Internet non piace più al suo inventore

Internet non è più quello di una volta, e non piace più al suo inventore. Leonard Kleinrock, cinquant’anni dopo aver lanciato la Rete si interroga su pregi ed errori della sua grande visione di allora. “Il nostro Internet era etico, di fiducia, gratis e condiviso – dichiara a la Repubblica Leonard Kleinrock -. Oggi è passato da risorsa digitale affidabile a moltiplicatore di dubbi, da mezzo di condivisione a strumento con un lato oscuro. Internet consente di arrivare a milioni di utenti a costo zero in maniera anonima e per questo è perfetto per fare pure cose malvagie”.

“Si è trasformato un bene pubblico in qualcosa con scopi privati”

Lo scienziato e pioniere della Rete, afferma anche che all’epoca del lancio di Internet non aveva “assolutamente pensato ai social network”, non immaginando nemmeno la possibilità della loro esistenza: “Allora si pensava a computer che parlavano, ma non alle persone. L’importanza delle persone l’ho capita dopo, con l’arrivo della mail – continua Kleinrock -. Poi con l’inizio dello spam nel ’94 cambiarono in male molte cose”.

Addio alla privacy, virus, furto di identità, pornografia e pedofilia, fake news. Il problema secondo lo scienziato si è posto, ed “è nato quando si è voluto monetizzarlo”. Ovvero, “si è trasformato un bene pubblico in qualcosa con scopi privati che non ha la stessa identità del passato”.

“Non abbiamo messo dei paletti e ora è difficilissimo riassestare la rotta della Rete”

All’epoca dell’esordio della Rete, ovvero della prima forma di connessione, il punto era che “dovevamo fornire una forte autenticazione di file – sostiene Kleinrock – ciò che mando dev’essere garantito e mai alterato”, quindi, “ci voleva una chiara identificazione degli utenti: dimostrare chi comunica”, sottolinea lo scienziato. Ma il punto, aggiunge Kleinrock, è che “non lo abbiamo fatto, non abbiamo messo dei paletti”. E ora è difficilissimo riuscire a farlo, a riassestare la rotta della Rete.

“Vedo un futuro in cui sarà protagonista l’invisibilità delle macchine”

Ma cosa sarà Internet tra cinquant’anni? La risposta di Kleinrock è: “vedo un futuro in cui sarà protagonista l’invisibilità delle macchine. Useremo interfacce cerebrali. Avremo un sistema nervoso pervasivo globale per interagire. Ma per farlo dobbiamo trovare un equilibrio etico e tecnologico”.

La scommessa è tutta qua, riporta Agi. Per ora Kleinrock nel suo laboratorio di Los Angeles sta cercando di plasmare il futuro della Rete, e con l’Uncla Connection sta cercando di “replicare l’ambiente che ha portato alla scoperta della rete, fatto di connettività e cervelli, senza la monetizzazione – aggiunge -. Lo faremo con menti giovani, con gli studenti. A loro dico che va bene sbagliare, basta continuare a cercare”.

Back to school con zaino, quaderni e smartphone

C’è tutto il tradizionale corredo scolastico, composto da libri, quaderni e astuccio. Però, per molti studenti italiani, in cartella a settembre c’è uno strumento in più: lo smartphone. Ma vietato pensare a un capriccio da ragazzini: per i nati nella Generazione Z, nativa digitale per eccellenza, il telefonino è un sistema da utilizzare anche durante le lezioni, con il placet degli insegnanti. Che il trend sia in atto è dimostrato di numeri: con l’inizio del nuovo anno scolastico, più di 1 studente su 10 mette lo smartphone nello zaino. A dirlo sono 12mila studenti tra i 10 e i 20 anni che hanno partecipato a un’indagine svolta da Skuola.net in collaborazione con il brand franco-cinese Wiko.

Uno strumento didattico

Per una serie di motivi, comprese ahimè alcune carenze infrastrutturali, lo smartphone ha guadagnato negli ultimi anni lo lo status di strumento didattico nella pratica quotidiana. Secondo quanto raccontano gli studenti, il 13% di loro ha addirittura un intero corpo docente che crede nella bontà del cellulare come supporto alle loro spiegazioni. Un dato che sembra crescere insieme all’età degli studenti. Quelli alle soglie del diploma o appena usciti dalla scuola dell’obbligo, ad esempio, hanno potuto sfruttarlo in maniera più costante: il 20% lo fa o lo ha fatto con tutti i professori. Il 29% del campione intervistato, che è comunque una minoranza, afferma invece che deve tenere il telefonino “off limits” durante le lezioni. 

