Le parole più cercate su Google per le ferie post lockdown

Dopo lo stop forzato del lockdown gli italiani hanno una voglia di relax e svago, e dopo l’annuncio del bonus vacanze si registra la prima impennata di ricerche a tema vacanze su Google. Hotel, e soprattutto case vacanze, mete ambite da nord a sud, oltre al bonus per godersi le ferie. È la fotografia scattata da AvantGrade.com e basata sui trend Google dell’ultimo periodo, e in particolare, è nel periodo dal 10 al 16 maggio che è fortemente emersa la voglia di svago degli italiani. Soprattutto nel centro nord, che si è rivelato molto attivo in rete, con Umbria, Lombardia, Valle d’Aosta, Piemonte, Lazio e Toscana le regioni più dinamiche in questo senso. Cambiano invece i dati delle città. Napoli ha più voglia di vacanze, seguita da Bologna, Genova, Brescia e Roma.

Impennata per “bonus vacanze covid-19” e “speed vacanze” da Nord a Sud

I dati si fanno ancora più interessanti analizzando le ricerche correlate. Google fa registrare una forte impennata sulla ricerca “bonus vacanze covid-19” ma anche su “bonus vacanza come ottenerlo” e “chi accetta bonus vacanze”.

Emerge però anche l’irrefrenabile voglia di ferie dei single. La ricerca “speed vacanze” segna un +4.050%. Tra gli argomenti correlati, le ricerche per destinazione regalano una conferma importante: gli italiani cercano opportunità da nord a sud del nostro Paese. In particolare, le mete più ambite sembrano essere Gallipoli (+300%), Riviera del Conero (+200%), Isola d’Elba (+200%), Isola del Giglio (+200%) e Vieste (+180%).

Navigare in cerca di soluzioni tra parchi a tema, guest house e mete specifiche

Chi ha effettuato maggiormente ricerche nel settore viaggi ha navigato in cerca di soluzioni diverse, tra parchi a tema, guest house e mete specifiche. Per Curon Venosta – comune Italiano balzo del 950% (legato anche all’omonima serie TV), mentre parco acquatico segna un +250%. Poi ci sono le Cinque Terre, con un +200%, Finale Ligure (+150%), Porto Cesareo (+140%), Palinuro (+140%) e Sperlonga (+140%). Insomma, voglia di mare sì, ma più in generale un forte desiderio di staccare la spina, riporta Askanews.

Hotel a Palinuro, villaggi in Campania, e casa vacanza in Puglia

Per quanto riguarda gli hotel, le regioni più attive nella ricerca sono state Trentino Alto Adige, Emilia Romagna, Veneto, Lombardia e Val d’Aosta. Un piccolo spaccato che mostra la voglia di evadere dopo il lockdown, soprattutto dai territori più colpiti. Chi ha cercato un hotel si è soffermato su località specifiche, che infatti hanno fatto registrare forti picchi, come Palinuro (+250%), Varazze (+200%), Finale Ligure (+170%), Tropea (+170%) e Ponza (+170%). Anche i villaggi sono molto ambiti, soprattutto al Sud. Campania, Puglia e Basilicata sono le regioni più attente a questa soluzione. E per quanto riguarda le case vacanza, Google dimostra quanto sia un’opzione che piaccia a campani, laziali e siciliani. La parola chiave più ricercata in tal senso è “casa vacanze puglia” (+250%).

La rete in Italia ha retto l’urto da Covid-19

La pandemia non ha travolto la rete internet italiana, che ha retto l’onda d’urto nonostante decine di milioni di italiani abbiano preso d’assalto il web durante l’emergenza sanitaria. Chiusi in casa per settimane gli italiani hanno passato molto più tempo a guardare film e video online e fare videochiamate, oltre a essere costretti a lavorare da casa sfruttando le connessioni internet personali.

Lo dimostra l’osservatorio statistico Speed Test di Komparatore.it, il portale di comparazione tariffaria, che ha verificato la velocità delle connessioni internet degli utenti italiani e ha rilasciato i dati relativi ai test effettuati durante il quattro mesi da febbraio a maggio 2020.

