Gli italiani e il mal di schiena, tra i giovani aumenta quello da stress

Il mal di schiena non è una diagnosi, è un sintomo, e l’80% delle persone nel corso della vita ne ha sofferto almeno una volta. Ma il dolore può essere causato da problemi diversi, e non necessariamente da discopatie e artrosi: può infatti derivare anche da un aneurisma dell’aorta, da alcuni tumori o problemi addominali, e persino da patologie ginecologiche.

“C’è poi il mal di schiena da stress, un problema in aumento in questi anni, specie nella popolazione giovane, collegato a problemi lavorativi o familiari: le tensioni psicosomatiche proiettano un dolore nella parte posteriore della colonna, a livello cervicale o più spesso lombare”, spiega all’Adnkronos Salute Vincenzo Denaro, professore ordinario e primario emerito di Ortopedia e traumatologia all’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Consultare un esperto ed evitare le cure fai da te

Per scoprire la causa del mal di schiena il medico non deve limitarsi a ricorrere alla diagnostica per immagini, ma deve parlare con il paziente e ascoltarlo. Ecco perché è anche importante non sottovalutare il problema, ma rivolgersi a un professionista preparato, evitando autodiagnosi o cure fai da te. Riconoscere un aneurisma dell’aorta, ad esempio, può salvare la vita.

“Tutti i mal di schiena che nascono dalla struttura scheletrica – sottolinea poi lo specialista – hanno come conseguenza il blocco del soggetto, mentre se il dolore viene dai visceri c’è una sofferenza, ma il paziente non si blocca completamente”. Nel caso delle discopatie, inoltre, hanno anche una componente genetica, alcune famiglie ne soffrono, altre no. Anche in questi però casi non sempre è necessario l’intervento chirurgico.

Se un’ernia comprime un nervo è necessario l’intervento chirurgico

L’intervento chirurgico è invece necessario solo se un’ernia comprime un nervo provocando un deficit motorio. “Su 100 persone col mal di schiena – assicura Denaro – 80 possono guarire senza chirurgia: esistono approcci fisioterapici, attività fisica mirata, farmaci. Occhio invece alla moda degli approcci percutanei, che promettono di risolvere il problema in ogni caso”.

Inoltre oggi la tecnica chirurgica è diventata meno invasiva. “Il paziente si alza il giorno dopo l’intervento, dopodiché occorre pianificare un periodo di riabilitazione. In media nel caso di lavori usuranti occorrono 3 mesi, altrimenti può bastare un mese”, spiega l’esperto.

Una postura auto-reggente aiuta a prevenire problemi alla colonna vertebrale

Secondo Denaro il recupero dall’intervento è sempre completo. “Basti pensare ad esempio a Dino Zoff, che dopo l’intervento per l’ernia – ricorda Denaro – è tornato a fare il portiere della Nazionale”. Per quanto riguarda le recidive, certo esistono, ma sono nell’ordine dello 0,1% dei pazienti.

Ma il messaggio dello specialista è chiaro: “La colonna funziona come le marionette, se le teniamo dritta, resta dritta. Dunque se si conserva il tono muscolare, facendo attività fisica, nuoto e prendendosi cura del proprio corpo, una postura auto-reggente aiuterà a prevenire problemi alla schiena”.

Cyber attacchi, +38% nel 2018

Nel 2018 si sono registrati 1.552 attacchi gravi, +38% sul 2017, con una media di 129 al mese. Lo afferma la 14a edizione del Rapporto Clusit sulla sicurezza ICT, che evidenzia come sia sempre il cyber crime la principale causa di attacchi gravi. Il 79% di questi è stato infatti compiuto allo scopo di estorcere denaro, o sottrarre informazioni per ricavarne denaro (+44%). Nel 2018 è stata inoltre registrata la crescita del 57% dei crimini volti ad attività di cyber spionaggio con finalità geopolitiche o di tipo industriale, a cui va anche ricondotto il furto di proprietà intellettuale.

