Il Colosseo è l’attrazione più prenotata al mondo

Per il secondo anno consecutivo è il Colosseo l’attrazione più popolare e prenotata al mondo, non solo in Italia. In base ai nuovi dati relativi alle prenotazioni dei viaggiatori su TripAdvisor nel 2019 l’Italia è inoltre l’unica nazione insieme agli Stati Uniti, che si è aggiudicata ben 3 posizioni nella Top 10 mondiale. Oltre al Colosseo, la classifica include infatti i Musei Vaticani (3°) e Piazza San Marco (10°). Tra conferme e new entry rispetto allo scorso anno la classifica nazionale vede invariate le prime due posizioni, occupate da Colosseo (1°) e Musei Vaticani (2°), mentre Piazza San Marco a Venezia, in terza posizione, sostituisce il Canal Grande, assente nella classifica del 2019.

Il Duomo di Milano, la new entry della Top 10 nazionale

La Top 10 nazionale di TripAdvisor conferma la quarta e la quinta posizione, stabili e occupate rispettivamente dal Parco Archeologico di Pompei e dalla Galleria dell’Accademia di Firenze. Il Duomo di Milano è la new entry della sesta posizione, mentre in settima si trova la Torre di Pisa, in salita di una posizione rispetto allo scorso anno. Scende di due gradini la Galleria degli Uffizi di Firenze (8°), e chiudono la classifica altre due new entry, il Palazzo Ducale a Venezia (9°) e la Galleria Borghese a Roma (10°).

Il Louvre la seconda delle 10 attrazioni internazionali più gettonate

Dopo il Colosseo, al secondo posto delle bellezze più prenotate a livello internazionale c’è il  Museo del Louvre di Parigi, considerato uno dei principali musei al mondo, E dopo la terza posizione occupata dai nostri Musei Vaticani, si trova la Statua della Libertà, a New York City (4°), mentre il 5° posto è occupato da un’altra attrazione francese, la celebre Torre Eiffel. Al 6° un’altra europea, la Sagrada Familia, a Barcellona, mentre per la settima posizione bisogna attraversare l’Oceano, perché si tratta dell’affascinante Quartiere Francese, a New Orleans, negli Stati Uniti.

Piazza San Marco chiude la classifica mondiale

“Un’esperienza toccante ed emozionante”, così i viaggiatori descrivono la Casa di Anna Frank, situata nel quartiere ebraico di Amsterdam, nei Paesi Bassi, e posizionata all’8° gradino della Top 10 internazionale di TripAdvisor.

In penultima posizione ancora un’attrazione americana, lo Skydeck Chicago – Willis Tower, a Chicago, uno degli edifici più alti dell’emisfero settentrionale. Da visitare assolutamente  per godersi il panorama sulla città. Se non si soffre di vertigini, ovviamente.

Chiude la classifica internazionale la veneziana Piazza San Marco (10°), una tre attrazioni italiane più visitate al mondo nel 2019.

Gli italiani non smettono di fare progetti, nonostante la crisi

Anche nel 2019 gli italiani continuano a fare nuovi progetti per il futuro, nonostante la crisi e le preoccupazioni, e contano sulle assicurazioni per proteggere famiglia e patrimonio. Ma rispetto all’ottimismo dei nuovi colossi dell’economia mondiale, come Cina e India, e a quello di alcuni europei, come olandesi, danesi e tedeschi, gli italiani sono abbastanza sfiduciati. Lo ha scoperto una ricerca internazionale condotta da BNP Paribas-Cardif, in collaborazione con Ipsos su un campione di 26mila persone di 26 Paesi, Italia compresa, e 3 continenti, Europa, America Latina e Asia.

Un’Italia in apprensione, ma che non si arrende

Dal potere d’acquisto alla lenta crescita economica fino al lavoro sono tante le ragioni dello scetticismo degli italiani. Ma le due fonti di apprensione che maggiormente tormentano gli italiani sono il lavoro e la salute, soprattutto quella dei propri cari. Tuttavia, dalla fotografia scattata dalla ricerca, emerge che l’Italia non vuole arrendersi, e non è mai venuto meno il desiderio di fare progetti per il futuro.