In quattro mesi eseguiti 211.372 speed test

L’elaborazione compiuta dall’osservatorio è il risultato dei dati raccolti dai test della velocità internet eseguita dagli utenti, che nel quadrimestre febbraio-maggio 2020 ha contato un totale di 211.372 speed test. Più in particolare, nel mese di febbraio gli speed test sono stati 27.276, a marzo 42.245, ad aprile 58.421, e a maggio 83.430. Dai risultati emerge che al termine della fase acuta dell’emergenza Covid-19, e con la revoca delle misure restrittive, in Italia si è avviata la fase di decongestionamento della rete, dovuta alla minor richiesta di dati da parte degli utenti non più costretti tra le mura domestiche.

A febbraio è evidente un calo di performance nella velocità di download e upload

Dai risultati dell’osservatorio di Komparatore.it nel mese di febbraio risulta inoltre evidente un calo di performance, sia per quanto riguarda la velocità di download sia quella di upload, mentre in riferimento al mese di aprile si nota un miglioramento prestazionale generalizzato. Il miglior operatore è risultato Fastweb, con variazioni positive per la velocità media di upload (variazione febbraio/aprile +5,91 Mbps /+ 16,13%) e un aumento delle performance rispetto al periodo precedente al Covid-19, mentre il peggiore è Vodafone (-9,35 Mbps /- 21,15%).

La latenza media è parametro fondamentale nel calcolo delle performance

Discorso a parte merita la cosiddetta latenza media, chiamata anche ping, ovvero il tempo che intercorre tra la richiesta di un dato (input) e la ricezione della risposta (output). Si tratta di un parametro fondamentale nel calcolo delle performance delle connessioni, dove bassi valori della latenza consentono di poter effettuare videochiamate, giocare online, o effettuare chiamate voip.

Connessioni con velocità molto alte, ma con latenza alta, sono meno performanti e utilizzabili rispetto a connessioni con velocità più basse, ma con latenze inferiori (meno di 25ms).

Fare il cuoco è faticoso, il 47% degli chef è stressato

Sessanta ore di lavoro ai fornelli sono troppe, e gli effetti negativi sulla salute dei cuochi si fanno sentore, e sono misurabili. Il 47% degli chef italiani ha infatti riportato almeno due o più problemi di salute durante la propria vita lavorativa. La relazione tra le variabili lavorative e lo stato di salute è mediata dagli alti livelli di stress professionale presenti nella popolazione dei cuochi in una percentuale che va dal 13.8% al 24.9%. Si tratta dei risultati di uno studio condotto su 710 cuochi italiani, promosso dalla Federazione italiana cuochi e diretto dall’Istituto per la ricerca e l’innovazione biomedica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Irib) di Cosenza. Alla ricerca ha partecipato l’Università Magna Graecia di Catanzaro.

Uno dei mestieri più esposti al rischio di stress

Il lavoro dello chef è uno dei mestieri più esposti ai rischi per la salute dovuti allo stress, ma finora non c’era modo di misurare scientificamente quanto sia faticosa l’attività in cucina e quali siano gli effetti negativi sulla condizione fisica nella professione dei cuochi, riporta Ansa. La nuova ricerca è stata pubblicata sulla rivista Frontiers Public Health, e ha interessato 710 chef con determinate caratteristiche medie. L’88% del campione è maschio, con un’età media di 44.4 anni, e un body-mass-index (indice di massa corporea, utilizzato come un indicatore dello stato di peso forma) pari a 28.5. Gli anni di lavoro sono in media 24.9, e le ore di lavoro settimanali 66.4.

Malattie a carico dell’apparato muscoloscheletrico e cardio circolatorio

Dopo una prima fase di validazione dei test, il modello ha rilevato che “gli unici due fattori associati significativamente alla presenza di alti livelli di stress, e di malattie organiche a carico dell’apparato muscoloscheletrico e cardio circolatorio, sono gli anni di servizio e il numero di ore di lavoro settimanali”, precisa Marco Tullio Liuzza, docente di Psicometria dell’Università Magna Graecia. In pratica, lo stress cresce con l’aumentare degli anni di servizio e delle ore settimanali, e finisce col danneggiare l’organismo.

Un numero eccessivo di ore di lavoro ha effetti negativi sulla salute

“Questi dati – continua Antonio Cerasa, ricercatore presso Cnr-Irib e coordinatore della ricerca – sono rilevanti perché gli effetti negativi delle eccessive ore di lavoro sulla salute sono già state riportate in altre categorie lavorative, come chirurghi, personale d’ambulanza, colletti bianchi, poliziotti, militari. Grazie a questa ricerca – aggiunge Cerasa – si conferma quindi che anche nella categoria degli chef superare le 60 ore di lavoro a settimana è un forte fattore predittivo di malattie organiche”.

