Italia ottimista sulle prospettive future

A settembre 2021 non sono solo le vittorie nello sport, dal campionato europeo di calcio alle Olimpiadi e il tennis, ma soprattutto la ripartenza del Pil che rende ottimisti sulle prospettive future. Questo, nonostante le polemiche “no vax” e le incertezze che permangono nel quadro sanitario. Nell’ultimo trimestre il PiL è cresciuto infatti del 2,7%, proiettando al rialzo le aspettative di chiusura dell’anno.
A inizio 2021 il Fondo Monetario Internazionale stimava una crescita 2021 per l’Italia del 4,2%, mentre a luglio la stima è diventata 4,9%.
La stima Istat è invece passata da 4,0% a 4,7%, quella di The European House – Ambrosetti da 4,0% a 4,9%, quella della Commissione Europea è passata da 3,4% a 5,0% e quella della Banca d’Italia da 3,5% a 5,1%.

Rispetto a settembre 2020 siamo in “un’era geologica” diversa

Per misurare la fiducia delle imprese, The European House – Ambrosetti, a partire dal 2014 ha sviluppato un indicatore che misura la situazione attuale del business, le prospettive del business a sei mesi, le prospettive dell’occupazione e sempre a sei mesi le prospettive degli investimenti. Ogni misurazione va da una scala da -100 a 100, dove -100 è il valore che indica il massimo pessimismo e 100 il valore associato al massimo ottimismo. E secondo l’indicatore la fiducia attuale delle imprese è al massimo storico, a 70,6, più del doppio della valutazione di giugno (30,2). Rispetto al settembre 2020, quando l’Indicator era pari a -21,1, siamo in “un’era geologica” diversa. Un’accelerazione di ottimismo simile non l’avevamo mai registrata prima.

Anche la prospettiva sugli investimenti registra un record storico

Le aspettative legate alla situazione occupazionale rilevate nell’Ambrosetti Club Economic Indicator restano positive (40,5), sugli stessi livelli della precedente rilevazione, ma comunque su valori molto elevati, non solo rispetto al periodo pandemico, ma anche rispetto agli anni precedenti. Ma anche la prospettiva sugli investimenti delle imprese registra il proprio record storico (62,7). È chiaro che i problemi ci sono, e che gli strascichi della crisi del 2020 non spariscono da un anno con l’altro. Nel 2020 più di due milioni di famiglie, il 7,7% del totale, risultavano in povertà assoluta, partendo dal 6,4% del 2019.

L’arrivo del Next Generation EU dà l’avvio al nostro PNRR

I 22,3 milioni di occupati, ad aprile 2021, sono sicuramente un valore in crescita rispetto ai mesi precedenti (+0,6% rispetto ad aprile), ma sono comunque un milione in meno rispetto agli occupati ad aprile 2019. Ma l’arrivo del prefinanziamento di Next Generation EU dà materialmente l’avvio al nostro Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Questa è la partita sulla quale si giocano le possibilità di rimanere agganciati alle economie più avanzate. E la collaborazione fra istituzioni, imprese e parti sociali è cruciale.

Dallo smart working alle flessibilità: come è cambiato il lavoro e quali le prospettive post Covid

Come è cambiato il modo di lavorare nel mondo dopo la pandemia di Covid-19? E cosa resterà dei tanti sconvolgimenti che tutti abbiamo vissuto anche sul piano professionale negli ultimi mesi? Ancora, lo smart working, mai così praticato come nell’ultimo anno e mezzo, resisterà al ritorno alla normalità oppure si farà marcia indietro verso modalità di lavoro più “classiche”? A questi e a molti altri quesiti ha risposto il nuovo sondaggio Ipsos, condotto in collaborazione con il World Economic Forum in 29 Paesi, che ha indagato come la pandemia da Covid-19 abbia influenzato le modalità di lavoro, qual è la situazione attuale dei lavoratori e quali le prospettive future. 

L’impatto dello smart working nel mondo…

In media, a livello internazionale, il 23% degli intervistati dichiara di lavorare da casa in misura maggiore rispetto a prima della pandemia. Percentuale leggermente più bassa in Italia, in cui il 18% dei lavoratori  dichiara di lavorare più da casa, il 73% non ha notato nessun cambiamento e il 9% continua a lavorare meno da casa rispetto al periodo precedente alla pandemia. Prima che la pandemia scoppiasse, il 53% degli intervistati a livello internazionale ha dichiarato di aver sempre lavorato in ufficio lontano da casa; percentuale che si attualmente si è ridotta al 39%. 