“L’Italia viene da un periodo di crisi economica e sociale che ha messo a dura prova le aspettative per il futuro – dichiara Isabella Fumagalli, Head of Territory for Insurance in Italy di BNP Paribas Cardif -. Gli italiani sono, infatti, tra gli europei che si sentono più sfiduciati e meno ben protetti pur non esprimendo un desiderio particolarmente forte di una migliore protezione. Eppure non si danno per vinti e continuano a coltivare passioni, sogni e progetti”.

Ancora convinti di avere abbastanza soldi per finanziare i propri sogni

Ma come intendono realizzare i propri desideri gli italiani? Innanzitutto, facendo grande affidamento su loro stessi. Al primo posto infatti c’è la convinzione di avere abbastanza soldi per finanziare i propri sogni nel giro di qualche anno (56%), mentre il 52% vuole farlo iniziando a risparmiare. Al terzo posto, riporta Askanews, la volontà di accendere una polizza assicurativa, ritenuta fondamentale per il 22% degli italiani, molto più che accedere a un prestito bancario (14%), ricevere un’eredità/donazione (20%) o ricevere aiuto economico da amici e parenti (20%).

Si conferma la propensione al prestito, e il 30% delle famiglie ha un’assicurazione sulla vita

Per molti italiani realizzare i propri sogni significa quindi soprattutto proteggere la famiglia e il patrimonio. Quando i progetti hanno un impatto economico elevato, come l’acquisto della casa, gli italiani confermano la propensione al prestito, con il 68% che sostiene di averne già uno. E solo un italiano su cinque dichiara di incontrare difficoltà nel pagare le rate del credito concesso.

Emerge in generale, però, un senso di mancanza di protezione. Solo il 5% degli italiani si definisce molto ben protetto, e il 38% degli intervistati afferma di non avere alcuna polizza assicurativa se non quelle obbligatorie, mentre il 30% delle famiglie ha almeno un’assicurazione sulla vita attiva, e il 15% ha una polizza per proteggersi in caso di disabilità.

Back to school con zaino, quaderni e smartphone

C’è tutto il tradizionale corredo scolastico, composto da libri, quaderni e astuccio. Però, per molti studenti italiani, in cartella a settembre c’è uno strumento in più: lo smartphone. Ma vietato pensare a un capriccio da ragazzini: per i nati nella Generazione Z, nativa digitale per eccellenza, il telefonino è un sistema da utilizzare anche durante le lezioni, con il placet degli insegnanti. Che il trend sia in atto è dimostrato di numeri: con l’inizio del nuovo anno scolastico, più di 1 studente su 10 mette lo smartphone nello zaino. A dirlo sono 12mila studenti tra i 10 e i 20 anni che hanno partecipato a un’indagine svolta da Skuola.net in collaborazione con il brand franco-cinese Wiko.

Uno strumento didattico

Per una serie di motivi, comprese ahimè alcune carenze infrastrutturali, lo smartphone ha guadagnato negli ultimi anni lo lo status di strumento didattico nella pratica quotidiana. Secondo quanto raccontano gli studenti, il 13% di loro ha addirittura un intero corpo docente che crede nella bontà del cellulare come supporto alle loro spiegazioni. Un dato che sembra crescere insieme all’età degli studenti. Quelli alle soglie del diploma o appena usciti dalla scuola dell’obbligo, ad esempio, hanno potuto sfruttarlo in maniera più costante: il 20% lo fa o lo ha fatto con tutti i professori. Il 29% del campione intervistato, che è comunque una minoranza, afferma invece che deve tenere il telefonino “off limits” durante le lezioni. 

Ragazzi più grandi, più accesso al device tra i banchi

L’uso del telefonino sembra aumentare con l’età dei ragazzi e la progressione delle classi. Specie nell’ultimo biennio delle superiori, lo smartphone è entrato di diritto nella strumentazione base e nel processo di modernizzazione della didattica: quasi 9 studenti su 10 lo impiegano con almeno un docente. Altrove – medie e primi anni delle superiori – il dato si ferma a un comunque buon 60%.