Cosmetica, un settore in “bellezza”: fatturato a 11,9 miliardi

La bellezza è un settore che sembra non conoscere crisi e che, anzi, attraversa indenne – se non in crescita – le difficili congiunture a livello nazionale e mondiale. Il 2019, poi, è stato un anno particolarmente fortunato per il comparto beauty: a rilevarlo sono le rilevazioni congiunturali a cura del Centro Studi di Cosmetica Italia, che illustrano i dati preconsuntivi dell’anno passato e le previsioni relative al primo semestre 2020.

Crescita a +2,3%

In base alle stime preliminari, il comparto della cosmetica segna a fine 2019 una crescita del 2,3% per il fatturato globale del settore con un valore di 11,9 miliardi di euro.Ottime notizie anche per quanto riguarda le esportazioni che, pur registrando un lieve rallentamento, mostrano la propria dinamicità con un valore di 5 miliardi di euro (+2,9% rispetto al 2018) e incidono in maniera positiva sulla bilancia commerciale che si avvicina ai 2,9 miliardi di euro (+5,5% rispetto al 2018).

L’appeal del Made in Italy anche nel beauty

“Nel panorama manifatturiero l’industria cosmetica italiana esercita un forte richiamo sui mercati internazionali collocandosi, nel confronto con settori contigui, solo dopo vino e moda per i valori del saldo commerciale. La cosmesi è un’industria che fa bene al Paese, in grado, anche in contesti di incertezza, di reagire positivamente investendo in ricerca e sviluppo per rafforzare la qualità dell’offerta” ha detto il presidente di Cosmetica Italia, Renato Ancorotti. Ma, se la cosmetica italiana piace nel mondo, altrettanto accade sul mercato interno: i preconsuntivi 2019 registrano una crescita del 2% della spesa degli italiani per un valore di oltre 10,3 miliardi di euro con analoghe previsioni per il 2020.

La tenuta dei canali professionali

All’interno dell’intero settore, i dati evidenziano l’ottima performance dei canali professionali in merito ai consumi: l’acconciatura professionale segnala infatti un +2% rispetto al 2018, mentre i centri estetici registrano un +0,9%. Un andamento positivo contraddistingue anche profumeria (+2%) e farmacia (+1,8%), rispettivamente secondo e terzo canale per la vendita di cosmetici in Italia; il mass market, che invece rappresenta oltre il 40% della distribuzione, indica una chiusura 2019 a +0,6%. Tra le novità emerse dallo studio emerge c’è un’attenzione crescente verso i cosmetici a connotazione naturale: questi oggi hanno messo a segno un +1,4% segnalato dal canale erboristeria per fine 2019, mentre le dinamiche dell’e-commerce generano ancora una volta trend superiori agli altri canali (+22% per fine 2019).

La multicanalità delle vendite

Le vendite dirette risentono, al contrario, dello spostamento verso forme di distribuzione più innovative e registrano un andamento statico a fine 2019. Infine, il contoterzismo che, ponendosi trasversalmente rispetto ai canali consente di comprenderne l’evoluzione nel medio-lungo termine, segnala a fine anno una crescita del +3,5%.

“Assistiamo a una crescente contaminazione tra canali classici e nuove forme di distribuzione che raccolgono il consenso dei consumatori” spiegail responsabile del Centro Studi di Cosmetica Italia, Gian Andrea Positano. “L’omnicanalità spinge le imprese a rivedere le proprie strategie, creando nuove forme di disintermediazione”.

Il Colosseo è l’attrazione più prenotata al mondo

Per il secondo anno consecutivo è il Colosseo l’attrazione più popolare e prenotata al mondo, non solo in Italia. In base ai nuovi dati relativi alle prenotazioni dei viaggiatori su TripAdvisor nel 2019 l’Italia è inoltre l’unica nazione insieme agli Stati Uniti, che si è aggiudicata ben 3 posizioni nella Top 10 mondiale. Oltre al Colosseo, la classifica include infatti i Musei Vaticani (3°) e Piazza San Marco (10°). Tra conferme e new entry rispetto allo scorso anno la classifica nazionale vede invariate le prime due posizioni, occupate da Colosseo (1°) e Musei Vaticani (2°), mentre Piazza San Marco a Venezia, in terza posizione, sostituisce il Canal Grande, assente nella classifica del 2019.