Deciso aumento della gravità media di Hacktivism e Cyber Warfare

Le attività di Hacktivism e di Cyber Warfare (guerra delle informazioni) risultano invece in calo, rispettivamente del 23% e del 10%. In un’analisi dei livelli di impatto per ogni singolo attacco, in termini geopolitici, sociali, economici, di immagine e di costo, si osserva in generale un deciso aumento della gravità media degli attacchi, riferisce Askanews. Le attività riconducibili al cyber crime sono state invece caratterizzate prevalentemente da un impatto di tipo medio. Dovuto, secondo il Rapporto, alla necessità di mantenere un profilo relativamente basso per continuare ad agire senza attirare troppa attenzione.

Chi viene colpito e perché

Negli ultimi dodici mesi la sanità ha subito l’incremento maggiore degli attacchi, pari al 99% rispetto al 2017. Nel 96% dei casi gli attacchi a questo settore hanno avuto finalità cyber criminali e furto di dati personali. Segue il settore pubblico, con il 41% degli attacchi in più, e i cosiddetti multiple targets, che nel 2018 risultano anche i maggiormente colpiti, con un quinto degli attacchi globali a loro danno (+37%). Nel 2018 sono stati presi di mira però anche i settori della ricerca e formazione (+55%), dei servizi online e cloud e delle banche (+36% e +33%).

Le tecniche d’attacco

Il principale vettore di attacco nel 2018 è ancora il malware semplice, prodotto industrialmente e a costi sempre decrescenti (+31%). All’interno di questa categoria, i Cryptominers sono arrivati a rappresentare il 14% del totale (7% nel 2017). L’utilizzo del malware per le piattaforme mobile invece rappresenta quasi il 12% del totale.

Da segnalare la crescita del 57% degli attacchi sferrati con tecniche di Phishing e Social Engineering su larga scala, ancora a testimonianza della logica sempre più industriale degli attaccanti. L’elevato incremento dell’utilizzo di tecniche sconosciute (+47%) dimostra tuttavia che i cybercriminali sono piuttosto attivi anche nella ricerca di nuove modalità di attacco. E se i DDoS rimangono sostanzialmente invariati, lo sfruttamento di vulnerabilità note è in crescita (+39,4%), così come l’utilizzo di vulnerabilità 0-day, (+66,7%), e gli attacchi basati su tecniche di Account Cracking (+7,7%).

Unico dato in calo, le SQL injection, che segnano -85,7%.

Aumenta la pressione fiscale, ma cresce il potere d’acquisto

Nel terzo trimestre 2018 aumenta la pressione del fisco, ma anche il potere d’acquisto delle famiglie. Secondo i dati rilevati dall’l’Istat nel trimestrale delle Amministrazioni pubbliche, la pressione fiscale nel periodo considerato è stata pari al 40,4%. In aumento quindi di 0,1 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’Istituto di statistica segnala inoltre che nel terzo trimestre 2018 l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil risulta in calo del -1,7%, contro il -1,8% nello stesso trimestre del 2017. Il saldo primario, ovvero l’indebitamento al netto degli interessi passivi, è risultato positivo, con un’incidenza sul Pil del 2,0%, a fronte dell’1,6% nel terzo trimestre del 2017. Il saldo corrente è stato anch’esso positivo, con un’incidenza sul Pil dell’1,1% (1,6% nel III trimestre del 2017).

Diminuisce l’indebitamento delle PA

Nei primi tre trimestri dell’anno appena passato, sempre secondo dati Istat, la pressione fiscale si è attestata al 39,7% del Pil, in riduzione di 0,2 punti percentuali rispetto al corrispondente periodo del 2017. Complessivamente, riferisce Adnkronos, nei primi tre trimestri del 2018, le Amministrazioni pubbliche hanno registrato un indebitamento netto pari a -1,9% del Pil, in miglioramento rispetto al -2,6% del corrispondente periodo del 2017. Nei primi nove mesi del 2018, in termini di incidenza sul Pil, il saldo primario e il saldo corrente sono risultati positivi, risultando pari, rispettivamente, all’1,8% (1,2% nello stesso periodo del 2017) e allo 0,9% (1,0% nel corrispondente periodo del 2017).

Cresce il potere d’acquisto

Quanto al potere d’acquisto delle famiglie, nel terzo trimestre 2018 il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è aumentato dello 0,1% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dello 0,3%. Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è stata pari all’8,3%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. L’Istat sottolinea inoltre come a fronte di una variazione dello 0,3% del deflatore implicito dei consumi il potere d’acquisto delle famiglie consumatrici sia diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente.

