Sono sempre di più gli italiani che pagano cashless: 2 su 3

Sono ormai 2 su 3 gli italiani che preferiscono pagare i loro acquisti cashless. La modalità di pagamento senza contatto ha ovviamente trovato una spinta decisiva con la pandemia, che ha di fatto incentivato ogni genere di soluzione che evitasse vicinanza e invece favorisse la sicurezza. Ma anche ora, con l’emergenza sanitaria meno stringente, il trend non sempre arrestarsi. Il dato emerge dall’ultimo Osservatorio di SumUp, la fintech del settore dei pagamenti digitali e soluzioni innovative cashless, che sottolinea come, da una media del 53% nel 2019, si sia passati a quella del 66% nel 2020 e raggiunto il 71% nel 2021. E ben il 74% dei nostri connazionali utilizza pagamenti digitali e preferisce evitare di digitare pin sulla tastiera o maneggiare Pos.

La tendenza confermata dai negozianti

Che quella di pagare senza contatto sia una tendenza in continua crescita è confermato anche dal sentiment e dall’esperienza diretta dei commercianti, che di fatto sono i principali “spettatori” del cambiamento. Secondo un sondaggio condotto da SumUp nell’ottobre 2021, nel 53% dei casi affermano di aver notato da parte dei clienti maggiore propensione a pagare cashless. Ad apprezzare il contactless sono soprattutto gli avventori di bar e club che in 8 casi su 10 preferiscono pagare senza contatto. Di fatto, questa categoria di commercianti mostra tra il 2019 e il 2020 una crescita del 15%, mentre nel 2021 l’aumento è contenuto (4%), ma permette di consolidare la posizione. Seguono i commercianti del settore Food&Grocery (77,7% di transazioni contactless), e le edicole, passate dal 57,2% del 2019 al 77,3% del 2021. Significativa la crescita tra il 2020 e il 2021 del 16% registrata dai merchant del settore musica, concerti e cinema, che scala la classifica e passa dal 14° al 4° posto. La crescita si manifesta in tutta Italia a livello regionale, anche se in misura minore rispetto a quella osservata nel 2020 e in testa è il Sud.

“La crescita continua”

“Sicuramente il 2020 è stato l’anno della svolta, ma è bene notare come nel 2021 la tendenza sia stata mantenuta e la crescita continui, seppure in modo più lento. Bisogna, infatti, considerare da una parte la sempre maggiore predisposizione dei commercianti ad accettare pagamenti tramite carta, supportati anche dal credito d’imposta del Governo; dall’altra, l’aumento della soglia per i pagamenti contactless senza pin a 50 euro, affiancata dalla diffusione di device come smartphone e smartwatch, che consentono di pagare in modalità contactless e velocizzare così le operazioni in cassa” ha dichiarato Umberto Zola, Country Growth Lead Italia di SumUp. 

Covid, i timori per la quarta ondata e le opinioni su vaccino e Green Pass

Si fa sempre più strada l‘ipotesi della quarta ondata Covid, e dai risultati dell’ultimo monitoraggio del team Public Affairs di Ipsos in merito all’emergenza coronavirus si registra un aumento della minaccia percepita e una riduzione dell’ottimismo. La previsione che nelle prossime settimane i contagi possano aumentare arriva infatti al 71%, e si allunga anche l’orizzonte temporale in cui gli italiani collocano la previsione della fine di ogni preoccupazione per il Covid-19. Pareri principalmente positivi sono rilevati sulla progressione della campagna vaccinale, e tra i vaccinati la maggioranza si dichiara sicuro e pronto a ricevere la terza dose di vaccino Covid, o la seconda dose nel caso del vaccino Johnson&Johnson. Inoltre, si registra un aumento dell’opinione favorevole al Green Pass. 