… e in Italia

In Italia, prima dello scoppio del Covid-19, il 56% dei lavoratori ha dichiarato di aver sempre lavorato in ufficio lontano da casa, il 15% ha sempre operato lontano da casa ma non in ufficio, il 14% ha sempre svolto le proprie mansioni da casa, infine, il restante 14% ha sempre lavorato da casa e qualche volta lontano dalla propria abitazione. E ora come stanno lavorando gli italiani? Il 48% è ritornato in ufficio, il 16% lavora lontano da casa ma non in ufficio, il 21% svolge i suoi compiti da casa, mentre il 15% lavora qualche volta a casa e qualche volta lontano da casa. Inoltre, quando la pandemia sarà davvero finita, gli italiani in che modalità preferiranno ritornare a lavorare? Il 33% vorrebbe lavorare completamente da casa, il 12% lavorerebbe da casa come sta facendo tutt’ora, il 28% preferirebbe svolgere le proprie mansioni, completamente, lontano da casa meno di come stia già facendo, il 9% non sa esprimersi in merito e infine il 17% ha dichiarato che il lavoro che svolge non gli consente la possibilità di scegliere la modalità che preferisce.

Obiettivo flessibilità 

Lo smart working ha anche introdotto il concetto di flessibilità nella giornata lavorativa degli italiani. Un aspetto positivo che non si vuole abbandonare: in media, il 28% degli intervistati a livello internazionale è fortemente d’accordo con una maggior flessibilità da parte dei propri datori di lavoro, condiviso anche dal 34% degli italiani. Ne consegue che, con più tempo e maggiore comfort, le persone possano essere più produttive con un orario di lavoro flessibile: il 29% degli intervistati a livello internazionale e il 27% degli italiani sono pienamente d’accordo. 

Gli italiani si dividono fra Video on demand e Tv

Le lunghe settimane in lockdown hanno contribuito sensibilmente a un cambio di abitudini nei confronti dei diversi media, da quelle più tradizionali come la Tv a quelli più innovativi come i Video on demand (Vod). La riprova ne è la rilevazione effettuata da GFK Sinottica, che analizza l’andamento della fruizione dei diversi mezzi dal marzo 2020. Si scopre così che negli ultimi due anni l’utilizzo delle piattaforme Over-The-Top è cresciuto in maniera significativa: nel primo trimestre del 2021, in un giorno medio, circa un quarto della popolazione ha fruito di contenuti Vod. In crescita anche il tempo medio dedicato a questo tipo di contenuti. In generale, la pandemia ha favorito tutti i media fruibili da casa, con una crescita della Total Audience di quasi 1 milione di persone rispetto al 2018 per Vod e TV lineare.

Più tempo davanti agli schermi

Anche se le restrizioni si sono via via allentate, gli italiani si sono appassionati ai contenuti video, tanto che è aumentato il tempo medio trascorso davanti allo schermo. In particolare, aumentano le ore passate a guardare i contenuti disponibili sulle piattaforme OTT. Nella giornata media si è passati dai circa 100 minuti al giorno dedicati nella fase pre-pandemica alle 2 ore circa registrate nel primo trimestre 2021.

Una tendenza destinata a durare

Per quanto riguarda l’andamento della fruizione di Video on demand, l’analisi mostra che in pochissimo tempo – da marzo 2020 – si è passati da una Reach media giornaliera del 16% sul totale della popolazione con più di 14 anni ad una del 26% ad aprile 2020. La percentuale di fruitori di contenuti Video on Demand nel giorno medio è scesa durante l’estate 2020 per poi registrare un nuovo picco nell’ultimo trimestre del 2020. A gennaio 2021 la percentuale di italiani esposti al VOD corrispondeva nuovamente a circa un quarto della popolazione con più di 14 anni e si è mantenuta su questi livelli fino a marzo 2021. Si può dire quindi che si tratta di una tendenza destinata a durare nel tempo, anche oltre la situazione di emergenza sanitaria.

Per i Vod utenza più giovane

Anche se Tv lineare e piattaforme video si rivelano non concorrenti ma piuttosto complementari, è anche vero che la Tv ha registrato un leggero calo negli ultimi mesi.  Si è ridotta cioè la percentuale di chi utilizza in maniera esclusiva la TV lineare. Si tratta principalmente di persone appartenenti alle fasce più mature della popolazione (dai 55 anni in più), che devono ancora familiarizzare con le piattaforme OTT. Al contrario, tra i fruitori di Video on Demand  troviamo principalmente giovani con meno di 35 anni.

