Pagamenti con carte, l’Antitrust: “No a costi extra”

L’Antitrust dice “no” al sovrapprezzo ai clienti che pagano con carta di credito o di debito. Una pratica, questa, in Italia applicata da diverse attività commerciali, specie di piccole dimensioni, che “caricano” un sovrapprezzo per gli acquisti –  ad esempio di biglietti e abbonamenti del trasporto pubblico – a chi vuole pagare con la card. Ora l’Antitrust  ne ha stabilito il divieto. Lo si legge in una nota diffusa dall’Agcm, nella quale l’autorità spiega di aver ricevuto “diverse segnalazioni riguardanti l’applicazione da parte di tabaccai di un sovrapprezzo (spesso pari a 1 euro) in occasione dell’acquisto con carta di debito/credito di sigarette, marche da bollo, biglietti per trasporti pubblici”. L’Autorità, si legge nella nota, “è intervenuta in diverse occasioni per affermare il principio che l’applicazione di supplementi per l’uso di uno specifico strumento di pagamento costituisce una violazione dell’art. 62 del Codice del Consumo, il quale stabilisce che i venditori di beni e servizi ai consumatori finali ‘non possono imporre ai consumatori, in relazione all’uso di determinati strumenti di pagamento, spese per l’uso di detti strumenti'”.

Cosa prevede la normativa europea

“Il divieto generalizzato per il beneficiario di un pagamento di imporre al pagatore spese aggiuntive, rispetto al costo del bene o del servizio, in relazione all’utilizzo di strumenti di pagamento – ricorda l’Antitrust, come scrive AdnKronos  – è stato ribadito nella direttiva (UE) 2015/2366 relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno, recepita dal decreto legislativo 15 dicembre 2017, n. 218”. In applicazione di tali norme, ribadisce quindi l’Agcm, “i venditori di beni e servizi al dettaglio non possono dunque applicare supplementi sul prezzo dei beni o servizi venduti nei confronti di coloro che utilizzino, per effettuare i propri pagamenti, strumenti quali ad esempio carte di credito o di debito, qualsiasi sia l’emittente della carta”.

I settori coinvolti

L’Autorità, ricorda ancora la nota, è già intervenuta in numerosi settori per sanzionare l’applicazione di supplementi per l’uso di certi mezzi di pagamento, qualificandola come violazione dei diritti dei consumatori di cui all’art. 62 del Codice del Consumo: nel trasporto aereo, sono state sanzionate compagnie aeree che applicavano un supplemento per il pagamento con carta di credito dei biglietti aerei acquistati online sui propri siti; nella vendita al dettaglio di elettricità e gas naturale, alcuni primari operatori sono stati sanzionati per aver penalizzato il pagamento mediante mezzi diversi dalla domiciliazione bancaria o dall’addebito ricorrente su carta di credito o per aver imposto il pagamento di supplementi per il pagamento con carta di credito sui propri siti Internet. L’intervento dell’Antitrust ha interessato anche nei settori di vendita online di servizi di viaggio, nel quale alcune primarie agenzie di viaggio online sono state sanzionate per aver richiesto il pagamento di supplementi per l’acquisto online dei propri servizi mediante carte di credito; sono state inoltre sanzionate, per lo stesso motivo, una agenzia di viaggio specializzata nella vendita di biglietti per trasporti marittimi ed una specializzata nella vendita di biglietti aerei; nei servizi di rinnovo degli abbonamenti ai trasporti pubblici e di agenzia automobilistica.

Vale per tutti gli esercenti

“L’Autorità invita pertanto tutti gli esercenti commerciali, ivi inclusi i venditori di piccole dimensioni di beni e servizi, che intendano offrire ai consumatori la possibilità di utilizzare più mezzi di pagamento per l’acquisto dei beni e dei servizi venduti, a conformarsi alle prescrizioni del Codice del Consumo e del D.Lgs. 218/2017, eliminando ogni supplemento di prezzo applicato in relazione all’utilizzo da parte dei consumatori di carte di credito o di debito o di altri mezzi di pagamento. L’Autorità, ove riscontrasse violazioni del predetto divieto, si riserva di attivare i propri poteri sanzionatori, di cui all’art. 27 del Codice del Consumo”, scrive l’Antitrust.