L’aumento dei contagi preoccupa gli italiani

L’aumento dei contagi e l’ipotesi della quarta ondata Covid preoccupa i cittadini italiani. Infatti, la minaccia percepita tende a risalire in tutti gli ambiti, sia a livello personale sia a livello locale, nazionale e mondiale. Si riduce ulteriormente l’ottimismo riguardo al ‘momentum’ percepito: il 45% ritiene oggi “il peggio passato” (-4), per il 19% “siamo all’apice dell’emergenza” (+3) e per il 13% ”il peggio deve arrivare” (=). La previsione che nelle prossime settimane i contagi possano aumentare arriva al 71% (era il 40% un mese fa), e torna a salire l’orizzonte temporale in cui gli italiani collocano la previsione della fine di ogni preoccupazione per il Covid-19 (18 mesi, +0,9). Tornano poi sopra al 50% quanti si reputano più preoccupati per i rischi sanitari della pandemia, piuttosto che per i rischi economici a essa connessi (53%, +4). L’opinione opposta scende di un punto (30%).

Vaccino, il 60% degli italiani pronto a ricevere la terza dose

In generale, il giudizio degli italiani sulla progressione della campagna vaccinale rimane positivo, con una lieve contrazione: 64% di valutazioni positive, -1 rispetto al mese scorso, -3 rispetto a metà settembre. L’86% dei maggiorenni italiani ha ricevuto almeno una dose di vaccino, mentre tra coloro che non hanno ricevuto ancora nessuna dose la quota di disponibili a farlo è ormai ridotta ai minimi termini (7%). Tra i vaccinati il 60% si dice sicuro e pronto a ricevere la terza dose di vaccino Covid o seconda dose nel caso del vaccino Johnson&Johnson, il cosiddetto “boost” (+6 rispetto a due settimane fa), il 28% ha qualche riserva in proposito (-4), il 7% resta contrario all’idea.

Cresce l’opinione favorevole al Green Pass

In merito, invece, al vaccino anti-influenzale circa un italiano su quattro lo ha già fatto o è pronto a farlo, una percentuale simile a quella rilevata l’anno scorso, quando la percentuale di vaccinati risultò a fine stagione pari al 23,7% della popolazione. Quanto al Green Pass e l’obbligo sui luoghi di lavoro, cresce l’opinione favorevole alla misura. A quattro settimane dall’introduzione dell’obbligo per accedere anche ai luoghi di lavoro il 61% si dichiara favorevole (+2) e il 29% (-3) contrario.

Smart working: se da casa si lavora di più non è lavoro “agile”

Uno studio di Bloomberg attesta che nei due anni di pandemia i dipendenti da casa hanno lavorato mediamente 2,5 ore in più rispetto a quanto fatto in precedenza. Ma se in Italia lo smart working è stato inteso come lavoro da casa, in realtà dovrebbe prevedere orari e giorni più flessibili rispetto a quanto fatto durante la pandemia.
“Lo spirito dello smart working è quello di lavorare con maggiore libertà a livello di orari e di luoghi, garantendo performance uguali o perfino migliori, laddove invece nel telelavoro adottato nel 2020 si è teso talvolta a lavorare di più, senza peraltro un parallelo aumento della produttività – spiega Carola Adami, co-fondatrice Adami & Associati -. Lo spettro di perdere il proprio lavoro nel bel mezzo di una crisi sanitaria, economica e sociale non piace ovviamente a nessuno, e da qui la disponibilità a lavorare qualche ora in più tutte le sere, da casa”.

Il lavoro agile non è una “scappatoia” per evitare il green pass

Insomma, il lavoro agile non è solo un modo per ridurre le possibilità di contagio, né una ‘scappatoia’ per evitare il green pass. È un metodo di lavoro che può portare vantaggi ad aziende e dipendenti, pensato non come risposta all’emergenza sanitaria, quanto a una modalità lavorativa per una quotidiana normalità
“Il fatto che il lavoro agile assicuri dei vantaggi alle aziende come ai dipendenti è dimostrato dal fatto che tantissime aziende che hanno adottato lo smart working come risposta all’emergenza Covid-19 hanno dichiarato di voler continuare a usare questo metodo anche in futuro – evidenzia Adami -. A patto però di organizzare il lavoro a distanza in modo migliore rispetto a quanto fatto a marzo 2020”.