Un livello inalterato dei consumi

A fronte di tali andamenti, e grazie a una lieve riduzione della propensione al risparmio, le famiglie hanno quindi mantenuto un livello quasi inalterato dei consumi in volume.

Sul fronte societario, l’Istat segnala che la quota dei profitti sul valore aggiunto delle società non finanziarie, pari al 41,4%, è diminuita di 0,9 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Il tasso di investimento delle società non finanziarie, pari al 22,2%, è aumentato di 0,1 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.

Lavoro nero e illegale uguale il 12% del Pil

Brutto primato – purtroppo tutto in negativo – per l’economia italiana. Come indica una recente rilevazione curata dall’Istat, il cosiddetto “nero” nel Belpaese vale l’importo monstre di 210 miliardi di euro. Una cifra che rappresenta addirittura il 12,4% del Pil. Entrando nel merito delle cifre, il valore aggiunto generato dall’economia sommersa ammonta a poco meno di 192 miliardi di euro, quello connesso alle attività illegali (incluso l’indotto) a circa 18 miliardi di euro. Nel 2016 la componente relativa alla sotto-dichiarazione pesava per il 45,5% del valore aggiunto (circa -0,6 punti percentuali rispetto al 2015). La restante parte era invece attribuibile per il 37,2% all’impiego di lavoro irregolare, per l’8,8% alle altre componenti (affitti in nero, mance) e per l’8,6% alle attività illegali.

I settori dove c’è più nero

Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (23,7%) e le costruzioni (22,7%) si confermano i settori dove l’economia sommersa è maggiormente presente. Ma, oltre a questi macrocomparti, il sommerso coinvolge poi tutte le aree delle sotto-dichiarazioni: Servizi professionali (16,3%), Commercio, Trasporti, alloggio e ristorazione (12,4%), Costruzioni (11,9%). Ma risulta pesantemente invischiato nel fenomeno anche il manifatturiero, soprattutto quello dedicato alla Produzione di beni alimentari e di consumo (7,5%). Il settore più colpito dall’impiego di lavoro irregolare è infine quello domestico o che riguarda agricoltura e pesca.

Un problema gravissimo per l’Italia e le casse dello Stato

Il lavoro nero, purtroppo, si conferma come uno dei più grandi problemi per l’Italia e le casse dello Stato. Come evidenziano i dati diffusi dall’Istat, è questo un fenomeno che produce un “buco” di circa 20 miliardi di euro per l’erario. Nel 2016, l’elenco degli irregolari raggiungeva i 3 milioni 701 mila, in prevalenza dipendenti (2 milioni 632 mila), un numero in lieve diminuzione rispetto al 2015 (rispettivamente -23 mila e -19 mila unità). L’incidenza del lavoro irregolare è particolarmente rilevante nel settore dei Servizi alle persone (47,2% nel 2016, in calo di 0,4 punti percentuali rispetto al 2015) ma risulta significativo anche nei comparti dell’Agricoltura (18,6%), delle Costruzioni (16,6%) e del Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (16,2%).

Le attività illegali “valgono” 18 miliardi di euro

Il peso economico dell’illegalità nella compilazione dei conti nazionali, conclude l’Istat, equivale a poco meno di 18 miliardi di euro di valore aggiunto (compreso l’indotto) con un aumento di 0,8 miliardi, sostanzialmente riconducibile alla dinamica dei prezzi relativi al traffico di stupefacenti. Non c’è davvero motivo di essere fieri di questo business.

 

Guida autonoma, l’Italia è ancora a metà strada

Ci vorranno ancora anni affinché in Italia le tecnologie siano mature per il livello 5 della guida autonoma, ovvero un livello di piena operatività e di totale autonomia del mezzo. Ma siamo ancora a metà strada rispetto al risultato finale. Dai sistemi radar ai sensori integrati, ai sistemi Lidar, che utilizzano il laser per individuare gli oggetti in strada, il nostro Paese è attivo anche nella componentistica per la guida autonoma, ma vuole far crescere le competenze nella nostra filiera, attraendo aziende anche dall’estero.

