesta in tutta Italia a livello regionale, anche se in misura minore rispetto a quella osservata nel 2020 e in testa è il Sud.

“La crescita continua”

“Sicuramente il 2020 è stato l’anno della svolta, ma è bene notare come nel 2021 la tendenza sia stata mantenuta e la crescita continui, seppure in modo più lento. Bisogna, infatti, considerare da una parte la sempre maggiore predisposizione dei commercianti ad accettare pagamenti tramite carta, supportati anche dal credito d’imposta del Governo; dall’altra, l’aumento della soglia per i pagamenti contactless senza pin a 50 euro, affiancata dalla diffusione di device come smartphone e smartwatch, che consentono di pagare in modalità contactless e velocizzare così le operazioni in cassa” ha dichiarato Umberto Zola, Country Growth Lead Italia di SumUp. 

Covid, i timori per la quarta ondata e le opinioni su vaccino e Green Pass

Si fa sempre più strada l‘ipotesi della quarta ondata Covid, e dai risultati dell’ultimo monitoraggio del team Public Affairs di Ipsos in merito all’emergenza coronavirus si registra un aumento della minaccia percepita e una riduzione dell’ottimismo. La previsione che nelle prossime settimane i contagi possano aumentare arriva infatti al 71%, e si allunga anche l’orizzonte temporale in cui gli italiani collocano la previsione della fine di ogni preoccupazione per il Covid-19. Pareri principalmente positivi sono rilevati sulla progressione della campagna vaccinale, e tra i vaccinati la maggioranza si dichiara sicuro e pronto a ricevere la terza dose di vaccino Covid, o la seconda dose nel caso del vaccino Johnson&Johnson. Inoltre, si registra un aumento dell’opinione favorevole al Green Pass. 

L’aumento dei contagi preoccupa gli italiani

L’aumento dei contagi e l’ipotesi della quarta ondata Covid preoccupa i cittadini italiani. Infatti, la minaccia percepita tende a risalire in tutti gli ambiti, sia a livello personale sia a livello locale, nazionale e mondiale. Si riduce ulteriormente l’ottimismo riguardo al ‘momentum’ percepito: il 45% ritiene oggi “il peggio passato” (-4), per il 19% “siamo all’apice dell’emergenza” (+3) e per il 13% ”il peggio deve arrivare” (=). La previsione che nelle prossime settimane i contagi possano aumentare arriva al 71% (era il 40% un mese fa), e torna a salire l’orizzonte temporale in cui gli italiani collocano la previsione della fine di ogni preoccupazione per il Covid-19 (18 mesi, +0,9). Tornano poi sopra al 50% quanti si reputano più preoccupati per i rischi sanitari della pandemia, piuttosto che per i rischi economici a essa connessi (53%, +4). L’opinione opposta scende di un punto (30%).

Vaccino, il 60% degli italiani pronto a ricevere la terza dose

In generale, il giudizio degli italiani sulla progressione della campagna vaccinale rimane positivo, con una lieve contrazione: 64% di valutazioni positive, -1 rispetto al mese scorso, -3 rispetto a metà settembre. L’86% dei maggiorenni italiani ha ricevuto almeno una dose di vaccino, mentre tra coloro che non hanno ricevuto ancora nessuna dose la quota di disponibili a farlo è ormai ridotta ai minimi termini (7%). Tra i vaccinati il 60% si dice sicuro e pronto a ricevere la terza dose di vaccino Covid o seconda dose nel caso del vaccino Johnson&Johnson, il cosiddetto “boost” (+6 rispetto a due settimane fa), il 28% ha qualche riserva in proposito (-4), il 7% resta contrario all’idea.

Cresce l’opinione favorevole al Green Pass

In merito, invece, al vaccino anti-influenzale circa un italiano su quattro lo ha già fatto o è pronto a farlo, una percentuale simile a quella rilevata l’anno scorso, quando la percentuale di vaccinati risultò a fine stagione pari al 23,7% della popolazione. Quanto al Green Pass e l’obbligo sui luoghi di lavoro, cresce l’opinione favorevole alla misura. A quattro settimane dall’introduzione dell’obbligo per accedere anche ai luoghi di lavoro il 61% si dichiara favorevole (+2) e il 29% (-3) contrario.