Ragazzi più grandi, più accesso al device tra i banchi

L’uso del telefonino sembra aumentare con l’età dei ragazzi e la progressione delle classi. Specie nell’ultimo biennio delle superiori, lo smartphone è entrato di diritto nella strumentazione base e nel processo di modernizzazione della didattica: quasi 9 studenti su 10 lo impiegano con almeno un docente. Altrove – medie e primi anni delle superiori – il dato si ferma a un comunque buon 60%.

Quali sono gli utilizzi a scuola

Ma come viene utilizzato lo smartphone durante le ore di lezione? In base alle risposte dei ragazzi, serve principalmente (il 51% dei casi) per approfondire le lezioni, per prendere appunti e organizzare il lavoro (20%), per usare app durante spiegazioni ed esercizi (19%). Non sorprende quindi che circa 1 studente su 10 considera il telefonino parte integrante del suo equipaggiamento scolastico– assieme a libri, penne e quaderni – e procederà all’acquisto di un device con prestazioni migliori di quello già in possesso, in particolare i ragazzi delle medie.

Il corso estetista di Academia BSI Milano

Il corso estetista proposto da  Academia BSI Milano è rivolto a tutte quelle persone che vogliono specializzarsi nel campo dell’estetica e della bellezza del corpo. Durante la formazione, lo studente avrà l’opportunità di studiare l’anatomia e la fisiologia umana applicate all’estetica del viso e del corpo, per apprendere in dettaglio le funzioni degli apparati e dei sistemi del corpo umano su cui viene eseguita la cura estetica. Inoltre, lo studente imparerà a riconoscere le principali patologie della pelle e dei loro effetti, per fare buon uso degli strumenti utilizzati nei trattamenti estetici. Lo studente conoscerà dunque i vantaggi e le caratteristiche di ciascuno strumento e dei diversi prodotti cosmetici utilizzati per igiene, idratazione, trucco e depilazione di viso e corpo.

D’altra parte, l’allievo sarà formato per lavorare e garantire sempre il massimo dell’igiene e della sicurezza per la persona che si sottopone al trattamento. Inoltre, imparerà le più efficaci tecniche per l’idratazione del viso e del corpo, nonché i metodi per la depilazione e la decolorazione dei peli del viso e del corpo. Una volta terminato il corso, lo studente avrà le conoscenze necessarie per determinare i bisogni estetici del cliente in base alla morfologia del suo corpo e del suo viso.

Obiettivi del Corso Estetista di Academia BSI Milano

Lo scopo del corso estetista è quello di fare in modo che lo studente apprenda nuove tecniche e trattamenti estetici efficaci così da essere in grado di offrire un servizio professionale di consulenza d’immagine nei saloni di bellezza o centri benessere, così come nell’ambiente del cinema e dello spettacolo in genere, resort turistici e centri benessere. L’allievo avrà dunque l’opportunità di diventare un vero e proprio punto di riferimento per tantissime persone che ne apprezzeranno il modo di lavorare, a prescindere da quello che sarà il percorso professionale che questi avrà deciso di percorrere.

Parliamo infatti di una figura professionale il cui ruolo si è concretamente evoluto nel corso degli ultimi anni, sino a diventare una professione particolarmente apprezzata e riconosciuta nella società moderna. Ciò è dovuto principalmente alle nuove competenze che i professionisti più attenti acquisiscono nel tempo, ma anche alle numerose aree di intervento di questa bellissima professione. L’allievo infine, avrà il supporto e la consulenza di insegnanti qualificati durante tutto il percorso di studio, durante il quale è possibile porre domande e risolvere eventuali dubbi.