“Nel campo della guida autonoma il nostro compito – spiega Gianmarco Giorda, direttore dell’Associazione nazionale filiera industria automobilistica (ANFIA) all’Ansa – è sviluppare la capacità delle aziende italiane di affrontare le sfide. In sostanza, far crescere le competenze della nostra filiera, aiutando le aziende italiane a trovare le controparti estere che le aiutino a crescere”.

“In Italia abbiamo solo una parte delle competenze necessarie”

Telecomunicazioni e information technology “sono ad esempio due dei settori, indispensabili nello sviluppo di questi veicoli, su cui – ricorda il direttore dell’ANFIA – abbiamo molto bisogno di esperti. Quella della guida autonoma, infatti, è una materia talmente varia, con tecnologie diversificate, che abbiamo solo una parte delle competenze necessarie”.

Questa lacuna potrebbe essere colmata con lo “sviluppo in Italia, che vogliamo incentivare, di centri di competenza da parte delle aziende estere”, continua Giorda. L’Italia comunque è già attiva nel campo della guida autonoma, con aziende come Magneti Marelli e  STMicroelectronics.

“La componentistica italiana registra il 50% del fatturato oltreconfine”

“All’estero riconoscono il valore della componentistica italiana, che registra il 50% del fatturato oltreconfine e vede l’Italia seconda dopo la Germania, anche per la guida autonoma”, sottolinea Giorda.

E avranno componentistica italiana anche le Demo Car, che saranno sperimentate a Torino, e al cui progetto partecipano, tra le altre, Fca, Gm, Tim e ANFIA, e in Campania (ANFIA, Adler ed ST tra i partecipanti).

Al via i test a Torino e in Campania

I test nel capoluogo piemontese partiranno nei prossimi mesi. Prima vanno realizzate anche le infrastrutture che dialogano con il veicolo autonomo. “I test potranno essere svolti nelle strade aperte al traffico, grazie al via libera del decreto smart road”, commenta Giorda.

In Campania, invece, il progetto Borgo 4.0′ “vuole individuare un borgo ben collegato con autostrade e infrastrutture, localizzato ad almeno 700-800 metri sul livello del mare – dichiara Giorda – per poter testare le tecnologie in tutte le diverse condizioni climatiche”.

Macchinari innovativi: arrivano contributi per 340 milioni di euro

Con il nuovo intervento Macchinari Innovativi avviato dal Ministero dello Sviluppo Economico a favore delle micro, piccole e medie imprese italiane sono in arrivo contributi per oltre 340 milioni di euro. La novità è stata annunciata da una nota emanata dal ministero dello Sviluppo economico. Più in dettaglio, la misura è a valere sul Programma Operativo Nazionale (Pon) Imprese e Competitività 2014-2020 Fesr (Fondo europeo sviluppo regionale), e sul collegato Programma nazionale complementare di azione e coesione.

Il Pon Imprese e Competitività 2014-2020 Fesr  interviene con una dotazione complessiva di circa 2,3 miliardi di euro per il rafforzamento delle imprese del Mezzogiorno, mentre il programma nazionale complementare di azione e coesione ha l’obiettivo di ricostituire gli assetti fondamentali per la competitività dei sistemi economici e produttivi per la crescita intelligente, sostenibile e inclusiva del Paese.

Una misura rivolta alle Regioni meno sviluppate

L’intervento Macchinari Innovativi è destinato alle Regioni italiane meno sviluppate, in particolare Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, ed è volto a sostenere la realizzazione di programmi di investimento diretti a consentire la transizione del settore manifatturiero verso la cosiddetta Fabbrica Intelligente, riferisce Ansa. “Con questo programma s’intende favorire la crescita economica e al contempo rafforzare le piccole e medie imprese che sono più in ritardo nel fronteggiare la sfida del mercato globale”, dichiara il Ministro dello Sviluppo Economico, del Lavoro e delle Politiche Sociali Luigi Di Maio.

Agevolazioni coerenti al piano nazionale Impresa 4.0

Molte realtà, specialmente del sud Italia, hanno difficoltà ad affrontare le sfide di un mercato sempre più competitivo e globalizzato. Per molte imprese, soprattutto di piccole dimensioni, questo a volte “ rappresenta una montagna che non può essere scalata in solitudine”, aggiunge Di Maio. Per aiutare queste aziende,  e in coerenza con il piano nazionale Impresa 4.0 e con la  Strategia nazionale di specializzazione intelligente, per tutte le imprese che realizzeranno investimenti innovativi è prevista una combinazione di agevolazioni.