Quali sono gli utilizzi a scuola

Ma come viene utilizzato lo smartphone durante le ore di lezione? In base alle risposte dei ragazzi, serve principalmente (il 51% dei casi) per approfondire le lezioni, per prendere appunti e organizzare il lavoro (20%), per usare app durante spiegazioni ed esercizi (19%). Non sorprende quindi che circa 1 studente su 10 considera il telefonino parte integrante del suo equipaggiamento scolastico– assieme a libri, penne e quaderni – e procederà all’acquisto di un device con prestazioni migliori di quello già in possesso, in particolare i ragazzi delle medie.

Gli italiani e il mal di schiena, tra i giovani aumenta quello da stress

Il mal di schiena non è una diagnosi, è un sintomo, e l’80% delle persone nel corso della vita ne ha sofferto almeno una volta. Ma il dolore può essere causato da problemi diversi, e non necessariamente da discopatie e artrosi: può infatti derivare anche da un aneurisma dell’aorta, da alcuni tumori o problemi addominali, e persino da patologie ginecologiche.

“C’è poi il mal di schiena da stress, un problema in aumento in questi anni, specie nella popolazione giovane, collegato a problemi lavorativi o familiari: le tensioni psicosomatiche proiettano un dolore nella parte posteriore della colonna, a livello cervicale o più spesso lombare”, spiega all’Adnkronos Salute Vincenzo Denaro, professore ordinario e primario emerito di Ortopedia e traumatologia all’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Consultare un esperto ed evitare le cure fai da te

Per scoprire la causa del mal di schiena il medico non deve limitarsi a ricorrere alla diagnostica per immagini, ma deve parlare con il paziente e ascoltarlo. Ecco perché è anche importante non sottovalutare il problema, ma rivolgersi a un professionista preparato, evitando autodiagnosi o cure fai da te. Riconoscere un aneurisma dell’aorta, ad esempio, può salvare la vita.

“Tutti i mal di schiena che nascono dalla struttura scheletrica – sottolinea poi lo specialista – hanno come conseguenza il blocco del soggetto, mentre se il dolore viene dai visceri c’è una sofferenza, ma il paziente non si blocca completamente”. Nel caso delle discopatie, inoltre, hanno anche una componente genetica, alcune famiglie ne soffrono, altre no. Anche in questi però casi non sempre è necessario l’intervento chirurgico.

Se un’ernia comprime un nervo è necessario l’intervento chirurgico

L’intervento chirurgico è invece necessario solo se un’ernia comprime un nervo provocando un deficit motorio. “Su 100 persone col mal di schiena – assicura Denaro – 80 possono guarire senza chirurgia: esistono approcci fisioterapici, attività fisica mirata, farmaci. Occhio invece alla moda degli approcci percutanei, che promettono di risolvere il problema in ogni caso”.

Inoltre oggi la tecnica chirurgica è diventata meno invasiva. “Il paziente si alza il giorno dopo l’intervento, dopodiché occorre pianificare un periodo di riabilitazione. In media nel caso di lavori usuranti occorrono 3 mesi, altrimenti può bastare un mese”, spiega l’esperto.

Una postura auto-reggente aiuta a prevenire problemi alla colonna vertebrale

Secondo Denaro il recupero dall’intervento è sempre completo. “Basti pensare ad esempio a Dino Zoff, che dopo l’intervento per l’ernia – ricorda Denaro – è tornato a fare il portiere della Nazionale”. Per quanto riguarda le recidive, certo esistono, ma sono nell’ordine dello 0,1% dei pazienti.

Ma il messaggio dello specialista è chiaro: “La colonna funziona come le marionette, se le teniamo dritta, resta dritta. Dunque se si conserva il tono muscolare, facendo attività fisica, nuoto e prendendosi cura del proprio corpo, una postura auto-reggente aiuterà a prevenire problemi alla schiena”.

Cyber attacchi, +38% nel 2018

Nel 2018 si sono registrati 1.552 attacchi gravi, +38% sul 2017, con una media di 129 al mese. Lo afferma la 14a edizione del Rapporto Clusit sulla sicurezza ICT, che evidenzia come sia sempre il cyber crime la principale causa di attacchi gravi. Il 79% di questi è stato infatti compiuto allo scopo di estorcere denaro, o sottrarre informazioni per ricavarne denaro (+44%). Nel 2018 è stata inoltre registrata la crescita del 57% dei crimini volti ad attività di cyber spionaggio con finalità geopolitiche o di tipo industriale, a cui va anche ricondotto il furto di proprietà intellettuale.