Posizioni difficili da selezionare, in Lombardia sono il 28%

In Lombardia, è difficile trovare i candidati giusti nel 28% dei casi. Una percentuale pari a 166 mila ingressi su 666 mila ingressi, un dato in linea con quello italiano. In particolare, difficili da reperire sono i meccanici di precisione a Milano, i matematici a Brescia, Monza Brianza, Bergamo, e Lecco, i conduttori di impianti industriali a Sondrio, gli artigiani metalmeccanici a Cremona, gli ingegneri a Mantova, gli amministratori di grandi aziende a Lodi e i responsabili di piccole imprese a Pavia, Varese e Como. Questo, secondo le previsioni delle imprese per l’anno 2018, in una elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi Lodi su dati del Sistema Informativo Excelsior realizzato da Unioncamere in collaborazione con ANPAL.

I meno reperibili, specialistici in scienze matematiche, informatiche, fisiche e naturali

“Il numero crescente di giovani che vanno all’estero, per restarci, penalizza il nostro Paese – commenta Carlo Sangalli, presidente Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi -. Dobbiamo invece attrarre e valorizzare capitale umano a livello internazionale sia italiano sia straniero”. Di fatto, in Lombardia i più difficili da trovare sono gli specialistici in scienze matematiche, informatiche, fisiche e naturali (57% e 8.240 ingressi), gli artigiani e operai specializzati in metalmeccanica ed elettronica (51,5% e 54.630 ingressi) e gli operai specializzati in meccanica di precisione, stampa e gli artigiani artistici con una difficoltà di reperimento del 49,1% su un totale di 3.260 ingressi.

Le professioni vacanti a Milano e nelle province

Gli operai specializzati nella meccanica di precisione, stampa e artigiani artistici sono i più difficili da trovare a Milano (1.220 ingressi, il 69,7%), mentre le professioni difficili da trovare nelle province lombarde sono gli specialisti in scienze matematiche, informatiche, fisiche e naturali a Brescia (62,5%, 320), Monza Brianza (68,2%, 660), Bergamo (65,5%, 580) e Lecco (66,7%, 60), i conduttori di impianti industriali a Sondrio (63,6%, 110), gli artigiani e operai specializzati in metalmeccanica ed elettronica a Cremona (55,6%, 1.620), e gli ingegneri a Mantova (33%), pari a 8 mila ingegneri non reperibili.

Non si trovano ingegneri

Per quanto riguarda gli ingegneri, se in generale le difficoltà maggiori si riscontrano a Mantova, di poco inferiore la percentuale riguarda Monza e Brianza, Brescia, Pavia, Varese e Lecco, col 31% (pari, rispettivamente, a 13 mila, 26 mila, 7 mila, 14 mila, 5 mila addetti). Più facilità di selezione invece a Milano, col 25% degli ingressi. A Lodi non si trovano invece gli amministratori o direttori di grandi aziende (100%, 10), e i responsabili di piccole imprese a Pavia (100%, 20), Varese e Como (100%, 10).

Colorare la casa. Da Nord a Sud la tavolozza delle donne italiane

Il colore è l’elemento che rende viva la nostra casa trasformandola in uno spazio vissuto personale. Il colore ha un ruolo essenziale nella vita, è un elemento in grado di esprimere identità e stati d’animo, e di agire attivamente sull’emotività delle persone. Ma quali sono le preferenze cromatiche delle donne italiane in fatto di casa? Se al Nord si predilige il giallo, al Centro non si disdegna il verde, e al Sud il blu o l’azzurro.  Lo dimostra la ricerca Gli stili emotivi dell’abitare, di Sigma Coatings, brand di PPG Univer, che approfondisce il rapporto tra le donne, il colore e le loro case. Un legame estremamente ricco, profondo e personale.

Al Nord la casa si dipinge di giallo, al Centro di verde

Al Nord vince il giallo (26%), colore associato all’allegria (23%), al calore (23%) e alla solarità (13%). Seguono altre tonalità calde, come l’arancione (25%) e il rosso (20%), rispettivamente sinonimo di allegria (19%) ed energia (22%). Sfumature che le italiane preferiscono utilizzare nelle zone dedicate alla condivisione, come la cucina e il living.

Anche tra le donne del centro il giallo riscuote un certo successo (8%), ma preferiscono la più fresca e riposante tonalità del verde (11%), colore associato a serenità (28%) e tranquillità (24%), e che investe le pareti delle zone dedicate al relax, come la camera da letto e il soggiorno.