Contributi in conto impianti e finanziamenti agevolati

Per investimenti innovativi si intendono, ad esempio, gli interventi sostenuti dall’azienda volti a consentire l’interconnessione tra componenti fisiche e digitali del processo produttivo.

La combinazione di agevolazioni introdotta dalla misura del Ministero è articolata in relazione alla dimensione dell’impresa, ed è composta da contributi in conto impianti e finanziamenti agevolati. I termini di apertura e le modalità di presentazione delle domande saranno definiti con successivo provvedimento.

I Millenial non temono la tecnologia, ma chiedono più formazione

I Millennial non hanno paura dei cambiamenti tecnologici dell’Industria 4.0, ma chiedono più formazione al mondo delle imprese, per non arrivare impreparati alle sfide poste dalle nuove tecnologie digitali. Il 48% dei giovani professionisti italiani vede infatti nell’introduzione di tecnologie innovative come robotica e intelligenza artificiale un’opportunità per concentrarsi maggiormente sugli aspetti più creativi del proprio lavoro. E solo il 17% teme di essere parzialmente o completamente sostituito dai robot. Ma solo una minoranza si considera sufficientemente competente, e ha la percezione di essere abbastanza preparata.

Solo 3 su Millennial su 10 sente di avere le competenze necessarie

È quanto emerge dalla settima edizione del Millennial Survey di Deloitte, che ha raccolto le opinioni di 10.455 Millennial provenienti da 36 paesi, di cui 306 italiani, e 1.844 giovani della generazione Z, o Centennials, ovvero i nati dalla seconda metà degli anni Novanta fino al 2010. Insomma, i veri nativi digitali.

Tra i Millennial intervistati però meno di 4 su 10 (3 su 10 tra i cugini della generazione Z) sentono di avere le competenze necessarie e si aspettano un sostegno formativo, e la maggioranza considera insufficiente la risposta delle imprese, riporta Ansa.

La gig economy rappresenta un’ottima opportunità, ma la fiducia nelle aziende è in calo

In generale per i Millennial la gig economy rappresenta un’ottima opportunità per integrare il proprio stipendio in modo flessibile. Tanto che 8 giovani su 10 ne sono già parte attiva, o la stanno prendendo in considerazione. Di contro la fiducia dei giovani verso le aziende è in calo, e mostra un’inversione di tendenza rispetto all’anno precedente. Oggi infatti meno della metà dei Millennial (48%), contro il 62% nel 2017, ritiene che le aziende si comportino in modo etico e pensa che i dirigenti aziendali siano impegnati a contribuire al miglioramento della società.

I Millennial italiani sono scettici verso le imprese. E della politica si fidano ancora meno

Se la fiducia nelle aziende tra i giovani è in calo, in Italia lo scetticismo è ancora maggiore. Sono infatti più dell’80% i ragazzi italiani che ritengono le aziende focalizzate esclusivamente “sulle priorità interne piuttosto che sul sociale”. E soprattutto, che “non abbiano altre ambizioni al di fuori del loro profitto”.

Una percezione negativa che peggiora ulteriormente quando si parla di politica. In questo caso solo il 10% dei giovani italiani ritiene che l’influenza sociale dei politici sia positiva, percentuale che sale al 36% in riferimento all’operato dei leader d’impresa.

Nel 2016 diminuiscono i pensionati, e aumentano gli occupati

Rispetto al 2015 decresce il numero di pensionati e aumenta quello degli occupati. Nel 2016 prosegue quindi la riduzione del numero di pensionati, che ammontano a 16.064.508 unità, segnando il punto più basso dopo il picco del 2008. Questo è quanto emerge dal Quinto Rapporto Il Bilancio Previdenziale italiano. Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2016, a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. Il documento fornisce una visione d’insieme del sistema welfare italiano, illustrando gli andamenti della spesa pensionistica, delle entrate contributive e dei saldi nelle differenti gestioni pubbliche e privatizzate che compongono il sistema pensionistico del Paese.