Flessibilità è la parola chiave del futuro

È flessibilità la parola chiave del futuro per 8 professionisti italiani su 10. Lo evidenzia il secondo sondaggio di DoveVivo Lab, che ha intervistato i lavoratori italiani per verificare come hanno affrontato lo smart working durante la pandemia e indagare quali sono le loro aspettative per il futuro. DoveVivo Lab è l’osservatorio che indaga le tendenze e lo stile di vita della community internazionale di studenti e giovani lavoratori di DoveVivo, la coliving company europea presente in 14 città. In particolare, secondo più della metà dei professionisti intervistati si tornerà a lavorare stabilmente in ufficio, tanto che il 67% dichiara che una volta che la pandemia sarà finita si ricomincerà a lavorare in presenza. 

Per il 18% degli intervistati lo smart working sparirà completamente

Se per il 18% degli intervistati lo smart working sparirà completamente, lasciando il posto a una settimana in ufficio 5 giorni su 5, il 33% dichiara invece di immaginare un futuro in cui lo smart working rimarrà un’abitudine stabile, con almeno 3 giorni a settimana in cui sarà possibile lavorare da casa.
Quanto alle preferenze, però, emerge una situazione molto diversa: la parola chiave più amata dai professionisti è appunto flessibilità. Il 80% di loro dichiara infatti che vorrebbe andare in ufficio 1 o 2 volte a settimana, oppure vorrebbe poter scegliere se fare smart working giorno per giorno. Il restante 20% invece vorrebbe tornare in ufficio tutti i giorni.

Gestire il tempo in modo diverso è l’aspetto più apprezzato dello smart working

Generalmente positiva, in ogni caso, è l’esperienza con le riunioni da casa per 7 lavoratori su 10. Il 50% dichiara di aver capito che lo smart working è efficace come il lavoro in presenza, mentre il 31% lamenta una comunicazione poco empatica attraverso lo schermo del pc e la difficoltà nel riuscire a trovare il tempo per fissare le riunioni. La possibilità di gestire il tempo in maniera differente è l’aspetto più apprezzato dello smart working: il 51% dei lavoratori ha dichiarato, infatti, di essere riuscito a trasformare il tragitto casa-ufficio in tempo dedicato alle passioni. La comodità della casa, invece, ha permesso al 24% di lavorare meglio. Il 19% poi ha apprezzato la possibilità di aver potuto condividere più tempo con la famiglia, o la presenza di coinquilini o partner (6%).

A casa si lavora più del solito, e sono mancati i viaggi di lavoro

Ma lo smart working ha generato anche difficoltà. Secondo il 32% si è sentita la mancanza delle occasioni di viaggiare, conoscere nuovi colleghi e lanciare progetti. Aspetto altrettanto negativo (31%) la difficoltà di separare la giornata lavorativa dalla vita privata, mentre secondo il 19% l’aspetto peggiore è stato l’isolamento, e il 18% non ha gradito la scomodità della ‘postazione lavorativa domestica’. Nonostante la possibilità di avere più tempo a disposizione il 21% ha dichiarato di aver lavorato ancora più del solito. Il 58%, però, ha affermato di aver dedicato il tempo guadagnato a interessi personali e affetti, mentre il 21% si è reso conto dell’importanza dell’aggiornamento professionale e ha colto l’occasione per partecipare a corsi di formazione.

In vacanza con cane gatto, i consigli per un’estate serena (per tutti)

Sono tante le famiglie che hanno adottato un amico a quattro zampe durante il periodo di pandemia, e l’estate 2021 per loro potrebbe essere la prima esperienza di viaggio e di vacanza in una località turistica con un cane o con un gatto. Che sia al mare, al lago o in montagna, la Dottoressa Sabrina Giussani, Medico Veterinario esperto in comportamento animale e presidente senior di S.I.S.C.A. (Società Italiana Scienze del Comportamento Animale) ha elaborato qualche consiglio utile pensato per chi trascorrerà le vacanze insieme a il cane oppure a al gatto per la prima volta. Questo per fare in modo che le vacanze siano un momento speciale per essere felici insieme.