Smart working: se da casa si lavora di più non è lavoro “agile”

Uno studio di Bloomberg attesta che nei due anni di pandemia i dipendenti da casa hanno lavorato mediamente 2,5 ore in più rispetto a quanto fatto in precedenza. Ma se in Italia lo smart working è stato inteso come lavoro da casa, in realtà dovrebbe prevedere orari e giorni più flessibili rispetto a quanto fatto durante la pandemia.
“Lo spirito dello smart working è quello di lavorare con maggiore libertà a livello di orari e di luoghi, garantendo performance uguali o perfino migliori, laddove invece nel telelavoro adottato nel 2020 si è teso talvolta a lavorare di più, senza peraltro un parallelo aumento della produttività – spiega Carola Adami, co-fondatrice Adami & Associati -. Lo spettro di perdere il proprio lavoro nel bel mezzo di una crisi sanitaria, economica e sociale non piace ovviamente a nessuno, e da qui la disponibilità a lavorare qualche ora in più tutte le sere, da casa”.

Il lavoro agile non è una “scappatoia” per evitare il green pass

Insomma, il lavoro agile non è solo un modo per ridurre le possibilità di contagio, né una ‘scappatoia’ per evitare il green pass. È un metodo di lavoro che può portare vantaggi ad aziende e dipendenti, pensato non come risposta all’emergenza sanitaria, quanto a una modalità lavorativa per una quotidiana normalità
“Il fatto che il lavoro agile assicuri dei vantaggi alle aziende come ai dipendenti è dimostrato dal fatto che tantissime aziende che hanno adottato lo smart working come risposta all’emergenza Covid-19 hanno dichiarato di voler continuare a usare questo metodo anche in futuro – evidenzia Adami -. A patto però di organizzare il lavoro a distanza in modo migliore rispetto a quanto fatto a marzo 2020”.

Lo smart working “emergenziale”

II cosiddetto smart working di natura emergenziale ha avuto diversi punti deboli. Non tanti da rinnegare l’utilità del lavoro a distanza in una situazione in cui l’alternativa era la chiusura di tante aziende, ma il metodo messo in campo durante la pandemia non è stato il migliore.
“Nella maggior parte dei casi – ribadisce Adami – non si è trattato veramente di smart working, quanto invece di lavoro da casa, senza quindi l’agilità che definisce il lavoro agile. Ci sono state aziende – aggiunge Adami – che hanno mostrato un livello di fiducia molto basso nei confronti dei dipendenti che lavoravano a distanza, nonché dipendenti che a loro volta hanno avuto difficoltà a mantenere le proprie performance lavorando nei propri spazi domestici”.

Organizzare meglio l’ibrido tra lavoro in sede e lavoro a distanza

Se molte aziende continueranno ad adottare lo smart working sarà necessario organizzare alla perfezione questo ‘ibrido’ tra lavoro in sede e lavoro a distanza.
“Non ci sono dubbi – conferma Adami – le imprese devono organizzarsi per trasmettere fiducia ai dipendenti, per ridurre al minimo lo stress, e per creare momenti di condivisione. Diventa fondamentale fissare delle regole chiare, sottolineando l’importanza della disconnessione, e abbandonando una volta per tutte la cultura del cartellino: deve essere chiaro che a guidare lo smart working non è l’orario fisso, quanto invece la produttività dei lavoratori”.