Il Sud si divide fra rosso e azzurro

Il cuore delle donne del Sud, invece, si divide in due. Da un lato è rapito dalle sfumature di blu e azzurro (14%) dall’altro emerge la preferenza per il rosso (12%), colore di passione (19%). Ma mentre i primi due sono colori che hanno la dote di portare serenità (32%) e tranquillità (39%), ideali per conciliare il riposo nelle camere da letto, il rosso è un colore capace di generare allegria (11%), impiegato principalmente nei soggiorni.

In generale, il 79% delle donne intervistate dà molta importanza ai colori utilizzati in casa. Questo accade perché associano il colore all’emotività (22%), alla creatività (19%) e all’energia (17%), ossia a una sfera estremamente intima, feconda e vitale della propria persona, e che trova libera espressione nel luogo più personale che ci sia, la propria casa.

Scegliere la tinta giusta è una questione emotiva

Non per niente, gran parte delle donne intervistate si trovano estremamente d’accordo nell’affermare quanto sia “fondamentale la presenza dei propri colori preferiti in casa”, di elementi cioè, che sappiano trasmettere un senso di sicurezza e familiarità all’interno della propria dimora.

Scegliendo i colori per dipingere le pareti, riporta Ansa, incidono molto i fattori emotivi. Quasi come andare a un “mercato psicologico” del colore cercando risposte cromatiche innovative. Ma che attraverso un utilizzo funzionale e consapevole del colore sfruttino al massimo le sue potenzialità benefiche, riportando al centro del progetto l’individuo e il suo benessere.

Gli italiani e il mal di schiena, tra i giovani aumenta quello da stress

Il mal di schiena non è una diagnosi, è un sintomo, e l’80% delle persone nel corso della vita ne ha sofferto almeno una volta. Ma il dolore può essere causato da problemi diversi, e non necessariamente da discopatie e artrosi: può infatti derivare anche da un aneurisma dell’aorta, da alcuni tumori o problemi addominali, e persino da patologie ginecologiche.

“C’è poi il mal di schiena da stress, un problema in aumento in questi anni, specie nella popolazione giovane, collegato a problemi lavorativi o familiari: le tensioni psicosomatiche proiettano un dolore nella parte posteriore della colonna, a livello cervicale o più spesso lombare”, spiega all’Adnkronos Salute Vincenzo Denaro, professore ordinario e primario emerito di Ortopedia e traumatologia all’Università Campus Bio-Medico di Roma.

Consultare un esperto ed evitare le cure fai da te

Per scoprire la causa del mal di schiena il medico non deve limitarsi a ricorrere alla diagnostica per immagini, ma deve parlare con il paziente e ascoltarlo. Ecco perché è anche importante non sottovalutare il problema, ma rivolgersi a un professionista preparato, evitando autodiagnosi o cure fai da te. Riconoscere un aneurisma dell’aorta, ad esempio, può salvare la vita.

“Tutti i mal di schiena che nascono dalla struttura scheletrica – sottolinea poi lo specialista – hanno come conseguenza il blocco del soggetto, mentre se il dolore viene dai visceri c’è una sofferenza, ma il paziente non si blocca completamente”. Nel caso delle discopatie, inoltre, hanno anche una componente genetica, alcune famiglie ne soffrono, altre no. Anche in questi però casi non sempre è necessario l’intervento chirurgico.

Se un’ernia comprime un nervo è necessario l’intervento chirurgico

L’intervento chirurgico è invece necessario solo se un’ernia comprime un nervo provocando un deficit motorio. “Su 100 persone col mal di schiena – assicura Denaro – 80 possono guarire senza chirurgia: esistono approcci fisioterapici, attività fisica mirata, farmaci. Occhio invece alla moda degli approcci percutanei, che promettono di risolvere il problema in ogni caso”.

Inoltre oggi la tecnica chirurgica è diventata meno invasiva. “Il paziente si alza il giorno dopo l’intervento, dopodiché occorre pianificare un periodo di riabilitazione. In media nel caso di lavori usuranti occorrono 3 mesi, altrimenti può bastare un mese”, spiega l’esperto.