Il Duomo di Milano, la new entry della Top 10 nazionale

La Top 10 nazionale di TripAdvisor conferma la quarta e la quinta posizione, stabili e occupate rispettivamente dal Parco Archeologico di Pompei e dalla Galleria dell’Accademia di Firenze. Il Duomo di Milano è la new entry della sesta posizione, mentre in settima si trova la Torre di Pisa, in salita di una posizione rispetto allo scorso anno. Scende di due gradini la Galleria degli Uffizi di Firenze (8°), e chiudono la classifica altre due new entry, il Palazzo Ducale a Venezia (9°) e la Galleria Borghese a Roma (10°).

Il Louvre la seconda delle 10 attrazioni internazionali più gettonate

Dopo il Colosseo, al secondo posto delle bellezze più prenotate a livello internazionale c’è il  Museo del Louvre di Parigi, considerato uno dei principali musei al mondo, E dopo la terza posizione occupata dai nostri Musei Vaticani, si trova la Statua della Libertà, a New York City (4°), mentre il 5° posto è occupato da un’altra attrazione francese, la celebre Torre Eiffel. Al 6° un’altra europea, la Sagrada Familia, a Barcellona, mentre per la settima posizione bisogna attraversare l’Oceano, perché si tratta dell’affascinante Quartiere Francese, a New Orleans, negli Stati Uniti.

Piazza San Marco chiude la classifica mondiale

“Un’esperienza toccante ed emozionante”, così i viaggiatori descrivono la Casa di Anna Frank, situata nel quartiere ebraico di Amsterdam, nei Paesi Bassi, e posizionata all’8° gradino della Top 10 internazionale di TripAdvisor.

In penultima posizione ancora un’attrazione americana, lo Skydeck Chicago – Willis Tower, a Chicago, uno degli edifici più alti dell’emisfero settentrionale. Da visitare assolutamente  per godersi il panorama sulla città. Se non si soffre di vertigini, ovviamente.

Chiude la classifica internazionale la veneziana Piazza San Marco (10°), una tre attrazioni italiane più visitate al mondo nel 2019.

Gli italiani non smettono di fare progetti, nonostante la crisi

Anche nel 2019 gli italiani continuano a fare nuovi progetti per il futuro, nonostante la crisi e le preoccupazioni, e contano sulle assicurazioni per proteggere famiglia e patrimonio. Ma rispetto all’ottimismo dei nuovi colossi dell’economia mondiale, come Cina e India, e a quello di alcuni europei, come olandesi, danesi e tedeschi, gli italiani sono abbastanza sfiduciati. Lo ha scoperto una ricerca internazionale condotta da BNP Paribas-Cardif, in collaborazione con Ipsos su un campione di 26mila persone di 26 Paesi, Italia compresa, e 3 continenti, Europa, America Latina e Asia.

Un’Italia in apprensione, ma che non si arrende

Dal potere d’acquisto alla lenta crescita economica fino al lavoro sono tante le ragioni dello scetticismo degli italiani. Ma le due fonti di apprensione che maggiormente tormentano gli italiani sono il lavoro e la salute, soprattutto quella dei propri cari. Tuttavia, dalla fotografia scattata dalla ricerca, emerge che l’Italia non vuole arrendersi, e non è mai venuto meno il desiderio di fare progetti per il futuro.

“L’Italia viene da un periodo di crisi economica e sociale che ha messo a dura prova le aspettative per il futuro – dichiara Isabella Fumagalli, Head of Territory for Insurance in Italy di BNP Paribas Cardif -. Gli italiani sono, infatti, tra gli europei che si sentono più sfiduciati e meno ben protetti pur non esprimendo un desiderio particolarmente forte di una migliore protezione. Eppure non si danno per vinti e continuano a coltivare passioni, sogni e progetti”.