Quando si parte con il cane…

…è meglio scegliere una località dove sia agevole fare passeggiate e con aree verdi nelle vicinanze. Oltre al libretto sanitario, occorre ricordare di portare il suo cibo, le sue ciotole, i suoi giochi ecc. Senza dimenticare la museruola. Arrivati a destinazione, sistemare subito l’alloggio in modo che il cane abbia tutte le sue risorse a disposizione. Importante l’uso dei feromoni, che inviano un messaggio naturale di calma e serenità. Nei primi giorni, va poi evitato di lasciarlo completamente solo. Nei primi giorni, via libera a passeggiate esplorative nei dintorni, mappare insieme il territorio, trovare percorsi piacevoli, ma niente escursioni impegnative, soprattutto se il cane è poco allenato. E se durante la vacanza si verificano momenti in cui deve restare da solo meglio lasciare una luce accesa, la ciotola dell’acqua fresca, e giocattoli a disposizione.

Viaggiare con il gatto

Quando invece si viaggia con un gatto, è molto più rilevante della scelta della tipologia di destinazione. Una buona opzione è un appartamento/residence al secondo o terzo piano, con balcone o terrazza. Importante verificare, soprattutto per località calde, la presenza dell’aria condizionata. Anche in questo caso portare il cibo abituale, le sue ciotole, i giochi che preferisce, le cuccette, il tiragraffi e la cassetta igienica. Non dimenticare il libretto sanitario e i prodotti di salute e igiene di uso abituale, e gli antiparassitari.
Arrivati nella nuova dimora, meglio allestire subito una sistemazione di accoglienza, con tutte le sue “cose”, in un ambiente unico, ad esempio la camera da letto.

Gli errori da evitare per non rendere stressante il soggiorno

Ci sono comportamenti che messi in atto in modo inconsapevole possono causare disagio nel nostro amico a quattro zampe e trasformare la vacanza in uno stress.
“L’errore più comune è sottoporre il cane o il gatto a un eccesso di stimoli: troppe persone, troppi rumori, tanti cani, troppi cambiamenti, ad esempio chi cambia più alberghi… tutto troppo e troppo velocemente – piega la Dottoressa Giussani -. Questo può rendere la vacanza difficile da gestire, causando nel cane difficoltà a uscire in passeggiata, o nel gatto la tendenza a nascondersi per lungo tempo”. Evitare quindi di forzare il cane o il gatto a esplorare tutte le stanze appena arrivato nella nuova casa, o lasciare il cane da solo per lungo tempo appena arrivati. Oppure, liberare il gatto lasciando andare all’esterno in un luogo che non conosce.

“Vola” il clima di fiducia di cittadini e imprese: i dati Istat di giugno

I cittadini vedono rosa, così come le aziende. Anzi, per alcune categorie di queste ultime – come l’industria e i servizi di mercato – l’indice del clima fiducia torna a volare alto, addirittura sopra i livelli pre crisi. Insomma, l’ottimismo è alle stelle, come non lo era più stato dall’ormai lontano 2018.  Lo rileva l’Istat, che per il mese di giugno parla di “aumento significativo” dell’indice del clima di fiducia dei consumatori (da 110,6 a 115,1) e dell’indice complessivo del clima di fiducia delle imprese (da 107,3 a 112,8). L’Istituto di Statistica precisa che l’indice di fiducia dei consumatori, che è aumentato per il terzo mese consecutivo, ha superato il livello di febbraio 2020, fissando il livello più alto da ottobre 2018. Tutte le componenti dell’indice di fiducia dei consumatori crescono, seppur con intensità diverse: il clima economico e il clima attuale hanno registrato la crescita più decisa (rispettivamente da 116,2 a 126,9 e da 102,6 a 108,1); le dinamiche riferite al sentiment della vita personale e quelle del futuro sono invece più caute (a prima passa da 108,7 a 111,1, la seconda da 122,5 a 125,5).