Lavoro nero e illegale uguale il 12% del Pil

Brutto primato – purtroppo tutto in negativo – per l’economia italiana. Come indica una recente rilevazione curata dall’Istat, il cosiddetto “nero” nel Belpaese vale l’importo monstre di 210 miliardi di euro. Una cifra che rappresenta addirittura il 12,4% del Pil. Entrando nel merito delle cifre, il valore aggiunto generato dall’economia sommersa ammonta a poco meno di 192 miliardi di euro, quello connesso alle attività illegali (incluso l’indotto) a circa 18 miliardi di euro. Nel 2016 la componente relativa alla sotto-dichiarazione pesava per il 45,5% del valore aggiunto (circa -0,6 punti percentuali rispetto al 2015). La restante parte era invece attribuibile per il 37,2% all’impiego di lavoro irregolare, per l’8,8% alle altre componenti (affitti in nero, mance) e per l’8,6% alle attività illegali.

I settori dove c’è più nero

Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (23,7%) e le costruzioni (22,7%) si confermano i settori dove l’economia sommersa è maggiormente presente. Ma, oltre a questi macrocomparti, il sommerso coinvolge poi tutte le aree delle sotto-dichiarazioni: Servizi professionali (16,3%), Commercio, Trasporti, alloggio e ristorazione (12,4%), Costruzioni (11,9%). Ma risulta pesantemente invischiato nel fenomeno anche il manifatturiero, soprattutto quello dedicato alla Produzione di beni alimentari e di consumo (7,5%). Il settore più colpito dall’impiego di lavoro irregolare è infine quello domestico o che riguarda agricoltura e pesca.

Un problema gravissimo per l’Italia e le casse dello Stato

Il lavoro nero, purtroppo, si conferma come uno dei più grandi problemi per l’Italia e le casse dello Stato. Come evidenziano i dati diffusi dall’Istat, è questo un fenomeno che produce un “buco” di circa 20 miliardi di euro per l’erario. Nel 2016, l’elenco degli irregolari raggiungeva i 3 milioni 701 mila, in prevalenza dipendenti (2 milioni 632 mila), un numero in lieve diminuzione rispetto al 2015 (rispettivamente -23 mila e -19 mila unità). L’incidenza del lavoro irregolare è particolarmente rilevante nel settore dei Servizi alle persone (47,2% nel 2016, in calo di 0,4 punti percentuali rispetto al 2015) ma risulta significativo anche nei comparti dell’Agricoltura (18,6%), delle Costruzioni (16,6%) e del Commercio, trasporti, alloggio e ristorazione (16,2%).

Le attività illegali “valgono” 18 miliardi di euro

Il peso economico dell’illegalità nella compilazione dei conti nazionali, conclude l’Istat, equivale a poco meno di 18 miliardi di euro di valore aggiunto (compreso l’indotto) con un aumento di 0,8 miliardi, sostanzialmente riconducibile alla dinamica dei prezzi relativi al traffico di stupefacenti. Non c’è davvero motivo di essere fieri di questo business.

 

Spotify compie 10 anni, e festeggia con 180 milioni di utenti

Spotify, la piattaforma di musica in streaming, festeggia i suoi primi 10 anni. È stata infatti lanciata in Svezia il 10 ottobre del 2008 da Daniel Ek e Martin Lorentzon, anche se in realtà la società nasce nel 2006 a Stoccolma, ma è stata messa a punto e lanciata ufficialmente due anni dopo. Negli Stati Uniti Spotify è arrivata nel 2011, e in Italia nel 2013. Le ragioni del suo successo? Il fatto di offrire agli utenti la comodità di accedere a una infinita libreria musicale in mobilità, e di potersi cimentare nelle playlist. Ma anche l’avere scatenato il dibattito sul giusto compenso agli artisti, accompagnato da polemiche e defezioni, come quella di Prince, portate avanti fino ai suoi ultimi giorni.