Export lombardo, 35 miliardi nel secondo trimestre 2021

La variazione dell’export lombardo sul I° trimestre 2021 è +12,9% e l’incremento rispetto allo stesso trimestre del 2020 tocca +46,7%, valore eccezionale rispetto al confronto con il minimo registrato l’anno scorso. L’ incremento nelle attività delle imprese lombarde nel secondo trimestre ha dato nuovo slancio agli scambi con l’estero, e il valore delle esportazioni originate dalla Lombardia supera per la prima volta i 35 miliardi di euro. Crescono anche le importazioni, superando i 37 miliardi complessivi, con una riduzione del deficit commerciale a 2,7 miliardi di euro. Si tratta dei dati ricavati dal rapporto sul commercio estero della Lombardia nel secondo trimestre 2021 di Unioncamere Lombardia. Secondo il rapporto, rispetto al livello medio del 2019, l’export cresce del +9,9%, un dato che conferma l’accelerazione congiunturale e il netto superamento dei livelli pre-crisi.

I settori dell’export

Il comparto legato a metalli e loro produzioni traina la ripresa, e di questa performance beneficiano la maggior parte delle provincie lombarde. Anche gli apparecchi elettrici ed elettronici, la chimica, gomma-plastica e il comparto alimentare crescono significativamente, mentre si conferma il momento difficile per il tessile, pelli e accessori (-5,2%) e gli articoli farmaceutici (-1,3%) I dati vedono infatti una crescita a due cifre per le esportazioni di prodotti in metallo e metalli di base (+25,2%), sostanze e prodotti chimici (+17,7%), gomma e materie plastiche (+15,7%), prodotti alimentari (+15,2%) e computer, apparecchi elettrici ed elettronici (+13,9%). Più contenuto l’incremento registrato per i mezzi di trasporto (+8,8%), i macchinari e apparecchi vari (+5,3%) e l’aggregato degli altri prodotti (+3,7%), principalmente mobili e arredamento.

I mercati

Complessivamente l’andamento positivo viene confermato anche dal confronto con il livello pre-crisi, rispetto al quale si registra un incremento del 9,8% complessivo. Tutte le destinazioni registrano incrementi tendenziali consistenti, dal +36,7% dell’Unione Europea al +80,3% dell’America centro-meridionale. Considerando le singole aree si osservano alcune destinazioni che devono ancora completare la fase di recupero dei livelli pre-crisi, come Medio Oriente (-3,5%), Altri paesi africani (-5,8%) e Asia centrale (-12,0%).  Verso le restanti destinazioni la Lombardia riesce a incrementare il valore dell’export rispetto alla media 2019 grazie ai principali paesi di destinazione, tra cui Cina (+34,9%), Turchia (+25,7%), Regno Unito (+22%), Brasile (+16,3%), Germania (+13,4%) e Stati Uniti (+8,1%).

Le province

L’incremento tendenziale interessa tutte le provincie lombarde. Rispetto alla media 2019 crescono, fortemente trainati da metalli di base e prodotti in metallo, Mantova (+29%), Cremona (+22,6%) Brescia (+21,9%). Seguono Sondrio (+15,2%) Monza e Brianza (+14,5%) Lecco (+13%) e Bergamo (+12,9%) Meno intensa la crescita delle provincie di Lodi (+9,9%), Varese (+6,8%), Como (+3,7%) e Milano (+2,2%). Pavia invece non ha ancora recuperato il divario rispetto ai livelli pre-crisi (-7,4%).

Unioncamere, 1,5 milioni di nuove assunzioni fra settembre e novembre

Pare tingersi di rosa il cielo dell’occupazione in Italia, dopo un periodo difficile a causa anche delle conseguenze della pandemia. A dirlo è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal, secondo il quale sia a settembre 2021 sia nel trimestre settembre-novembre ci siano diverse opportunità di impiego da parte delle aziende.