Deciso aumento della gravità media di Hacktivism e Cyber Warfare

Le attività di Hacktivism e di Cyber Warfare (guerra delle informazioni) risultano invece in calo, rispettivamente del 23% e del 10%. In un’analisi dei livelli di impatto per ogni singolo attacco, in termini geopolitici, sociali, economici, di immagine e di costo, si osserva in generale un deciso aumento della gravità media degli attacchi, riferisce Askanews. Le attività riconducibili al cyber crime sono state invece caratterizzate prevalentemente da un impatto di tipo medio. Dovuto, secondo il Rapporto, alla necessità di mantenere un profilo relativamente basso per continuare ad agire senza attirare troppa attenzione.

Chi viene colpito e perché

Negli ultimi dodici mesi la sanità ha subito l’incremento maggiore degli attacchi, pari al 99% rispetto al 2017. Nel 96% dei casi gli attacchi a questo settore hanno avuto finalità cyber criminali e furto di dati personali. Segue il settore pubblico, con il 41% degli attacchi in più, e i cosiddetti multiple targets, che nel 2018 risultano anche i maggiormente colpiti, con un quinto degli attacchi globali a loro danno (+37%). Nel 2018 sono stati presi di mira però anche i settori della ricerca e formazione (+55%), dei servizi online e cloud e delle banche (+36% e +33%).

Le tecniche d’attacco

Il principale vettore di attacco nel 2018 è ancora il malware semplice, prodotto industrialmente e a costi sempre decrescenti (+31%). All’interno di questa categoria, i Cryptominers sono arrivati a rappresentare il 14% del totale (7% nel 2017). L’utilizzo del malware per le piattaforme mobile invece rappresenta quasi il 12% del totale.

Da segnalare la crescita del 57% degli attacchi sferrati con tecniche di Phishing e Social Engineering su larga scala, ancora a testimonianza della logica sempre più industriale degli attaccanti. L’elevato incremento dell’utilizzo di tecniche sconosciute (+47%) dimostra tuttavia che i cybercriminali sono piuttosto attivi anche nella ricerca di nuove modalità di attacco. E se i DDoS rimangono sostanzialmente invariati, lo sfruttamento di vulnerabilità note è in crescita (+39,4%), così come l’utilizzo di vulnerabilità 0-day, (+66,7%), e gli attacchi basati su tecniche di Account Cracking (+7,7%).

Unico dato in calo, le SQL injection, che segnano -85,7%.

Aumenta la pressione fiscale, ma cresce il potere d’acquisto

Nel terzo trimestre 2018 aumenta la pressione del fisco, ma anche il potere d’acquisto delle famiglie. Secondo i dati rilevati dall’l’Istat nel trimestrale delle Amministrazioni pubbliche, la pressione fiscale nel periodo considerato è stata pari al 40,4%. In aumento quindi di 0,1 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’Istituto di statistica segnala inoltre che nel terzo trimestre 2018 l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil risulta in calo del -1,7%, contro il -1,8% nello stesso trimestre del 2017. Il saldo primario, ovvero l’indebitamento al netto degli interessi passivi, è risultato positivo, con un’incidenza sul Pil del 2,0%, a fronte dell’1,6% nel terzo trimestre del 2017. Il saldo corrente è stato anch’esso positivo, con un’incidenza sul Pil dell’1,1% (1,6% nel III trimestre del 2017).

Diminuisce l’indebitamento delle PA

Nei primi tre trimestri dell’anno appena passato, sempre secondo dati Istat, la pressione fiscale si è attestata al 39,7% del Pil, in riduzione di 0,2 punti percentuali rispetto al corrispondente periodo del 2017. Complessivamente, riferisce Adnkronos, nei primi tre trimestri del 2018, le Amministrazioni pubbliche hanno registrato un indebitamento netto pari a -1,9% del Pil, in miglioramento rispetto al -2,6% del corrispondente periodo del 2017. Nei primi nove mesi del 2018, in termini di incidenza sul Pil, il saldo primario e il saldo corrente sono risultati positivi, risultando pari, rispettivamente, all’1,8% (1,2% nello stesso periodo del 2017) e allo 0,9% (1,0% nel corrispondente periodo del 2017).