Una postura auto-reggente aiuta a prevenire problemi alla colonna vertebrale

Secondo Denaro il recupero dall’intervento è sempre completo. “Basti pensare ad esempio a Dino Zoff, che dopo l’intervento per l’ernia – ricorda Denaro – è tornato a fare il portiere della Nazionale”. Per quanto riguarda le recidive, certo esistono, ma sono nell’ordine dello 0,1% dei pazienti.

Ma il messaggio dello specialista è chiaro: “La colonna funziona come le marionette, se le teniamo dritta, resta dritta. Dunque se si conserva il tono muscolare, facendo attività fisica, nuoto e prendendosi cura del proprio corpo, una postura auto-reggente aiuterà a prevenire problemi alla schiena”.

Trattamenti green, è boom per l’estetica bio

È un vero e proprio boom per i trattamenti di bellezza che utilizzano prodotti naturali. Tra colorazioni con pigmenti naturali e ingredienti biologici, e trattamenti cutanei a base di prodotti totalmente green, le prenotazioni segnano un +47% rispetto allo scorso anno. Scegliere questo tipo di trattamenti però non è sempre facile, soprattutto per il portafogli. Per l’estetica con prodotti 100% green, infatti, si deve mettere in conto in media una spesa del 12% più alta rispetto ai trattamenti di origine non organica. Almeno, secondo quanto rileva un’indagine dedicata alla consapevolezza green di Uala, il sito dedicato al mondo beauty.

Green non è sempre sinonimo di prezzi alti

L’attenzione al rispetto del pianeta investe molti settori e tra questi anche il beauty. “Ecco perché siamo disposti a spendere di più per prenotare un trattamento che riesca a renderci belli senza sensi di colpa verso l’ambiente – spiega Alessandro Bruzzi, ceo e co-fondatore di Uala -. Ma c’è una buona notizia: green non è sempre sinonimo di prezzi alti. Se spesso per i capelli bisogna mettere in conto cifre maggiori rispetto alla media, per il corpo, ad esclusione dalle categorie più costose dei trattamenti con prodotti di sintesi come acidi glicolici e mandelici e che sfruttano componenti naturali, la spesa può arrivare ad essere anche del 14% inferiore”.

I centri di bellezza rispettano l’ambiente?

Uala ha chiesto ai saloni presenti sul portale anche quale fosse il loro impegno nel rispettare l’ambiente. Solo poco più della metà (52%) dei saloni intervistati ha sostituito le mantelline usa e getta con quelle lavabili, e appena il 37% dei saloni predilige prodotti con confezioni in vetro e alluminio, più smaltibili rispetto alla plastica. Buone notizie invece per la raccolta differenziata: l’81% dei gestori di saloni beauty conferma di differenziare gli scarti, ed è alta anche l’attenzione verso l’energia, con il 56% che dichiara di aver fatto installare inverter e/o pompa di calore. Quasi 1 salone su 4 (24%), inoltre, ha a cuore il risparmio dell’acqua, con l’installazione di rubinetti termostatici, mentre 1 professionista su 3 (34%) ha ridotto l’impatto della propria attività utilizzando arredamento creato con materiali di riciclo. Appena il 7% dei saloni ammette però di non aver ancora adottato pratiche amiche dell’ambiente.

Quasi un salone su 5 dichiara di dotarsi esclusivamente di prodotti bio

Dall’indagine, riporta Adnkronos, emerge che quasi un salone su 5 (19%) dichiara di dotarsi esclusivamente di prodotti bio, mentre sommando i saloni che ne fanno uso in prevalenza, e quelli che ne utilizzano soltanto qualcuno, la percentuale sale all’81%.

Alto anche il numero di saloni che presta attenzione alla provenienza dei cosmetici, in particolare, al fatto che non vengano testati su animali (78%). L’attenzione per il rispetto degli animali, però, non si traduce sempre nell’acquisto di prodotti veg, dal momento che oltre un salone su 3 (36%) dichiara di non poter ancora vantare neanche un prodotto vegano tra quelli esposti.