Il rapporto tra occupati e pensionati è al massimo livello in assoluto

Il rapporto attivi/pensionati nel 2016 tocca quota 1,417, mentre la spesa pensionistica pura è aumentata dal 2015 al 2016 dello 0,22%. Il rapporto tra occupati e pensionati tocca quindi il massimo livello di sempre, un dato fondamentale per la tenuta di un sistema pensionistico a ripartizione come quello italiano. Con un numero di prestazioni in pagamento a propria volta in diminuzione, è interessante notare come il rapporto tra numero di prestazioni in pagamento e numero di pensionati sia pari a 1,43, mentre il rapporto tra numero di prestazioni in pagamento e popolazione tocca quota 2,638, di fatto una prestazione per famiglia.

“La dinamica della spesa per le pensioni è sotto controllo”

Nel 2016, la spesa pensionistica italiana relativa a tutte le gestioni ha raggiunto, al netto della quota Gias (gestione per gli interventi assistenziali), i 218.504 milioni di euro. Rispetto al 2015, aumentano invece del 2,71% i contributi versati: si riduce quindi di 4,56 miliardi il saldo negativo di oltre 26 miliardi registrato nel 2015.

Si tratta di numeri che “evidenziano innanzitutto come, al di là dell’opinione comune supportata dai dati Istat, la dinamica della spesa per le pensioni sia assolutamente sotto controllo”, afferma Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali.

Tra prestazioni assistenziali e pensioni sono 4.104.413 i soggetti interessati

Nel 2016, risultano in pagamento in Italia 4,1 milioni di prestazioni di natura interamente assistenziale (invalidità civile, accompagnamento ecc) e ulteriori 5,3 milioni di pensioni che beneficiano di parti assistenziali (maggiorazioni sociali, integrazioni al minimo ecc). L’insieme delle prestazioni ha riguardato 4.104.413 soggetti, per un costo totale annuo di oltre 21 miliardi di euro (+2,41% rispetto al 2015). Per queste prestazioni non è però stato di fatto versato alcun contributo, o sono state versate contribuzioni modeste e per pochi anni. “Separare la spesa previdenziale da quella assistenziale – commenta Brambilla – è un esercizio di equità tra chi ha versato e chi no: non bisogna infatti dimenticare che il nostro modello di welfare prevede per finanziare le pensioni una tassa di scopo, i contributi sociali, mentre l’assistenza è finanziata dalla fiscalità generale”.

Allarme bebè: in Italia le nascite sono al minimo storico

Il Report dell’Istat sugli indicatori demografici per il 2017 non lascia dubbi: è stato battuto il record di minimo storico delle nascite dall’Unità d’Italia. L’anno scorso sono nati infatti 464mila bambini, il 2% in meno rispetto al 2016, registrando quindi la nona consecutiva diminuzione dal 2008, anno in cui ci furono 577mila nati, riferisce Adnkronos.

La riduzione delle nascite rispetto al 2016 interessa gran parte del territorio, con punte del -7,0% nel Lazio e del -5,3% nelle Marche. Soltanto in quattro regioni si registrano incrementi: Molise (+3,8%), Basilicata (+3,6%), Sicilia (+0,6%) e Piemonte (+0,3%).

Sono 90mila i nati da cittadine straniere

Il 19,4% delle nascite stimate per il 2017 è da madre straniera, una quota in lieve flessione rispetto al 2016 (19,7%), mentre l’80,6% è da madre italiana. In assoluto, i nati da cittadine straniere sono stimati in 90mila, il 3,6% in meno dell’anno prima. Di questi, 66mila sono quelli avuti con partner straniero, 24mila quelli con partner italiano.

In generale la popolazione residente in Italia al 1° gennaio 2018 scende a 60 milioni 494mila, quasi 100 mila in meno rispetto all’anno precedente. Nel complesso, la popolazione diminuisce di 95mila unità.

Il calo della popolazione è disomogeneo nel Paese

Il calo della popolazione, rileva l’Istat, non riguarda tutte le aree del Paese. Regioni demograficamente importanti, come Lombardia (+2,1 per mille), Emilia-Romagna (+0,8) e Lazio (+0,4), registrano variazioni di segno positivo. L’incremento relativo più consistente è quello ottenuto nella Provincia autonoma di Bolzano (+7,1) mentre a Trento si arriva al +2 per mille. Sopra la media nazionale (-1,6 per mille) si collocano anche Toscana (-0,5) e Veneto (-0,8). Nelle restanti regioni, dove la riduzione di popolazione è più intensa rispetto al dato nazionale, si è in presenza di un quadro caratterizzato dalla decrescita che va dalla Campania (-2,1 per mille) al Molise (-6,6).