526mila lavoratori ricercati a settembre

Lo scenario tracciato parla di oltre 526mila lavoratori ricercati dalle imprese per il mese di settembre, circa 91mila in più (+20,9%) rispetto allo stesso periodo del 2019; nel trimestre settembre-novembre le imprese hanno in programma di assumere 1,5 milioni di lavoratori (+23,5% rispetto all’analogo trimestre 2019). Aumenta la domanda di lavoro sostenuta dal buon andamento dell’economia italiana, sebbene a livello mondiale stiano emergendo crescenti tensioni per il costo dell’energia e di altre materie prime. Sono differenti però le richieste a seconda del comparto: l’industria programma per il mese di settembre 156mila entrate che salgono a 436mila nel trimestre settembre-novembre, in crescita rispettivamente del 24,8% e del 29,1% rispetto al 2019. Si consolida la ripresa del manifatturiero con 114mila entrate nel mese e 317mila nel trimestre (rispettivamente +31,7% e +34,9% rispetto agli stessi periodi del 2019). A guidare, le industrie della meccatronica che ricercano 31mila lavoratori nel mese e 87mila nel trimestre, seguite dalle industrie metallurgiche e dei prodotti in metallo (27mila nel mese e 75mila nel trimestre) e da quelle tessili, dell’abbigliamento e calzature (16mila nel mese e 45mila nel trimestre). Elevata anche la domanda di lavoro proveniente dal comparto delle costruzioni: 42mila le assunzioni programmate nel mese (+9,3% rispetto a settembre 2019) e 118mila nel trimestre (+15,7% rispetto al trimestre 2019). 

370mila contratti dai servizi

Sono invece 370mila i contratti di lavoro offerti dal settore dei servizi nel mese in corso (+19,3% su settembre 2019) e oltre 1 milione quelli previsti per il trimestre (+21,2% sul trimestre 2019). Le maggiori opportunità di lavoro sono offerte dal comparto del commercio (87mila entrate programmate nel mese e 279mila nel trimestre), da quello dei servizi alle persone (84mila nel mese e 188mila nel trimestre) e dai servizi di alloggio, ristorazione e servizi turistici (73mila nel mese e 192mila nel trimestre). Tuttavia, non mancano alcune criticità: ad esempio, sale al 36,4% la quota di assunzioni per cui le imprese dichiarano difficoltà di reperimento (5,5 punti percentuali in più rispetto a settembre 2019), che sale al 51,6% per gli operai specializzati, al 48,4% per i dirigenti, al 41,4% per le professioni tecniche e al 37,7% per le professioni intellettuali e scientifiche.

Il Natale spinge gli acquisti per libri, beauty, elettronica e fashion

Le festività natalizie e il mese di dicembre 2020 in generale hanno portato una ventata di ottimismo al mercato retail. Una boccata d’ossigeno soprattutto per gli esercenti dei negozi fisici, gravemente penalizzati dalle chiusure dettate dall’emergenza sanitaria. L’ultimo mese dell’anno ha visto infatti incrementare le vendite in numerosi settori merceologici, alcuni dei quali penalizzati dall’effetto pandemia. Tra questi, i libri, il beauty, l’elettronica di consumo, e il fashion. È quanto emerge dall’ultima analisi dell’Osservatorio di Stocard, che ha confrontato i trend di acquisto nei mercati retail durante l’ultimo mese del 2020 rispetto ai tre mesi precedenti (settembre-novembre) dell’anno appena trascorso.

La crescita delle vendite coinvolge tutti i settori merceologici

“Dicembre è il periodo di massimo incremento di spesa nel mercato retail – commenta Valeria Santoro, Country Manager di Stocard Italia -. Una crescita delle vendite che coinvolge pressoché tutti i settori merceologici, complice l’arrivo delle Feste natalizie. Tuttavia, in un anno tristemente anomalo come quello appena concluso, settori come il beauty, il fashion e la ristorazione, fortemente penalizzati dalla pandemia, si sono particolarmente distinti, e per la prima volta dopo diversi mesi hanno registrato un notevole aumento delle vendite. Una buona notizia che ci auguriamo possa rappresentare un segnale di ripresa duraturo e darci speranza per il 2021”.