Cresce il potere d’acquisto

Quanto al potere d’acquisto delle famiglie, nel terzo trimestre 2018 il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è aumentato dello 0,1% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dello 0,3%. Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è stata pari all’8,3%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. L’Istat sottolinea inoltre come a fronte di una variazione dello 0,3% del deflatore implicito dei consumi il potere d’acquisto delle famiglie consumatrici sia diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente.

Un livello inalterato dei consumi

A fronte di tali andamenti, e grazie a una lieve riduzione della propensione al risparmio, le famiglie hanno quindi mantenuto un livello quasi inalterato dei consumi in volume.

Sul fronte societario, l’Istat segnala che la quota dei profitti sul valore aggiunto delle società non finanziarie, pari al 41,4%, è diminuita di 0,9 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Il tasso di investimento delle società non finanziarie, pari al 22,2%, è aumentato di 0,1 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.

Lavoro nero e illegale uguale il 12% del Pil

Brutto primato – purtroppo tutto in negativo – per l’economia italiana. Come indica una recente rilevazione curata dall’Istat, il cosiddetto “nero” nel Belpaese vale l’importo monstre di 210 miliardi di euro. Una cifra che rappresenta addirittura il 12,4% del Pil. Entrando nel merito delle cifre, il valore aggiunto generato dall’economia sommersa ammonta a poco meno di 192 miliardi di euro, quello connesso alle attività illegali (incluso l’indotto) a circa 18 miliardi di euro. Nel 2016 la componente relativa alla sotto-dichiarazione pesava per il 45,5% del valore aggiunto (circa -0,6 punti percentuali rispetto al 2015). La restante parte era invece attribuibile per il 37,2% all’impiego di lavoro irregolare, per l’8,8% alle altre componenti (affitti in nero, mance) e per l’8,6% alle attività illegali.

I settori dove c’è più nero

Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (23,7%) e le costruzioni (22,7%) si confermano i settori dove l’economia sommersa è maggiormente presente. Ma, oltre a questi macrocomparti, il sommerso coinvolge poi tutte le aree delle sotto-dichiarazioni: Servizi professionali (16,3%), Commercio, Trasporti, alloggio e ristorazione (12,4%), Costruzioni (11,9%). Ma risulta pesantemente invischiato nel fenomeno anche il manifatturiero, soprattutto quello dedicato alla Produzione di beni alimentari e di consumo (7,5%). Il settore più colpito dall’impiego di lavoro irregolare è infine quello domestico o che riguarda agricoltura e pesca.

Un problema gravissimo per l’Italia e le casse dello Stato

Il lavoro nero, purtroppo, si conferma come uno dei più grandi problemi per l’Italia e le casse dello Stato. Come evidenziano i dati diffusi dall’Istat, è questo un fenomeno che produce un “buco” di circa 20 miliardi di euro per l’erario. Nel 2016, l’elenco degli irregolari raggiungeva i 3 milioni 701 mila, in prevalenza dipendenti (2 milioni 632 mila), un numero in lieve diminuzione rispetto al 2015 (rispettivamente -23 mila e -19 mila unità). L’incidenza del lavoro irregolare è particolarmente rilevante nel settore dei Servizi alle persone (47,2% nel 2016, in calo di 0,4 punti percentuali rispetto al 2015) ma risulta significativo anche nei comparti dell’Agricoltura (18,6%), delle Costruzioni (16,6%) e del Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (16,2%).

Le attività illegali “valgono” 18 miliardi di euro

Il peso economico dell’illegalità nella compilazione dei conti nazionali, conclude l’Istat, equivale a poco meno di 18 miliardi di euro di valore aggiunto (compreso l’indotto) con un aumento di 0,8 miliardi, sostanzialmente riconducibile alla dinamica dei prezzi relativi al traffico di stupefacenti. Non c’è davvero motivo di essere fieri di questo business.