Facebook contro il revenge porn. Nuova tecnologia e sostegno alle vittime

Condividere su Facebook immagini intime di una persona senza il suo permesso può essere devastante. Facebook interviene nuovamente per contrastare il revenge porn, ovvero la diffusione sui social di immagini intime che vengono condivise senza autorizzazione. Finora, per proteggere le vittime di questo fenomeno, la politica di Facebook è stata quella di rimuovere le immagini segnalate, utilizzando anche la tecnologia del photo-matching per evitare che vengano condivise nuovamente. Ma per trovare questi contenuti più rapidamente, e supportare al meglio le vittime, Facebook annuncia una nuova tecnologia di rilevamento, e un centro di risorse online per aiutare e supportare chi ha subito questo tipo di abusi.

Apprendimento automatico e AI rilevano le immagini

“Trovare queste immagini va oltre il rilevamento della nudità sulle nostre piattaforme – afferma Antigone Davis, responsabile globale della sicurezza -. Grazie all’apprendimento automatico e all’intelligenza artificiale, ora siamo in grado di rilevare in modo proattivo immagini o video che vengono condivisi senza autorizzazione su Facebook e Instagram”. Questo significa che ora è possibile trovare questi contenuti prima che qualcuno li segnali, riporta Askanews. “Il che è importante per due motivi: spesso le vittime hanno paura di ritorsioni, per cui sono restie a segnalare il contenuto stesso, o non sono consapevoli che il contenuto è stato condiviso”, aggiunge Davis.

Se un contenuto viola gli della Comunità verrà rimossa e l’account responsabile disabilitato

Un team composto da persone appositamente formate del centro di Community Operations esaminerà i contenuti individuati dalla nuova tecnologia. “Se un immagine o un video viola i nostri standard della Comunità, lo rimuoveremo e nella maggior parte dei casi disabiliteremo anche gli account che condivideranno contenuti intimi senza autorizzazione – sottolinea Davis -. Offriamo la possibilità di fare appello se qualcuno ritiene che abbiamo commesso un errore”.

Un programma in collaborazione con le organizzazioni a sostegno delle vittime

Questa nuova tecnologia di rilevamento si aggiunge al programma pilota gestito in collaborazione con le organizzazioni a sostegno delle vittime. Questo programma offre alle persone un’opzione di emergenza per inviare a Facebook proattivamente, e in modo sicuro, una foto che temono possa essere diffusa. Inoltre, “per impedire che la foto venga condivisa sulla nostra piattaforma, creiamo un’impronta digitale di quell’immagine – spiega ancora la manager -. Avendo ricevuto un riscontro positivo dalle vittime e dalle organizzazioni di supporto, nei prossimi mesi amplieremo questo progetto pilota in modo che un maggior numero di persone possa beneficiare di questa opzione in caso di emergenza”.

 

Cyber attacchi, +38% nel 2018

Nel 2018 si sono registrati 1.552 attacchi gravi, +38% sul 2017, con una media di 129 al mese. Lo afferma la 14a edizione del Rapporto Clusit sulla sicurezza ICT, che evidenzia come sia sempre il cyber crime la principale causa di attacchi gravi. Il 79% di questi è stato infatti compiuto allo scopo di estorcere denaro, o sottrarre informazioni per ricavarne denaro (+44%). Nel 2018 è stata inoltre registrata la crescita del 57% dei crimini volti ad attività di cyber spionaggio con finalità geopolitiche o di tipo industriale, a cui va anche ricondotto il furto di proprietà intellettuale.

Deciso aumento della gravità media di Hacktivism e Cyber Warfare

Le attività di Hacktivism e di Cyber Warfare (guerra delle informazioni) risultano invece in calo, rispettivamente del 23% e del 10%. In un’analisi dei livelli di impatto per ogni singolo attacco, in termini geopolitici, sociali, economici, di immagine e di costo, si osserva in generale un deciso aumento della gravità media degli attacchi, riferisce Askanews. Le attività riconducibili al cyber crime sono state invece caratterizzate prevalentemente da un impatto di tipo medio. Dovuto, secondo il Rapporto, alla necessità di mantenere un profilo relativamente basso per continuare ad agire senza attirare troppa attenzione.

Chi viene colpito e perché

Negli ultimi dodici mesi la sanità ha subito l’incremento maggiore degli attacchi, pari al 99% rispetto al 2017. Nel 96% dei casi gli attacchi a questo settore hanno avuto finalità cyber criminali e furto di dati personali. Segue il settore pubblico, con il 41% degli attacchi in più, e i cosiddetti multiple targets, che nel 2018 risultano anche i maggiormente colpiti, con un quinto degli attacchi globali a loro danno (+37%). Nel 2018 sono stati presi di mira però anche i settori della ricerca e formazione (+55%), dei servizi online e cloud e delle banche (+36% e +33%).