Ristorazione +37%, mercato librario +71%, elettronica di consumo +52%

Il trend degli acquisti registrati dall’Osservatorio Stocard mostra quindi una crescita generale, abituale nel periodo natalizio, ma che ha interessato particolarmente settori come il beauty, che a dicembre ha registrato un incremento delle vendite pari al 66% rispetto ai tre mesi precedenti, e il fashion (+37), due tra gli ambiti più sofferenti dall’inizio dell’emergenza sanitaria. Lo stesso vale per la ristorazione, che ha registrato un +37% beneficiando dei servizi di food delivery e dei diversi giorni di apertura previsti dalle disposizioni del Governo. L’aumento delle vendite ha visto inoltre primeggiare il mercato librario (+71%), l’elettronica di consumo (+52% di acquisti), e i negozi di articoli per l’infanzia (+31%).

Mercoledì 23 dicembre il picco di acquisti

La giornata in cui si è registrato il picco di spese è stato mercoledì 23 dicembre, complice anche l’imminente ingresso dell’intero Paese in zona rossa il 24 dicembre, con un +47% di acquisti da parte dei consumatori italiani rispetto agli altri giorni del mese. L’Osservatorio ha evidenziato inoltre come nel corso di dicembre 2020, rispetto ai tre mesi precedenti, siano aumentati anche il numero dei consumatori (+22%) e gli eventi di acquisto, ovvero le occasioni dedicate allo shopping da parte dei cittadini (+27%).

Hai la barba ben curata? Sarai percepito come un venditore migliore

La ricerca è sicuramente originale, ma forse può fornire uno spunto in più a chi si occupa di vendite, ovviamente a condizione che sia uomo. Proprio così: uno studio scientifico ha infatti scoperto che chi ha la barba ben curata viene percepito dai potenziali clienti come un venditore migliore e più affidabile. La ricerca è stata pubblicata sul Journal of Business Research ed è stata realizzata dagli esperti della St. Edward’s University di Austin, in Texas: i risultati hanno messo in luce che la barba trasmette sentimenti positivi e chi la porta tende a concludere l’affare più spesso e a registrare livelli di soddisfazione più elevata da parte del cliente. “L’effetto di aumentata affidabilità è stato osservato in numerosi settori e non sembrava legato all’etnia o all’età del rappresentante di vendita o del cliente, né da caratteristiche soggettive del venditore, come la sua avvenenza o la simpatia” ha dichiarato Sarah Mittal della St. Edward’s University di Austin.

L’esperimento condotto con Facebook Ad Manager

Per questo singolare test, la squadra dell’università texana ha utilizzato Facebook Ad Manager per condividere annunci sulla piattaforma, usando immagini di venditori e promotori con e senza barba. “Gli annunci in cui era presente un venditore con la barba ha prodotto in media il quadruplo di click rispetto agli altri nei servizi industriali mentre per gli annunci tecnologici la barba sembrava raddoppiare le interazioni positive. Sembra che la cura della barba sia davvero associata a una percezione di un messaggio coerente sulla competenza nel proprio campo, un fattore chiave per il successo delle vendite” ha dichiarato Mittal, come riporta l’agenzia Agi.

Insomma, sembrerebbe proprio che la barba aiuti nelle vendite e in generale nei rapporti con i clienti: “La barba è soggetta alle tendenze della moda – commenta la ricercatrice – ma da una prospettiva evolutiva rappresenta un indizio di mascolinità, maturità, competenza, leadership e status. Per le nostre menti preistoriche, una barba ben curata trasmette un’idea di immuno-competenza, cioè la capacità del corpo di produrre una risposta immunitaria a un virus o batteri” precisa la scienziata.

Risultati contrastanti

A dire la verità, negli anni passati altri studi avevano invece sottolineato quanto la barba potesse trasmettere l’impressione di aggressività e scarsa affidabilità, ovvero l’opposto di quanto rilevato dallo studio texano. Evidentemente le cose e le percezioni cambiano: gli autori dello studio ribadiscono “che i peli sul viso rappresentano la manifestazione più evidente del dimorfismo sessuale umano, che si esplica nelle differenze fisiche tra i generi sessuali, anche se lo scopo evolutivo della barba è un enigma di lunga data”.