Musica accessibile nel rispetto della legge

L’intuizione di Spotify è stata quella di prendere spunto dal fenomeno Napster, la piattaforma  di file sharing attiva da giugno 1999 fino a luglio 2001, rendendo però la musica accessibile legalmente grazie agli accordi con le case discografiche. Inoltre, la modalità di ascolto in streaming ha scardinato l’industria musicale diventando un volano alla crescita del settore. In pratica, riferisce Ansa, Sporify ha privilegiato l’importanza dell’accesso alla musica contro il concetto di possesso, sostenuto invece da iTunes. A ruota sono nati poi una serie di concorrenti, come Deezer, YouTube Music, e Amazon Music, mentre la stessa Apple, con il servizio Music, sta facendo con Spotify una lotta serrata, soprattutto negli Stati Uniti.

In Italia le hit parade ormai tengono conto anche degli streaming

Spotify attualmente conta su una community di 180 milioni di utenti, di cui 83 milioni pagano un abbonamento. La piattaforma è presente in 65 mercati, e da pochi mesi si è anche quotata a Wall Street. In Italia le hit parade tengono conto anche degli streaming a pagamento degli artisti. Ma la modalità di streaming musicale ha spalancato le porte anche allo streaming video, altra intuizione dei big della tecnologia in rete, e non solo: basti pensare a Netflix. Spotify ha offerto dunque un’altra possibilità di guadagno ai musicisti, e ha vestito anche i panni del talent scout per quelli meno famosi. Ma non senza polemiche.

Il dibatto sul compenso agli artisti

“Ci sono dibattiti sui guadagni di musicisti e su quali artisti sceglie di promuovere, ma l’accesso libero e totale di Spotify rende sostanzialmente la piattaforma utopica”, osserva il Guardian in un ‘articolo dal titolo emblematico: “Dieci anni di Spotify hanno rovinato musica?”.

Da anni, infatti, imperversa un dibattito sul compenso finale che arriva agli artisti per ogni canzone o disco messo in streaming, giudicato troppo basso. Polemica portata avanti, oltre che da Prince, anche a fasi alterne da Thom Yorke dei Radiohead. Altro cavallo di battaglia dei detrattori di Spotify è l’algoritmo che sceglie le canzoni al posto nostro per alcuni tipi di playlist. Un modo comodo di fruizione, ma giudicato passivo.

Guida autonoma, l’Italia è ancora a metà strada

Ci vorranno ancora anni affinché in Italia le tecnologie siano mature per il livello 5 della guida autonoma, ovvero un livello di piena operatività e di totale autonomia del mezzo. Ma siamo ancora a metà strada rispetto al risultato finale. Dai sistemi radar ai sensori integrati, ai sistemi Lidar, che utilizzano il laser per individuare gli oggetti in strada, il nostro Paese è attivo anche nella componentistica per la guida autonoma, ma vuole far crescere le competenze nella nostra filiera, attraendo aziende anche dall’estero.

“Nel campo della guida autonoma il nostro compito – spiega Gianmarco Giorda, direttore dell’Associazione nazionale filiera industria automobilistica (ANFIA) all’Ansa – è sviluppare la capacità delle aziende italiane di affrontare le sfide. In sostanza, far crescere le competenze della nostra filiera, aiutando le aziende italiane a trovare le controparti estere che le aiutino a crescere”.

“In Italia abbiamo solo una parte delle competenze necessarie”

Telecomunicazioni e information technology “sono ad esempio due dei settori, indispensabili nello sviluppo di questi veicoli, su cui – ricorda il direttore dell’ANFIA – abbiamo molto bisogno di esperti. Quella della guida autonoma, infatti, è una materia talmente varia, con tecnologie diversificate, che abbiamo solo una parte delle competenze necessarie”.

Questa lacuna potrebbe essere colmata con lo “sviluppo in Italia, che vogliamo incentivare, di centri di competenza da parte delle aziende estere”, continua Giorda. L’Italia comunque è già attiva nel campo della guida autonoma, con aziende come Magneti Marelli e  STMicroelectronics.