Le aziende più ottimiste? Quelle di manifattura e servizi

L’Istat stima un deciso aumento del clima di fiducia soprattutto nel settore manifatturiero e dei servizi. Per quanto riguarda le imprese, si segnala un forte miglioramento da parte nell’industria manifatturiera, che passa da 110,9 a 114,8, mentre i servizi di mercato da 99,1 a 106,7. Il commercio al dettaglio il balzo in avanti del clima di fiducia va da  da 99,9 a 106,7. Solo nel settore delle costruzioni l’indice di fiducia scende leggermente, da 153,9 a 153,6. Nell’industria manifatturiera, la valutazione degli ordini e le aspettative di produzione sono migliorate; rispetto al mese precedente, le scorte sono giudicate in leggero accumulo. Per quanto riguarda le costruzioni, migliorano i giudizi sul livello degli ordini, mentre calano le aspettative occupazionali da parte delle aziende. Scende invece in maniera significativa l’indice del clima di fiducia del settore dell’ingegneria civile. Nei servizi di mercato, virano in positivo tutti i saldi di tutte le componente dell’indice, così come è in deciso miglioramento il clima di fiducia nei settori dei trasporti e dello magazzinaggio. Diminuisce leggermente, invece,  la fiducia nel comparto del turismo e nei servizi alle imprese. 

Bene le vendite al dettaglio

Per quanto concerne le vendite al dettaglio, infine, l’aumento dell’indice è dovuto al miglioramento dei giudizi su vendite e scorte, anche se calano le aspettative di vendita.  “il clima di fiducia delle imprese migliora – è il commento dell’Istat – consolidando la tendenza positiva in atto da dicembre 2020. Con riferimento al comparto dell’industria e a quello dei servizi di mercato, il livello degli indici supera marcatamente quelli precedenti la crisi; per il commercio al dettaglio l’indice si attesta leggermente al di sotto del valore registrato a febbraio 2020”.

L’Intelligenza artificiale è meglio di un politico “vero”

Meglio essere governati dall’Intelligenza artificiale piuttosto che da un politico in carne e ossa. A pensarlo è il 59% degli italiani, una percentuale superiore alla media europea. Il dato emerge da una ricerca condotta dal Center for the Governance of Change dell’IE University di Segovia, in Spagna, su 11 Paesi attraverso interviste effettuate a 2.769 persone. Secondo la ricerca, se in Europa il 51% dei cittadini afferma di essere favorevole a un’opzione del genere, in Cina la percentuale sale addirittura al 75%. La ricerca spagnola mostra quindi il disamore dei cittadini verso la classe dirigente. Ma non tutti i Paesi sono d’accordo con l’AI in parlamento

In Spagna il 66% è d’accordo, nel Regno Unito il 69% è contrario

La ricerca conferma i risultati di uno studio condotto sempre dall’ateneo spagnolo un paio di anni fa a livello aziendale. Dallo studio precedente era infatti emerso che i dipendenti avrebbero preferito un algoritmo rispetto a un manager “vero”. In ogni caso, a livello europeo la percentuale più alta di persone che oggi preferirebbe un algoritmo a un politico è in Spagna (66%), ma non tutti sono d’accordo. Nel Regno Unito, ad esempio, il 69% delle persone intervistate è contrario alla sostituzione dei parlamentari con l’Intelligenza artificiale, così come il 56% degli olandesi e il 54% dei tedeschi. E a essere contrario è anche il 60% degli statunitensi.

I più giovani sono più aperti “ai robot” in parlamento

Le opinioni variano anche a seconda delle fasce di età. I più giovani sono infatti i più aperti all’ipotesi dell’Intelligenza artificiale in Parlamento, più in particolare, la pensa così oltre il 60% degli europei di 25-34 anni e il 56% degli europei di 34-44 anni, mentre gli over 55 in generale sono più spesso contrari. Inoltre, il 72% dello stesso campione è anche favorevole al voto elettronico, magari tramite app sul proprio smartphone (64% dei britannici).

Il risultato di anni di perdita di fiducia nella democrazia come forma di governo

Questi risultati sono il prodotto di “anni di perdita di fiducia nella democrazia come forma di governo – commenta Oscar Jonsson, direttore accademico del Center for the Governance of Change e tra i principali autori dello studio -. La percezione di tutti, riporta Ansa, è che la politica stia peggiorando e ovviamente ai politici vengono attribuite le colpe, quindi penso che il rapporto catturi lo spirito del tempo”. I motivi di scetticismo, secondo i ricercatori sono legati alla crescente polarizzazione politica e alle bolle informative, ovvero, la personalizzazione dei risultati delle ricerche sui siti in base al comportamento dell’utente.