Ancora convinti di avere abbastanza soldi per finanziare i propri sogni

Ma come intendono realizzare i propri desideri gli italiani? Innanzitutto, facendo grande affidamento su loro stessi. Al primo posto infatti c’è la convinzione di avere abbastanza soldi per finanziare i propri sogni nel giro di qualche anno (56%), mentre il 52% vuole farlo iniziando a risparmiare. Al terzo posto, riporta Askanews, la volontà di accendere una polizza assicurativa, ritenuta fondamentale per il 22% degli italiani, molto più che accedere a un prestito bancario (14%), ricevere un’eredità/donazione (20%) o ricevere aiuto economico da amici e parenti (20%).

Si conferma la propensione al prestito, e il 30% delle famiglie ha un’assicurazione sulla vita

Per molti italiani realizzare i propri sogni significa quindi soprattutto proteggere la famiglia e il patrimonio. Quando i progetti hanno un impatto economico elevato, come l’acquisto della casa, gli italiani confermano la propensione al prestito, con il 68% che sostiene di averne già uno. E solo un italiano su cinque dichiara di incontrare difficoltà nel pagare le rate del credito concesso.

Emerge in generale, però, un senso di mancanza di protezione. Solo il 5% degli italiani si definisce molto ben protetto, e il 38% degli intervistati afferma di non avere alcuna polizza assicurativa se non quelle obbligatorie, mentre il 30% delle famiglie ha almeno un’assicurazione sulla vita attiva, e il 15% ha una polizza per proteggersi in caso di disabilità.

Back to school con zaino, quaderni e smartphone

C’è tutto il tradizionale corredo scolastico, composto da libri, quaderni e astuccio. Però, per molti studenti italiani, in cartella a settembre c’è uno strumento in più: lo smartphone. Ma vietato pensare a un capriccio da ragazzini: per i nati nella Generazione Z, nativa digitale per eccellenza, il telefonino è un sistema da utilizzare anche durante le lezioni, con il placet degli insegnanti. Che il trend sia in atto è dimostrato di numeri: con l’inizio del nuovo anno scolastico, più di 1 studente su 10 mette lo smartphone nello zaino. A dirlo sono 12mila studenti tra i 10 e i 20 anni che hanno partecipato a un’indagine svolta da Skuola.net in collaborazione con il brand franco-cinese Wiko.

Uno strumento didattico

Per una serie di motivi, comprese ahimè alcune carenze infrastrutturali, lo smartphone ha guadagnato negli ultimi anni lo lo status di strumento didattico nella pratica quotidiana. Secondo quanto raccontano gli studenti, il 13% di loro ha addirittura un intero corpo docente che crede nella bontà del cellulare come supporto alle loro spiegazioni. Un dato che sembra crescere insieme all’età degli studenti. Quelli alle soglie del diploma o appena usciti dalla scuola dell’obbligo, ad esempio, hanno potuto sfruttarlo in maniera più costante: il 20% lo fa o lo ha fatto con tutti i professori. Il 29% del campione intervistato, che è comunque una minoranza, afferma invece che deve tenere il telefonino “off limits” durante le lezioni. 

Ragazzi più grandi, più accesso al device tra i banchi

L’uso del telefonino sembra aumentare con l’età dei ragazzi e la progressione delle classi. Specie nell’ultimo biennio delle superiori, lo smartphone è entrato di diritto nella strumentazione base e nel processo di modernizzazione della didattica: quasi 9 studenti su 10 lo impiegano con almeno un docente. Altrove – medie e primi anni delle superiori – il dato si ferma a un comunque buon 60%.

Quali sono gli utilizzi a scuola

Ma come viene utilizzato lo smartphone durante le ore di lezione? In base alle risposte dei ragazzi, serve principalmente (il 51% dei casi) per approfondire le lezioni, per prendere appunti e organizzare il lavoro (20%), per usare app durante spiegazioni ed esercizi (19%). Non sorprende quindi che circa 1 studente su 10 considera il telefonino parte integrante del suo equipaggiamento scolastico– assieme a libri, penne e quaderni – e procederà all’acquisto di un device con prestazioni migliori di quello già in possesso, in particolare i ragazzi delle medie.

Gli italiani e il mal di schiena, tra i giovani aumenta quello da stress

Il mal di schiena non è una diagnosi, è un sintomo, e l’80% delle persone nel corso della vita ne ha sofferto almeno una volta. Ma il dolore può essere causato da problemi diversi, e non necessariamente da discopatie e artrosi: può infatti derivare anche da un aneurisma dell’aorta, da alcuni tumori o problemi addominali, e persino da patologie ginecologiche.