“La componentistica italiana registra il 50% del fatturato oltreconfine”

“All’estero riconoscono il valore della componentistica italiana, che registra il 50% del fatturato oltreconfine e vede l’Italia seconda dopo la Germania, anche per la guida autonoma”, sottolinea Giorda.

E avranno componentistica italiana anche le Demo Car, che saranno sperimentate a Torino, e al cui progetto partecipano, tra le altre, Fca, Gm, Tim e ANFIA, e in Campania (ANFIA, Adler ed ST tra i partecipanti).

Al via i test a Torino e in Campania

I test nel capoluogo piemontese partiranno nei prossimi mesi. Prima vanno realizzate anche le infrastrutture che dialogano con il veicolo autonomo. “I test potranno essere svolti nelle strade aperte al traffico, grazie al via libera del decreto smart road”, commenta Giorda.

In Campania, invece, il progetto Borgo 4.0′ “vuole individuare un borgo ben collegato con autostrade e infrastrutture, localizzato ad almeno 700-800 metri sul livello del mare – dichiara Giorda – per poter testare le tecnologie in tutte le diverse condizioni climatiche”.

Macchinari innovativi: arrivano contributi per 340 milioni di euro

Con il nuovo intervento Macchinari Innovativi avviato dal Ministero dello Sviluppo Economico a favore delle micro, piccole e medie imprese italiane sono in arrivo contributi per oltre 340 milioni di euro. La novità è stata annunciata da una nota emanata dal ministero dello Sviluppo economico. Più in dettaglio, la misura è a valere sul Programma Operativo Nazionale (Pon) Imprese e Competitività 2014-2020 Fesr (Fondo europeo sviluppo regionale), e sul collegato Programma nazionale complementare di azione e coesione.

Il Pon Imprese e Competitività 2014-2020 Fesr  interviene con una dotazione complessiva di circa 2,3 miliardi di euro per il rafforzamento delle imprese del Mezzogiorno, mentre il programma nazionale complementare di azione e coesione ha l’obiettivo di ricostituire gli assetti fondamentali per la competitività dei sistemi economici e produttivi per la crescita intelligente, sostenibile e inclusiva del Paese.

Una misura rivolta alle Regioni meno sviluppate

L’intervento Macchinari Innovativi è destinato alle Regioni italiane meno sviluppate, in particolare Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, ed è volto a sostenere la realizzazione di programmi di investimento diretti a consentire la transizione del settore manifatturiero verso la cosiddetta Fabbrica Intelligente, riferisce Ansa. “Con questo programma s’intende favorire la crescita economica e al contempo rafforzare le piccole e medie imprese che sono più in ritardo nel fronteggiare la sfida del mercato globale”, dichiara il Ministro dello Sviluppo Economico, del Lavoro e delle Politiche Sociali Luigi Di Maio.

Agevolazioni coerenti al piano nazionale Impresa 4.0

Molte realtà, specialmente del sud Italia, hanno difficoltà ad affrontare le sfide di un mercato sempre più competitivo e globalizzato. Per molte imprese, soprattutto di piccole dimensioni, questo a volte “ rappresenta una montagna che non può essere scalata in solitudine”, aggiunge Di Maio. Per aiutare queste aziende,  e in coerenza con il piano nazionale Impresa 4.0 e con la  Strategia nazionale di specializzazione intelligente, per tutte le imprese che realizzeranno investimenti innovativi è prevista una combinazione di agevolazioni.

Contributi in conto impianti e finanziamenti agevolati

Per investimenti innovativi si intendono, ad esempio, gli interventi sostenuti dall’azienda volti a consentire l’interconnessione tra componenti fisiche e digitali del processo produttivo.

La combinazione di agevolazioni introdotta dalla misura del Ministero è articolata in relazione alla dimensione dell’impresa, ed è composta da contributi in conto impianti e finanziamenti agevolati. I termini di apertura e le modalità di presentazione delle domande saranno definiti con successivo provvedimento.