Lo smart working “emergenziale”

II cosiddetto smart working di natura emergenziale ha avuto diversi punti deboli. Non tanti da rinnegare l’utilità del lavoro a distanza in una situazione in cui l’alternativa era la chiusura di tante aziende, ma il metodo messo in campo durante la pandemia non è stato il migliore.
“Nella maggior parte dei casi – ribadisce Adami – non si è trattato veramente di smart working, quanto invece di lavoro da casa, senza quindi l’agilità che definisce il lavoro agile. Ci sono state aziende – aggiunge Adami – che hanno mostrato un livello di fiducia molto basso nei confronti dei dipendenti che lavoravano a distanza, nonché dipendenti che a loro volta hanno avuto difficoltà a mantenere le proprie performance lavorando nei propri spazi domestici”.

Organizzare meglio l’ibrido tra lavoro in sede e lavoro a distanza

Se molte aziende continueranno ad adottare lo smart working sarà necessario organizzare alla perfezione questo ‘ibrido’ tra lavoro in sede e lavoro a distanza.
“Non ci sono dubbi – conferma Adami – le imprese devono organizzarsi per trasmettere fiducia ai dipendenti, per ridurre al minimo lo stress, e per creare momenti di condivisione. Diventa fondamentale fissare delle regole chiare, sottolineando l’importanza della disconnessione, e abbandonando una volta per tutte la cultura del cartellino: deve essere chiaro che a guidare lo smart working non è l’orario fisso, quanto invece la produttività dei lavoratori”.

Italiani e risparmio: cosa cambia dopo il Covid

Il peggio sembra essere passato, e la minaccia del Covid, per quanto ancora presente, si è ridotta, inducendo il 54% degli italiani a pensare l’emergenza sanitaria sia prossima alla fine. E questo induce ad ampliare le proprie prospettive economiche verso un orizzonte a medio termine. In occasione della 97° Giornata Mondiale del Risparmio, è stata presentata la 21° edizione dell’indagine Acri-Ipsos Gli Italiani e il Risparmio, che delinea il livello di soddisfazione per la propria situazione economica e il proprio tenore di vita, l’atteggiamento e la propensione verso il risparmio, evidenziando i cambiamenti rispetto all’anno passato.

Risparmio o sacrificio?

L’indagine conferma l’evidenza colta lo scorso anno: accanto a una quota di italiani in grado di resistere alle difficoltà (38%), con una situazione economica in miglioramento (13%), persiste una quota non trascurabile, e in crescita, che ha esaurito o è prossima a esaurire le risorse a propria disposizione, sottolineando gravi mancanze (49% vs. 47% nel 2020). Rimane però molto alta la percentuale di italiani che sono riusciti ad accumulare risparmi negli ultimi 12 mesi, e che lo hanno fatto con tranquillità (45%) guardando soprattutto al futuro. Al contempo, rispetto al 2020 è tornato a risalire il numero di famiglie che ha fatto ricorso a risorse proprie o a prestiti (19% vs. 16% nel 2020), descrivendo una situazione che ha portato ad associare il risparmio a un senso di sacrificio.

Risparmio privato e senso di compartecipazione allo sviluppo sociale

Rispetto al 2020 gli aiuti europei e il PNRR, e la fiducia nel Governo e nel suo operato portano il 40% degli italiani a intravedere prospettive di miglioramento nei prossimi anni. Il cambio di scenario contribuisce a far maturare la consapevolezza del legame esistente tra risparmio privato e rafforzamento del senso di compartecipazione allo sviluppo sociale e civile (fondamentale per il 79% degli italiani vs. 77% nel 2020). Le direttrici lungo cui agire per rendere proficuo questo legame sono la formazione, attraverso cui dare spazio e creare occasioni per la realizzazione professionale dei giovani e per riqualificare i lavoratori (61%,), il welfare, per sostenere le fasce più deboli della popolazione (62%), e la competitività, che non può prescindere da un percorso dettato dalla transizione ecologica verso modelli di sviluppo sostenibili (64%).