Le tecniche d’attacco

Il principale vettore di attacco nel 2018 è ancora il malware semplice, prodotto industrialmente e a costi sempre decrescenti (+31%). All’interno di questa categoria, i Cryptominers sono arrivati a rappresentare il 14% del totale (7% nel 2017). L’utilizzo del malware per le piattaforme mobile invece rappresenta quasi il 12% del totale.

Da segnalare la crescita del 57% degli attacchi sferrati con tecniche di Phishing e Social Engineering su larga scala, ancora a testimonianza della logica sempre più industriale degli attaccanti. L’elevato incremento dell’utilizzo di tecniche sconosciute (+47%) dimostra tuttavia che i cybercriminali sono piuttosto attivi anche nella ricerca di nuove modalità di attacco. E se i DDoS rimangono sostanzialmente invariati, lo sfruttamento di vulnerabilità note è in crescita (+39,4%), così come l’utilizzo di vulnerabilità 0-day, (+66,7%), e gli attacchi basati su tecniche di Account Cracking (+7,7%).

Unico dato in calo, le SQL injection, che segnano -85,7%.

Nel 2018 superati i limiti previsti per polveri sottili e ozono in 55 capoluoghi

Le nostre città sono soffocate dallo smog, d’estate come d’inverno. Tra fonti le principali dell’inquinamento, oltre al traffico delle auto, il riscaldamento domestico, le industrie e le pratiche agricole. E l’auto privata continua a essere di gran lunga il mezzo più utilizzato per spostarsi: si contano 38 milioni di automobili di proprietà, che soddisfano complessivamente il 65,3% degli spostamenti.

Una situazione non certo rosea per la nostra salute e per quella dell’ambiente. Di fatto si tratta dei dati ricavati da Mal’aria 2019, il dossier annuale di Legambiente sull’inquinamento atmosferico in Italia nel 2018.

Respirare aria inquinata per 4 mesi all’anno

Ed ecco i numeri di Mal’aria 2010: nel 2018 in ben 55 capoluoghi di Provincia italiani sono stati superati i limiti giornalieri previsti per le polveri sottili o quelli relativi all’ozono, in particolare, 35 giorni per il Pm10 e 25 per l’ozono. In 24 dei 55 capoluoghi, inoltre, il limite è stato superato per entrambi i parametri, con la conseguenza diretta, per i cittadini, di aver dovuto respirare aria inquinata per circa 4 mesi all’anno.

La città con l’aria peggiore è Brescia

La città che lo scorso anno ha superato il maggior numero di giornate fuorilegge è Brescia (Villaggio Sereno), con 150 giorni, 47 per il Pm10 e 103 per l’ozono. Al secondo posto di questa triste graduatoria c’è Lodi, con 149 giorni, 78 per il Pm10 e 71 per l’ozono, e al terzo Monza, con 140 giorni.

Al podio delle città con l’aria peggiore seguono Venezia (139), Alessandria (136), Milano (135), Torino (134), Padova (130), Bergamo e Cremona (127) e Rovigo (121).

A eccezione di Cuneo, Novara, Verbania e Belluno, tutte le città capoluogo di Provincia dell’area padana hanno superato almeno uno dei due limiti, riferisce Adnkronos.

Urgente pianificare misure per abbattere drasticamente le concentrazioni di inquinamento

La prima città non posizionata nella Pianura padana è Frosinone, nel Lazio, con 116 giorni di superamento (83 per il Pm10 e 33 per l’ozono), seguita da Genova con 103 giorni (tutti dovuti al superamento dei limiti dell’ozono), Avellino con 89 (46 per il Pm10 e 43 per l’ozono) e Terni con 86 (rispettivamente 49 e 37 giorni per i due inquinanti).

Un quadro preoccupante, quindi, che per Legambiente indica “l’urgenza a livello nazionale di pianificare misure strutturali capaci di abbattere drasticamente le concentrazioni di inquinamento presenti e di riportare l’aria a livelli qualitativamente accettabili”.