“C’è poi il mal di schiena da stress, un problema in aumento in questi anni, specie nella popolazione giovane, collegato a problemi lavorativi o familiari: le tensioni psicosomatiche proiettano un dolore nella parte posteriore della colonna, a livello cervicale o più spesso lombare”, spiega all’Adnkronos Salute Vincenzo Denaro, professore ordinario e primario emerito di Ortopedia e traumatologia all’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Consultare un esperto ed evitare le cure fai da te

Per scoprire la causa del mal di schiena il medico non deve limitarsi a ricorrere alla diagnostica per immagini, ma deve parlare con il paziente e ascoltarlo. Ecco perché è anche importante non sottovalutare il problema, ma rivolgersi a un professionista preparato, evitando autodiagnosi o cure fai da te. Riconoscere un aneurisma dell’aorta, ad esempio, può salvare la vita.

“Tutti i mal di schiena che nascono dalla struttura scheletrica – sottolinea poi lo specialista – hanno come conseguenza il blocco del soggetto, mentre se il dolore viene dai visceri c’è una sofferenza, ma il paziente non si blocca completamente”. Nel caso delle discopatie, inoltre, hanno anche una componente genetica, alcune famiglie ne soffrono, altre no. Anche in questi però casi non sempre è necessario l’intervento chirurgico.

Se un’ernia comprime un nervo è necessario l’intervento chirurgico

L’intervento chirurgico è invece necessario solo se un’ernia comprime un nervo provocando un deficit motorio. “Su 100 persone col mal di schiena – assicura Denaro – 80 possono guarire senza chirurgia: esistono approcci fisioterapici, attività fisica mirata, farmaci. Occhio invece alla moda degli approcci percutanei, che promettono di risolvere il problema in ogni caso”.

Inoltre oggi la tecnica chirurgica è diventata meno invasiva. “Il paziente si alza il giorno dopo l’intervento, dopodiché occorre pianificare un periodo di riabilitazione. In media nel caso di lavori usuranti occorrono 3 mesi, altrimenti può bastare un mese”, spiega l’esperto.

Una postura auto-reggente aiuta a prevenire problemi alla colonna vertebrale

Secondo Denaro il recupero dall’intervento è sempre completo. “Basti pensare ad esempio a Dino Zoff, che dopo l’intervento per l’ernia – ricorda Denaro – è tornato a fare il portiere della Nazionale”. Per quanto riguarda le recidive, certo esistono, ma sono nell’ordine dello 0,1% dei pazienti.

Ma il messaggio dello specialista è chiaro: “La colonna funziona come le marionette, se le teniamo dritta, resta dritta. Dunque se si conserva il tono muscolare, facendo attività fisica, nuoto e prendendosi cura del proprio corpo, una postura auto-reggente aiuterà a prevenire problemi alla schiena”.

Cyber attacchi, +38% nel 2018

Nel 2018 si sono registrati 1.552 attacchi gravi, +38% sul 2017, con una media di 129 al mese. Lo afferma la 14a edizione del Rapporto Clusit sulla sicurezza ICT, che evidenzia come sia sempre il cyber crime la principale causa di attacchi gravi. Il 79% di questi è stato infatti compiuto allo scopo di estorcere denaro, o sottrarre informazioni per ricavarne denaro (+44%). Nel 2018 è stata inoltre registrata la crescita del 57% dei crimini volti ad attività di cyber spionaggio con finalità geopolitiche o di tipo industriale, a cui va anche ricondotto il furto di proprietà intellettuale.

Deciso aumento della gravità media di Hacktivism e Cyber Warfare

Le attività di Hacktivism e di Cyber Warfare (guerra delle informazioni) risultano invece in calo, rispettivamente del 23% e del 10%. In un’analisi dei livelli di impatto per ogni singolo attacco, in termini geopolitici, sociali, economici, di immagine e di costo, si osserva in generale un deciso aumento della gravità media degli attacchi, riferisce Askanews. Le attività riconducibili al cyber crime sono state invece caratterizzate prevalentemente da un impatto di tipo medio. Dovuto, secondo il Rapporto, alla necessità di mantenere un profilo relativamente basso per continuare ad agire senza attirare troppa attenzione.