La necessità di un modello inclusivo che ‘non lasci indietro nessuno’

È quindi forte e condivisa la necessità di un modello inclusivo che ‘non lasci indietro nessuno’ nel recupero sociale. L’uscita dall’emergenza sanitaria rischia infatti di allargare la forbice tra chi sta meglio e chi invece è in difficoltà. In questo contesto, cresce l’interesse per il ruolo del non profit (per il 53% è fondamentale o importante), e più in generale, dei corpi intermedi (per il 39% è fondamentale o importante), che aiutano a intercettare le criticità e a trovare soluzioni per affrontare i problemi di oggi e scongiurare quelli che verranno.

Cybersecurity, in Italia 903 attacchi settimanali alle aziende

Nel 2021 in Italia vengono colpite da ransomware ogni settimana l’1,9% delle organizzazioni, mentre in tutto il mondo gli attacchi informatici verso le aziende sono cresciuti del 40% in un anno. Sempre a livello globale nel 2021 in media un’azienda su 61 viene colpita una volta a settimana da attacchi ransomware, con un incremento del 9% rispetto al 2020. Secondo il rapporto diffuso da Check Point Research, divisione Threat Intelligence di Check Point Software Technologies, se l’Africa è l’area maggiormente presa di mira l’Europa e il Nord America sono alle prese con il più grande aumento del numero di attacchi tra il 2020 e il 2021. In generale, i settori che hanno visto il maggior numero di attacchi informatici sono l’istruzione e la ricerca, la PA e l’esercito, e la sanità, riporta Ansa.

Numeri raddoppiati rispetto a marzo 2020

La percentuale di cyberattacchi verso le organizzazioni italiane del 36%, rispetto al 2020 settimanalmente le aziende italiane subiscono mediamente 903 attacchi informatici. A livello globale, dopo una piccola diminuzione nelle settimane precedenti, da marzo 2020, si è verificato un significativo aumento nel numero medio settimanale degli attacchi registrati dalle aziende e a settembre 2021 il numero medio di attacchi settimanali registrato da ogni azienda ha raggiunto il picco con oltre 870 attacchi. Questo numero è più del doppio rispetto a quello di marzo 2020.
Le aziende in Africa finora hanno registrato il più alto volume di attacchi nel 2021, con una media di 1615 attacchi alla settimana per azienda. Questo rappresenta un incremento del 15% rispetto al 2020.

I settori più colpiti

I settori che vedono il maggior numero di attacchi informatici sono l’istruzione/ricerca, con una media di 1468 attacchi alla settimana per organizzazione, e un incremento del 60% rispetto al 2020, la pubblica amministrazione/esercito, con 1802 e un incremento del 40%, e la sanità con 752 e un incremento del 55%. Il settore ISP/MSP è quello più colpito dal ransomware quest’anno. Il numero medio settimanale di organizzazioni colpite in questo settore nel 2021 è 1 su 36, con un incremento del 32% rispetto al 2020. La sanità è al secondo posto, con un’organizzazione colpita su 44 (incremento del 39%), seguita dai vendor di software al terzo posto, con 1 organizzazione su 5 2e un incremento del 21%.

Il tipo di malware più utilizzato è la botnet

La regione APAC vede il più elevato volume di tentativi di attacchi ransomware, con un’organizzazione su 34 colpite ogni settimana nel 2021 (-10% rispetto al 2020). Il tipo di malware che ha colpito maggiormente le aziende, riporta Data Manager Online, è la botnet, con una media dell’8% delle organizzazioni colpite settimanalmente, e un decremento del 9% rispetto allo scorso anno. Al secondo posto il banking malware (4,6% delle organizzazioni e incremento del 26%) e i cryptominer (4,2% delle organizzazioni e incremento del 22%).