FSE e Telemedicina, tante opportunità ancora da cogliere

L’importanza dei canali digitali per ricercare informazioni sanitarie, e l’accelerazione imposta dalla pandemia e dall’evoluzione normativa, hanno aumentato anche l’interesse e l’impiego di applicazioni di Telemedicina da parte dei medici. Inoltre, la gestione e la valorizzazione dei dati in Sanità è una delle priorità indicate dal PNRR, anche se le potenzialità del principale asset per la raccolta dei dati dei pazienti, il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), sono ancora da cogliere. I Fascicoli, seppur attivati per quasi tutta la popolazione italiana, sono spesso incompleti, privi delle informazioni e dei documenti più utili a medici e pazienti e ancora poco conosciuti e utilizzati dagli italiani.

Pazienti e medici più “connessi” dopo il Covid

Si tratta di alcune evidenze emerse dalla ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano. Con l’emergenza sanitaria è cresciuto rapidamente l’impiego di piattaforme di collaborazione da parte dei medici di medicina generale (54% contro il 12% di prima della crisi Covid), dei medici specialisti (70% contro il 30% in precedenza) e dei pazienti (30% contro l’11%). Tra gli strumenti digitali che possono essere utilizzati nel sistema sanitario anche le app per la salute possono essere un valido supporto nelle fasi di prevenzione, cura e follow up. Particolarmente apprezzate dai pazienti, utilizzando le app sono più consapevoli della propria patologia e del proprio stato di salute in generale (46%), e li aiutano a rispettare il proprio piano di cura (42%).

“La Telemedicina è entrata finalmente nell’agenda dei decisori politici”

“La Telemedicina è entrata finalmente nell’agenda dei decisori politici – afferma Chiara Sgarbossa, Direttrice dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità -. Se prima dell’emergenza il livello di utilizzo superava di poco il 10%, durante l’emergenza è triplicato, superando il 30% per molte applicazioni”.
Il servizio di Telemedicina più utilizzato è il Tele-consulto con medici specialisti, che attira anche l’interesse in prospettiva di 8 medici su 10, seguito dalla Tele-visita e il Tele-monitoraggio. Si tratta però di servizi ancora poco usati dai pazienti, non tanto per mancanza di interesse ma a causa di un’offerta ancora limitata.

Risparmiare 48 milioni di ore sprecate in spostamenti evitabili

La telefonata o la videochiamata di controllo con il medico sono ancora le modalità più utilizzate per il monitoraggio a distanza dello stato di salute (23%), ed è ancora marginale l’uso di servizi di Telemedicina strutturati, come la Tele-visita con lo specialista (8%), la Tele-riabilitazione (6%), il Tele-monitoraggio dei parametri clinici (4%). Considerando le stime dei medici specialisti sulle visite remotizzabili (20%) e i soli pazienti con patologie croniche (24 milioni in Italia), l’Osservatorio ha stimato che grazie al potenziamento dei servizi di Telemedicina sarebbe possibile risparmiare 48 milioni di ore sprecate a oggi in spostamenti evitabili. Un dato che sale a quota 66 milioni di ore se si considera che il 35% dei pazienti viene accompagnato dal medico da un caregiver.

Italiani e sostenibilità, le scelte di acquisto diventano più green

La tutela del pianeta guida sempre di più le scelte dei consumatori, soprattutto nell’ambito degli acquisti per la casa. Gli italiani sono più attenti alla sostenibilità quando si tratta di acquistare un elettrodomestico, e in casa vogliono mantenere il più basso possibile il loro impatto ambientale. Più di un consumatore su due predilige infatti elettrodomestici a basso consumo, e il 40% attua comportamenti volti a risparmiare e non sprecare energia, mentre il 37% pone attenzione a non sprecare acqua, con un incremento, rispettivamente del 4% e del 3%, a seguito del primo lockdown. È quanto emerge dall’indagine di LG commissionata a Gfk, che indaga sulle abitudini di consumo degli italiani alla luce dei cambiamenti imposti dalla pandemia.

Per il 66% l’efficienza energetica è in testa tra i parametri rilevanti nell’acquisto

“La tutela del pianeta è oggi uno dei pilastri che guida le scelte dei consumatori”, si legge nel report. In particolare, nell’acquisto di elettrodomestici, ritenuti dalla maggior parte delle persone i principali responsabili dei consumi in casa e la tipologia di prodotti che più di tutti dovrebbe essere sostenibile. Il 75% degli italiani ritiene infatti “importantissimo” avere una lavatrice che mantiene bassi i consumi, e per il 66% l’efficienza energetica è in testa tra i parametri rilevanti nell’acquisto. Anche di un frigorifero, per il quale l’efficienza energetica si posiziona come prioritaria secondo il 67% degli intervistati. Questo aspetto ha invece una rilevanza meno evidente (25%) nell’acquisto della TV, per cui vengono considerate come prioritarie le funzioni smart e qualità dell’immagine.