 

Guida autonoma, l’Italia è ancora a metà strada

Ci vorranno ancora anni affinché in Italia le tecnologie siano mature per il livello 5 della guida autonoma, ovvero un livello di piena operatività e di totale autonomia del mezzo. Ma siamo ancora a metà strada rispetto al risultato finale. Dai sistemi radar ai sensori integrati, ai sistemi Lidar, che utilizzano il laser per individuare gli oggetti in strada, il nostro Paese è attivo anche nella componentistica per la guida autonoma, ma vuole far crescere le competenze nella nostra filiera, attraendo aziende anche dall’estero.

“Nel campo della guida autonoma il nostro compito – spiega Gianmarco Giorda, direttore dell’Associazione nazionale filiera industria automobilistica (ANFIA) all’Ansa – è sviluppare la capacità delle aziende italiane di affrontare le sfide. In sostanza, far crescere le competenze della nostra filiera, aiutando le aziende italiane a trovare le controparti estere che le aiutino a crescere”.

“In Italia abbiamo solo una parte delle competenze necessarie”

Telecomunicazioni e information technology “sono ad esempio due dei settori, indispensabili nello sviluppo di questi veicoli, su cui – ricorda il direttore dell’ANFIA – abbiamo molto bisogno di esperti. Quella della guida autonoma, infatti, è una materia talmente varia, con tecnologie diversificate, che abbiamo solo una parte delle competenze necessarie”.

Questa lacuna potrebbe essere colmata con lo “sviluppo in Italia, che vogliamo incentivare, di centri di competenza da parte delle aziende estere”, continua Giorda. L’Italia comunque è già attiva nel campo della guida autonoma, con aziende come Magneti Marelli e  STMicroelectronics.

“La componentistica italiana registra il 50% del fatturato oltreconfine”

“All’estero riconoscono il valore della componentistica italiana, che registra il 50% del fatturato oltreconfine e vede l’Italia seconda dopo la Germania, anche per la guida autonoma”, sottolinea Giorda.

E avranno componentistica italiana anche le Demo Car, che saranno sperimentate a Torino, e al cui progetto partecipano, tra le altre, Fca, Gm, Tim e ANFIA, e in Campania (ANFIA, Adler ed ST tra i partecipanti).

Al via i test a Torino e in Campania

I test nel capoluogo piemontese partiranno nei prossimi mesi. Prima vanno realizzate anche le infrastrutture che dialogano con il veicolo autonomo. “I test potranno essere svolti nelle strade aperte al traffico, grazie al via libera del decreto smart road”, commenta Giorda.

In Campania, invece, il progetto Borgo 4.0′ “vuole individuare un borgo ben collegato con autostrade e infrastrutture, localizzato ad almeno 700-800 metri sul livello del mare – dichiara Giorda – per poter testare le tecnologie in tutte le diverse condizioni climatiche”.

Macchinari innovativi: arrivano contributi per 340 milioni di euro

Con il nuovo intervento Macchinari Innovativi avviato dal Ministero dello Sviluppo Economico a favore delle micro, piccole e medie imprese italiane sono in arrivo contributi per oltre 340 milioni di euro. La novità è stata annunciata da una nota emanata dal ministero dello Sviluppo economico. Più in dettaglio, la misura è a valere sul Programma Operativo Nazionale (Pon) Imprese e Competitività 2014-2020 Fesr (Fondo europeo sviluppo regionale), e sul collegato Programma nazionale complementare di azione e coesione.

Il Pon Imprese e Competitività 2014-2020 Fesr  interviene con una dotazione complessiva di circa 2,3 miliardi di euro per il rafforzamento delle imprese del Mezzogiorno, mentre il programma nazionale complementare di azione e coesione ha l’obiettivo di ricostituire gli assetti fondamentali per la competitività dei sistemi economici e produttivi per la crescita intelligente, sostenibile e inclusiva del Paese.

Una misura rivolta alle Regioni meno sviluppate

L’intervento Macchinari Innovativi è destinato alle Regioni italiane meno sviluppate, in particolare Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, ed è volto a sostenere la realizzazione di programmi di investimento diretti a consentire la transizione del settore manifatturiero verso la cosiddetta Fabbrica Intelligente, riferisce Ansa. “Con questo programma s’intende favorire la crescita economica e al contempo rafforzare le piccole e medie imprese che sono più in ritardo nel fronteggiare la sfida del mercato globale”, dichiara il Ministro dello Sviluppo Economico, del Lavoro e delle Politiche Sociali Luigi Di Maio.