Export lombardo, 35 miliardi nel secondo trimestre 2021

La variazione dell’export lombardo sul I° trimestre 2021 è +12,9% e l’incremento rispetto allo stesso trimestre del 2020 tocca +46,7%, valore eccezionale rispetto al confronto con il minimo registrato l’anno scorso. L’ incremento nelle attività delle imprese lombarde nel secondo trimestre ha dato nuovo slancio agli scambi con l’estero, e il valore delle esportazioni originate dalla Lombardia supera per la prima volta i 35 miliardi di euro. Crescono anche le importazioni, superando i 37 miliardi complessivi, con una riduzione del deficit commerciale a 2,7 miliardi di euro. Si tratta dei dati ricavati dal rapporto sul commercio estero della Lombardia nel secondo trimestre 2021 di Unioncamere Lombardia. Secondo il rapporto, rispetto al livello medio del 2019, l’export cresce del +9,9%, un dato che conferma l’accelerazione congiunturale e il netto superamento dei livelli pre-crisi.

I settori dell’export

Il comparto legato a metalli e loro produzioni traina la ripresa, e di questa performance beneficiano la maggior parte delle provincie lombarde. Anche gli apparecchi elettrici ed elettronici, la chimica, gomma-plastica e il comparto alimentare crescono significativamente, mentre si conferma il momento difficile per il tessile, pelli e accessori (-5,2%) e gli articoli farmaceutici (-1,3%) I dati vedono infatti una crescita a due cifre per le esportazioni di prodotti in metallo e metalli di base (+25,2%), sostanze e prodotti chimici (+17,7%), gomma e materie plastiche (+15,7%), prodotti alimentari (+15,2%) e computer, apparecchi elettrici ed elettronici (+13,9%). Più contenuto l’incremento registrato per i mezzi di trasporto (+8,8%), i macchinari e apparecchi vari (+5,3%) e l’aggregato degli altri prodotti (+3,7%), principalmente mobili e arredamento.

I mercati

Complessivamente l’andamento positivo viene confermato anche dal confronto con il livello pre-crisi, rispetto al quale si registra un incremento del 9,8% complessivo. Tutte le destinazioni registrano incrementi tendenziali consistenti, dal +36,7% dell’Unione Europea al +80,3% dell’America centro-meridionale. Considerando le singole aree si osservano alcune destinazioni che devono ancora completare la fase di recupero dei livelli pre-crisi, come Medio Oriente (-3,5%), Altri paesi africani (-5,8%) e Asia centrale (-12,0%).  Verso le restanti destinazioni la Lombardia riesce a incrementare il valore dell’export rispetto alla media 2019 grazie ai principali paesi di destinazione, tra cui Cina (+34,9%), Turchia (+25,7%), Regno Unito (+22%), Brasile (+16,3%), Germania (+13,4%) e Stati Uniti (+8,1%).

Le province

L’incremento tendenziale interessa tutte le provincie lombarde. Rispetto alla media 2019 crescono, fortemente trainati da metalli di base e prodotti in metallo, Mantova (+29%), Cremona (+22,6%) Brescia (+21,9%). Seguono Sondrio (+15,2%) Monza e Brianza (+14,5%) Lecco (+13%) e Bergamo (+12,9%) Meno intensa la crescita delle provincie di Lodi (+9,9%), Varese (+6,8%), Como (+3,7%) e Milano (+2,2%). Pavia invece non ha ancora recuperato il divario rispetto ai livelli pre-crisi (-7,4%).

Unioncamere, 1,5 milioni di nuove assunzioni fra settembre e novembre

Pare tingersi di rosa il cielo dell’occupazione in Italia, dopo un periodo difficile a causa anche delle conseguenze della pandemia. A dirlo è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal, secondo il quale sia a settembre 2021 sia nel trimestre settembre-novembre ci siano diverse opportunità di impiego da parte delle aziende.