Per il 62% i brand devono adottare un approccio responsabile

Secondo le indagini di Gfk fra i trend emersi a seguito della pandemia c’è anche l’attenzione verso il benessere collettivo, e il 57% delle persone ritiene che la tecnologia abbia un impatto positivo sulla qualità della vita da qui a 3 anni. Per il 62%, poi, i brand e le aziende devono adottare un approccio responsabile dal punto di vista ambientale. Dallo studio in generale emerge anche una maggiore predisposizione verso l’acquisto di prodotti con minore impatto sull’ambiente, anche a fronte di un costo maggiore (40%, + 5% rispetto al 2017).

Arrivano le nuove etichette energetiche

In merito alle nuove etichette energetiche previste dall’Ue da marzo 2021, meno del 5% dichiara di esserne informato, riporta Ansa. Le nuove etichette, che torneranno a essere classificate in base a una scala compresa tra A (massima efficienza) e G (bassa efficienza), “danno la possibilità al consumatore di valutare in modo più efficace i prodotti più efficienti rispetto a quelli meno efficienti – afferma Sergio Buttignoni, Corporate Marketing Director LG Electronics Italia -. La vecchia scala era ormai obsoleta”.

Conti correnti in rosso, dal 1° gennaio le regole sono cambiate

Secondo una normativa europea recepita dall’Italia dal 1° gennaio le regole sono cambiate per i conti correnti in rosso. “Fino al 31 dicembre 2020 – ricorda La Legge per Tutti – per andare in default con la banca si doveva verificare una di queste due condizioni: la banca ritiene improbabile il recupero del credito senza l’escussione delle garanzie, oppure il debitore presenta un’insolvenza da oltre 90 giorni su esposizioni che superano determinate soglie”.

Ma dal 1° gennaio 2021 il discorso cambia, e le persone fisiche rischiano di finire in default in automatico per avere un debito superiore ai 100 euro per oltre 90 giorni consecutivi.

La banca valuta se il credito non è recuperabile

La Legge per Tutti spiega però che “prima di collocare un cliente in una situazione di default, la banca valuta se si tratta di un problema risolvibile in pochi giorni oppure se il credito non è facilmente recuperabile”. Ad esempio, può capitare a un privato di ricevere in ritardo lo stipendio, e se il primo giorno del mese scattano i pagamenti automatici (utenze, rata del mutuo ecc), e lo stipendio, anziché il 31 del mese precedente viene accreditato fino a una settimana dopo, potrebbe non avere la disponibilità necessaria. I limiti temporali servono quindi a capire se si tratta di un episodio isolato e risolvibile o se si tratta di una sofferenza che si protrae nel tempo e che deve essere segnalata.

La nuova normativa sul default non impedisce di “andare in rosso”

La Legge per Tutti ricorda che se si hanno “esposizioni con diverse banche queste vengono sommate nel caso in cui gli istituti di credito appartengano allo stesso gruppo. Inoltre, un debitore messo in sofferenza da una banca rimane segnalato a tutte le altre del gruppo. Non solo: il default di una singola esposizione porta con sé il deterioramento automatico di tutte le altre esposizioni nei confronti della stessa banca”.

La nuova normativa sul default non impedisce, tuttavia, di poter avere un conto corrente in rosso. “Nulla vieta alle parti che sottoscrivono il rapporto bancario – precisa La Legge per Tutti – di sottoscrivere un accordo che consenta un certo sconfinamento oltre la disponibilità che si ha sul conto e superando il limite del fido”.

Segnalati alla centrale dei rischi per poche centinaia di euro

In sostanza, riporta Adnkronos, con la nuova normativa la banca può continuare a consentire al cliente di andare in rosso entro una certa soglia e in cambio di una commissione di istruttoria veloce (Civ). In questo modo, il correntista non si troverà il conto bloccato per il pagamento automatico di bollette o stipendi se comportano uno scoperto. Ecco perché diventa essenziale parlare con la banca al momento dell’apertura del conto, o se il rapporto è già in atto controllare che ci sia una clausola che permetta di andare in rosso. In caso contrario, si può finire segnalati alla centrale dei rischi per poche centinaia di euro.