Agevolazioni coerenti al piano nazionale Impresa 4.0

Molte realtà, specialmente del sud Italia, hanno difficoltà ad affrontare le sfide di un mercato sempre più competitivo e globalizzato. Per molte imprese, soprattutto di piccole dimensioni, questo a volte “ rappresenta una montagna che non può essere scalata in solitudine”, aggiunge Di Maio. Per aiutare queste aziende,  e in coerenza con il piano nazionale Impresa 4.0 e con la  Strategia nazionale di specializzazione intelligente, per tutte le imprese che realizzeranno investimenti innovativi è prevista una combinazione di agevolazioni.

Contributi in conto impianti e finanziamenti agevolati

Per investimenti innovativi si intendono, ad esempio, gli interventi sostenuti dall’azienda volti a consentire l’interconnessione tra componenti fisiche e digitali del processo produttivo.

La combinazione di agevolazioni introdotta dalla misura del Ministero è articolata in relazione alla dimensione dell’impresa, ed è composta da contributi in conto impianti e finanziamenti agevolati. I termini di apertura e le modalità di presentazione delle domande saranno definiti con successivo provvedimento.

I Millenial non temono la tecnologia, ma chiedono più formazione

I Millennial non hanno paura dei cambiamenti tecnologici dell’Industria 4.0, ma chiedono più formazione al mondo delle imprese, per non arrivare impreparati alle sfide poste dalle nuove tecnologie digitali. Il 48% dei giovani professionisti italiani vede infatti nell’introduzione di tecnologie innovative come robotica e intelligenza artificiale un’opportunità per concentrarsi maggiormente sugli aspetti più creativi del proprio lavoro. E solo il 17% teme di essere parzialmente o completamente sostituito dai robot. Ma solo una minoranza si considera sufficientemente competente, e ha la percezione di essere abbastanza preparata.

Solo 3 su Millennial su 10 sente di avere le competenze necessarie

È quanto emerge dalla settima edizione del Millennial Survey di Deloitte, che ha raccolto le opinioni di 10.455 Millennial provenienti da 36 paesi, di cui 306 italiani, e 1.844 giovani della generazione Z, o Centennials, ovvero i nati dalla seconda metà degli anni Novanta fino al 2010. Insomma, i veri nativi digitali.

Tra i Millennial intervistati però meno di 4 su 10 (3 su 10 tra i cugini della generazione Z) sentono di avere le competenze necessarie e si aspettano un sostegno formativo, e la maggioranza considera insufficiente la risposta delle imprese, riporta Ansa.

La gig economy rappresenta un’ottima opportunità, ma la fiducia nelle aziende è in calo

In generale per i Millennial la gig economy rappresenta un’ottima opportunità per integrare il proprio stipendio in modo flessibile. Tanto che 8 giovani su 10 ne sono già parte attiva, o la stanno prendendo in considerazione. Di contro la fiducia dei giovani verso le aziende è in calo, e mostra un’inversione di tendenza rispetto all’anno precedente. Oggi infatti meno della metà dei Millennial (48%), contro il 62% nel 2017, ritiene che le aziende si comportino in modo etico e pensa che i dirigenti aziendali siano impegnati a contribuire al miglioramento della società.

I Millennial italiani sono scettici verso le imprese. E della politica si fidano ancora meno

Se la fiducia nelle aziende tra i giovani è in calo, in Italia lo scetticismo è ancora maggiore. Sono infatti più dell’80% i ragazzi italiani che ritengono le aziende focalizzate esclusivamente “sulle priorità interne piuttosto che sul sociale”. E soprattutto, che “non abbiano altre ambizioni al di fuori del loro profitto”.

Una percezione negativa che peggiora ulteriormente quando si parla di politica. In questo caso solo il 10% dei giovani italiani ritiene che l’influenza sociale dei politici sia positiva, percentuale che sale al 36% in riferimento all’operato dei leader d’impresa.