526mila lavoratori ricercati a settembre

Lo scenario tracciato parla di oltre 526mila lavoratori ricercati dalle imprese per il mese di settembre, circa 91mila in più (+20,9%) rispetto allo stesso periodo del 2019; nel trimestre settembre-novembre le imprese hanno in programma di assumere 1,5 milioni di lavoratori (+23,5% rispetto all’analogo trimestre 2019). Aumenta la domanda di lavoro sostenuta dal buon andamento dell’economia italiana, sebbene a livello mondiale stiano emergendo crescenti tensioni per il costo dell’energia e di altre materie prime. Sono differenti però le richieste a seconda del comparto: l’industria programma per il mese di settembre 156mila entrate che salgono a 436mila nel trimestre settembre-novembre, in crescita rispettivamente del 24,8% e del 29,1% rispetto al 2019. Si consolida la ripresa del manifatturiero con 114mila entrate nel mese e 317mila nel trimestre (rispettivamente +31,7% e +34,9% rispetto agli stessi periodi del 2019). A guidare, le industrie della meccatronica che ricercano 31mila lavoratori nel mese e 87mila nel trimestre, seguite dalle industrie metallurgiche e dei prodotti in metallo (27mila nel mese e 75mila nel trimestre) e da quelle tessili, dell’abbigliamento e calzature (16mila nel mese e 45mila nel trimestre). Elevata anche la domanda di lavoro proveniente dal comparto delle costruzioni: 42mila le assunzioni programmate nel mese (+9,3% rispetto a settembre 2019) e 118mila nel trimestre (+15,7% rispetto al trimestre 2019). 

370mila contratti dai servizi

Sono invece 370mila i contratti di lavoro offerti dal settore dei servizi nel mese in corso (+19,3% su settembre 2019) e oltre 1 milione quelli previsti per il trimestre (+21,2% sul trimestre 2019). Le maggiori opportunità di lavoro sono offerte dal comparto del commercio (87mila entrate programmate nel mese e 279mila nel trimestre), da quello dei servizi alle persone (84mila nel mese e 188mila nel trimestre) e dai servizi di alloggio, ristorazione e servizi turistici (73mila nel mese e 192mila nel trimestre). Tuttavia, non mancano alcune criticità: ad esempio, sale al 36,4% la quota di assunzioni per cui le imprese dichiarano difficoltà di reperimento (5,5 punti percentuali in più rispetto a settembre 2019), che sale al 51,6% per gli operai specializzati, al 48,4% per i dirigenti, al 41,4% per le professioni tecniche e al 37,7% per le professioni intellettuali e scientifiche.

Italia ottimista sulle prospettive future

A settembre 2021 non sono solo le vittorie nello sport, dal campionato europeo di calcio alle Olimpiadi e il tennis, ma soprattutto la ripartenza del Pil che rende ottimisti sulle prospettive future. Questo, nonostante le polemiche “no vax” e le incertezze che permangono nel quadro sanitario. Nell’ultimo trimestre il PiL è cresciuto infatti del 2,7%, proiettando al rialzo le aspettative di chiusura dell’anno.
A inizio 2021 il Fondo Monetario Internazionale stimava una crescita 2021 per l’Italia del 4,2%, mentre a luglio la stima è diventata 4,9%.
La stima Istat è invece passata da 4,0% a 4,7%, quella di The European House – Ambrosetti da 4,0% a 4,9%, quella della Commissione Europea è passata da 3,4% a 5,0% e quella della Banca d’Italia da 3,5% a 5,1%.