Chi viene colpito e perché

Negli ultimi dodici mesi la sanità ha subito l’incremento maggiore degli attacchi, pari al 99% rispetto al 2017. Nel 96% dei casi gli attacchi a questo settore hanno avuto finalità cyber criminali e furto di dati personali. Segue il settore pubblico, con il 41% degli attacchi in più, e i cosiddetti multiple targets, che nel 2018 risultano anche i maggiormente colpiti, con un quinto degli attacchi globali a loro danno (+37%). Nel 2018 sono stati presi di mira però anche i settori della ricerca e formazione (+55%), dei servizi online e cloud e delle banche (+36% e +33%).

Le tecniche d’attacco

Il principale vettore di attacco nel 2018 è ancora il malware semplice, prodotto industrialmente e a costi sempre decrescenti (+31%). All’interno di questa categoria, i Cryptominers sono arrivati a rappresentare il 14% del totale (7% nel 2017). L’utilizzo del malware per le piattaforme mobile invece rappresenta quasi il 12% del totale.

Da segnalare la crescita del 57% degli attacchi sferrati con tecniche di Phishing e Social Engineering su larga scala, ancora a testimonianza della logica sempre più industriale degli attaccanti. L’elevato incremento dell’utilizzo di tecniche sconosciute (+47%) dimostra tuttavia che i cybercriminali sono piuttosto attivi anche nella ricerca di nuove modalità di attacco. E se i DDoS rimangono sostanzialmente invariati, lo sfruttamento di vulnerabilità note è in crescita (+39,4%), così come l’utilizzo di vulnerabilità 0-day, (+66,7%), e gli attacchi basati su tecniche di Account Cracking (+7,7%).

Unico dato in calo, le SQL injection, che segnano -85,7%.

Aumenta la pressione fiscale, ma cresce il potere d’acquisto

Nel terzo trimestre 2018 aumenta la pressione del fisco, ma anche il potere d’acquisto delle famiglie. Secondo i dati rilevati dall’l’Istat nel trimestrale delle Amministrazioni pubbliche, la pressione fiscale nel periodo considerato è stata pari al 40,4%. In aumento quindi di 0,1 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’Istituto di statistica segnala inoltre che nel terzo trimestre 2018 l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil risulta in calo del -1,7%, contro il -1,8% nello stesso trimestre del 2017. Il saldo primario, ovvero l’indebitamento al netto degli interessi passivi, è risultato positivo, con un’incidenza sul Pil del 2,0%, a fronte dell’1,6% nel terzo trimestre del 2017. Il saldo corrente è stato anch’esso positivo, con un’incidenza sul Pil dell’1,1% (1,6% nel III trimestre del 2017).

Diminuisce l’indebitamento delle PA

Nei primi tre trimestri dell’anno appena passato, sempre secondo dati Istat, la pressione fiscale si è attestata al 39,7% del Pil, in riduzione di 0,2 punti percentuali rispetto al corrispondente periodo del 2017. Complessivamente, riferisce Adnkronos, nei primi tre trimestri del 2018, le Amministrazioni pubbliche hanno registrato un indebitamento netto pari a -1,9% del Pil, in miglioramento rispetto al -2,6% del corrispondente periodo del 2017. Nei primi nove mesi del 2018, in termini di incidenza sul Pil, il saldo primario e il saldo corrente sono risultati positivi, risultando pari, rispettivamente, all’1,8% (1,2% nello stesso periodo del 2017) e allo 0,9% (1,0% nel corrispondente periodo del 2017).

Cresce il potere d’acquisto

Quanto al potere d’acquisto delle famiglie, nel terzo trimestre 2018 il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è aumentato dello 0,1% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dello 0,3%. Di conseguenza, la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è stata pari all’8,3%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. L’Istat sottolinea inoltre come a fronte di una variazione dello 0,3% del deflatore implicito dei consumi il potere d’acquisto delle famiglie consumatrici sia diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente.

Un livello inalterato dei consumi

A fronte di tali andamenti, e grazie a una lieve riduzione della propensione al risparmio, le famiglie hanno quindi mantenuto un livello quasi inalterato dei consumi in volume.

Sul fronte societario, l’Istat segnala che la quota dei profitti sul valore aggiunto delle società non finanziarie, pari al 41,4%, è diminuita di 0,9 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Il tasso di investimento delle società non finanziarie, pari al 22,2%, è aumentato di 0,1 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.