Le immigrazioni contribuiscono allo sviluppo demografico

Al 1° gennaio 2018 solo il 13,4% ha meno di 15 anni, e l’età media della popolazione ha oltrepassato i 45 anni. E non si rilevano variazioni significative sulla speranza di vita alla nascita: 80,6 anni per gli uomini e 84,9 anni per le donne. Anche nel 2017 poi le immigrazioni internazionali si confermano più alte delle emigrazioni, contribuendo allo sviluppo demografico e compensando lo squilibrio determinato dalla dinamica naturale negativa. Il saldo migratorio netto con l’estero stimato è pari a +184mila unità (3 per mille residenti), superiore a quello dell’anno precedente (+144mila), e prodotto da un più elevato numero d’ingressi, pari a 337mila (+12%) e da una riduzione delle uscite (153mila, -2,6%). Le immigrazioni dall’estero risultano al terzo anno di crescita consecutivo dal 2014, mentre le emigrazioni registrano per la prima volta un’inversione di tendenza.

Italia: non è terra di start up. Lo dice 1 imprenditore su 2

L’Italia non è un paese per start up. Lo afferma la metà degli imprenditori intervistati nel cos di uno studio del K&L Gates Legal Observatory, condotto con metodologia Woa (Web Opinion Analysis) attraverso un monitoraggio su circa 50 forum, community, portali e testate web. Obiettivo del sondaggio, capire quali siano le difficoltà delle start up in Italia. E le risposte non sono rassicuranti, purtroppo.

Le maggiori criticità? Trovare investitori e personale

Gli startupper intervistati segnalano che la maggiore difficoltà è sicuramente quella di attrarre investitori, riconosciuta dal 29% del campione. Per il 23% la principale problematica è trovare personale qualificato a costi sostenibili, mentre un altro 19% rivela la fatica di conquistare quote di mercato. E, sebbene nel nostro paese molto sia stato fatto in termini di incentivi, come gli incubatori di impresa e fondi pubblici e privati attivi nel comparto, gli imprenditori di start up non reputano l’Italia il paese “giusto” per queste avventure. La colpa?  Poco sostegno all’inizio e troppa burocrazia, che rende macchinoso ad esempio accedere ai fondi. Gi startupper, quindi, cercano di correre ai ripari: il 34% prova a risolvere da solo le emergenze, il 31% si affida ad esperti per le specifiche aree mentre il 17% consulta varie fonti.

I settori che piacciono agli investitori

Ammettendo che vada tutto come dovrebbe andare, quali sono i settori che solleticano maggiormente l’interesse dei potenziali investitori con liquidità? La ricerca ha una risposta anche a questo quesito: sono Ict (52%), Healthcare (36%), Pharma (34%), Media (28%), Trasporti (25%) e settore alimentare (19%). Per quanto riguarda le risorse umane, invece, il numero medio impiegato da una startup è da 1 a 5 (37%), da 5 a 10 (24%), oltre 10 (21%), oltre 30 (11%), oltre 50 (7%).

E gli errori più comuni

Tra gli errori maggiormente segnalati, spicca il fatto di non informarsi sui possibili competitor, così da evitare “doppioni” nell’offerta (52%). Segue poi l’incapacità di trasmettere una visione e mostrare al mercato le potenzialità della propria idea. Interessante anche quel 41% che dice di sbagliare perché si allinea alla logica comune, evitando così di andare controcorrente. Ancora, il 37% riconosce come errore quello di inventare prodotti o servizi senza però riuscire a illustrare efficacemente  come si guadagna, ovvero chi paga per i servizi della start up, mentre il 35% non ha una visione corretta della mole di lavoro, e la sottovaluta. Comunque sia, il 49% degli imprenditori monitorati pensa che l’Italia non sia il paese giusto per lanciare questo tipo di progetti. Un altro 26%, però – ed è un numero in salita rispetto agli anni passati – pensa che invece il Belpaese sia il luogo giusto per far nascere una start up.