Rispetto a settembre 2020 siamo in “un’era geologica” diversa

Per misurare la fiducia delle imprese, The European House – Ambrosetti, a partire dal 2014 ha sviluppato un indicatore che misura la situazione attuale del business, le prospettive del business a sei mesi, le prospettive dell’occupazione e sempre a sei mesi le prospettive degli investimenti. Ogni misurazione va da una scala da -100 a 100, dove -100 è il valore che indica il massimo pessimismo e 100 il valore associato al massimo ottimismo. E secondo l’indicatore la fiducia attuale delle imprese è al massimo storico, a 70,6, più del doppio della valutazione di giugno (30,2). Rispetto al settembre 2020, quando l’Indicator era pari a -21,1, siamo in “un’era geologica” diversa. Un’accelerazione di ottimismo simile non l’avevamo mai registrata prima.

Anche la prospettiva sugli investimenti registra un record storico

Le aspettative legate alla situazione occupazionale rilevate nell’Ambrosetti Club Economic Indicator restano positive (40,5), sugli stessi livelli della precedente rilevazione, ma comunque su valori molto elevati, non solo rispetto al periodo pandemico, ma anche rispetto agli anni precedenti. Ma anche la prospettiva sugli investimenti delle imprese registra il proprio record storico (62,7). È chiaro che i problemi ci sono, e che gli strascichi della crisi del 2020 non spariscono da un anno con l’altro. Nel 2020 più di due milioni di famiglie, il 7,7% del totale, risultavano in povertà assoluta, partendo dal 6,4% del 2019.

L’arrivo del Next Generation EU dà l’avvio al nostro PNRR

I 22,3 milioni di occupati, ad aprile 2021, sono sicuramente un valore in crescita rispetto ai mesi precedenti (+0,6% rispetto ad aprile), ma sono comunque un milione in meno rispetto agli occupati ad aprile 2019. Ma l’arrivo del prefinanziamento di Next Generation EU dà materialmente l’avvio al nostro Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Questa è la partita sulla quale si giocano le possibilità di rimanere agganciati alle economie più avanzate. E la collaborazione fra istituzioni, imprese e parti sociali è cruciale.

Dallo smart working alle flessibilità: come è cambiato il lavoro e quali le prospettive post Covid

Come è cambiato il modo di lavorare nel mondo dopo la pandemia di Covid-19? E cosa resterà dei tanti sconvolgimenti che tutti abbiamo vissuto anche sul piano professionale negli ultimi mesi? Ancora, lo smart working, mai così praticato come nell’ultimo anno e mezzo, resisterà al ritorno alla normalità oppure si farà marcia indietro verso modalità di lavoro più “classiche”? A questi e a molti altri quesiti ha risposto il nuovo sondaggio Ipsos, condotto in collaborazione con il World Economic Forum in 29 Paesi, che ha indagato come la pandemia da Covid-19 abbia influenzato le modalità di lavoro, qual è la situazione attuale dei lavoratori e quali le prospettive future. 

L’impatto dello smart working nel mondo…

In media, a livello internazionale, il 23% degli intervistati dichiara di lavorare da casa in misura maggiore rispetto a prima della pandemia. Percentuale leggermente più bassa in Italia, in cui il 18% dei lavoratori  dichiara di lavorare più da casa, il 73% non ha notato nessun cambiamento e il 9% continua a lavorare meno da casa rispetto al periodo precedente alla pandemia. Prima che la pandemia scoppiasse, il 53% degli intervistati a livello internazionale ha dichiarato di aver sempre lavorato in ufficio lontano da casa; percentuale che si attualmente si è ridotta al 39%. 

… e in Italia

In Italia, prima dello scoppio del Covid-19, il 56% dei lavoratori ha dichiarato di aver sempre lavorato in ufficio lontano da casa, il 15% ha sempre operato lontano da casa ma non in ufficio, il 14% ha sempre svolto le proprie mansioni da casa, infine, il restante 14% ha sempre lavorato da casa e qualche volta lontano dalla propria abitazione. E ora come stanno lavorando gli italiani? Il 48% è ritornato in ufficio, il 16% lavora lontano da casa ma non in ufficio, il 21% svolge i suoi compiti da casa, mentre il 15% lavora qualche volta a casa e qualche volta lontano da casa. Inoltre, quando la pandemia sarà davvero finita, gli italiani in che modalità preferiranno ritornare a lavorare? Il 33% vorrebbe lavorare completamente da casa, il 12% lavorerebbe da casa come sta facendo tutt’ora, il 28% preferirebbe svolgere le proprie mansioni, completamente, lontano da casa meno di come stia già facendo, il 9% non sa esprimersi in merito e infine il 17% ha dichiarato che il lavoro che svolge non gli consente la possibilità di scegliere la modalità che preferisce.

Obiettivo flessibilità 

Lo smart working ha anche introdotto il concetto di flessibilità nella giornata lavorativa degli italiani. Un aspetto positivo che non si vuole abbandonare: in media, il 28% degli intervistati a livello internazionale è fortemente d’accordo con una maggior flessibilità da parte dei propri datori di lavoro, condiviso anche dal 34% degli italiani. Ne consegue che, con più tempo e maggiore comfort, le persone possano essere più produttive con un orario di lavoro flessibile: il 29% degli intervistati a livello internazionale e il 27% degli italiani sono pienamente d’accordo. 

Gli italiani si dividono fra Video on demand e Tv

Le lunghe settimane in lockdown hanno contribuito sensibilmente a un cambio di abitudini nei confronti dei diversi media, da quelle più tradizionali come la Tv a quelli più innovativi come i Video on demand (Vod). La riprova ne è la rilevazione effettuata da GFK Sinottica, che analizza l’andamento della fruizione dei diversi mezzi dal marzo 2020. Si scopre così che negli ultimi due anni l’utilizzo delle piattaforme Over-The-Top è cresciuto in maniera significativa: nel primo trimestre del 2021, in un giorno medio, circa un quarto della popolazione ha fruito di contenuti Vod. In crescita anche il tempo medio dedicato a questo tipo di contenuti. In generale, la pandemia ha favorito tutti i media fruibili da casa, con una crescita della Total Audience di quasi 1 milione di persone rispetto al 2018 per Vod e TV lineare.

Più tempo davanti agli schermi

Anche se le restrizioni si sono via via allentate, gli italiani si sono appassionati ai contenuti video, tanto che è aumentato il tempo medio trascorso davanti allo schermo. In particolare, aumentano le ore passate a guardare i contenuti disponibili sulle piattaforme OTT. Nella giornata media si è passati dai circa 100 minuti al giorno dedicati nella fase pre-pandemica alle 2 ore circa registrate nel primo trimestre 2021.

Una tendenza destinata a durare

Per quanto riguarda l’andamento della fruizione di Video on demand, l’analisi mostra che in pochissimo tempo – da marzo 2020 – si è passati da una Reach media giornaliera del 16% sul totale della popolazione con più di 14 anni ad una del 26% ad aprile 2020. La percentuale di fruitori di contenuti Video on Demand nel giorno medio è scesa durante l’estate 2020 per poi registrare un nuovo picco nell’ultimo trimestre del 2020. A gennaio 2021 la percentuale di italiani esposti al VOD corrispondeva nuovamente a circa un quarto della popolazione con più di 14 anni e si è mantenuta su questi livelli fino a marzo 2021. Si può dire quindi che si tratta di una tendenza destinata a durare nel tempo, anche oltre la situazione di emergenza sanitaria.

Per i Vod utenza più giovane

Anche se Tv lineare e piattaforme video si rivelano non concorrenti ma piuttosto complementari, è anche vero che la Tv ha registrato un leggero calo negli ultimi mesi.  Si è ridotta cioè la percentuale di chi utilizza in maniera esclusiva la TV lineare. Si tratta principalmente di persone appartenenti alle fasce più mature della popolazione (dai 55 anni in più), che devono ancora familiarizzare con le piattaforme OTT. Al contrario, tra i fruitori di Video on Demand  troviamo principalmente giovani con meno di 35 anni.