Rinviata la Riforma sul Copyright, Strasburgo tentenna

Negoziazione col Consiglio negata dal Parlamento Europeo in materia di “Riforma delle regole Ue sul copyright nel mercato digitale. Luogo del dissenso, con 318 voti contrari, 278 favorevoli e 31 gli astenuti – Strasburgo, in cui il vicepresidente dell’Aula Pavel Telicka, come riporta AdnKronos, annuncia “La decisione della commissione Juri è stata respinta, pertanto la commissione non può iniziare i negoziati. Il rapporto della commissione verrà messo nell’agenda della prossima sessione plenaria a settembre”.

Lo consente il Regolamento del Parlamento Europeo

In linea, insomma, con quanto previsto dal Regolamento del Parlamento Europeo, secondo cui se almeno il 10% dei deputati si oppone all’avvio di negoziati con il Consiglio sulla base del testo votato in commissione, si procede a una votazione in plenaria.

Sommo il rammarico del relatore Axel Voss (Germania, Ppe): “La maggioranza dei deputati non ha sostenuto la posizione che io e la commissione giuridica abbiamo preparato. Ma ciò fa parte del processo democratico. Torneremo sul tema a settembre con un ulteriore valutazione per cercare di rispondere alle preoccupazioni dei cittadini, aggiornando nel contempo le norme sul diritto d’autore per il moderno ambiente digitale”.

I creativi? Non sono contrari

Ma già prima del voto Voss si è reso portavoce dei professionisti del web: “Perché dovremmo essere contrari a prevenire le violazioni del copyright? Perché dovremmo essere contrari alla giusta remunerazione dei creativi e dei giornalisti e a costringere queste grandi piattaforme a prendersi maggiori responsabilità? Una “campagna” contro la riforma del copyright “è stata fatta da Google, Facebook, Amazon, che hanno persino incontrato i figli degli eurodeputati: campagne basate su menzogne, perché non c’è alcuna violazione del diritto degli utenti individuali. Tutti continueranno a postare link, tutti potranno scaricare e caricare contenuti con certezza giuridica”.

Di parere contrario l’associazione Ccia, nota per la sua lobbying per l’industria hi-tech americana, iscritta all’apposito registro Ue e accusata dall’eurodeputata francese Virginie Rozière (S&D) di essere l’ispiratrice della campagna scatenata contro la riforma del copyright, puntando il dito contro un retweet di Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia (“We did it. You did it. Thank you”). Le enciclopedie online sono esplicitamente esentate dagli obblighi, nel testo emendato della direttiva.

Il parere della commissione Imco

Un intervento in particolare però, prima del voto e quanto mai diretto, ha catturato l’attenzione degli eurodeputati;  quello della  collega in aula Catherine Stihler (S&D, Regno Unito),  relatrice per la commissione Imco: “Nella nostra commissione siamo riusciti a raggiungere un ampio compromesso che mette insieme un progresso significativo sul value gap (la difficoltà di  monetizzare e gestire la distribuzione on line dei contenuti da parte dei relativi produttori), salvaguardando nel contempo i diritti degli utilizzatori di Internet, delle pmi e delle start up (…) Mi rammarico profondamente per il fatto che la posizione della commissione Imco non sia stata presa in considerazione e che il testo della commissione Juri non raggiunga l’equilibrio di cui ci sarebbe bisogno. Ci sono reali preoccupazioni circa l’effetto dell’articolo 13 sulla libertà di espressione, sollevate da esperti, che vanno dal relatore speciale delle Nazioni Unite all’inventore del World Wide Web, Sir Tim Berners Lee. Ci sono preoccupazioni dei nostri cittadini: giusto ieri ho ricevuto una petizione firmata da quasi un milione di persone contro il mandato (…) Sebbene ci sia consenso sugli obiettivi che sottendono questa legge, enormi controversie esistono ancora sui metodi proposti. Qualcosa qui non va. Serve un ampio dibattito. Vi chiedo di rifiutare di dare a questa legge un percorso rapido, per permettere un dibattito ampio e basato sui fatti in settembre. Per favore, rifiutate il mandato e votate contro la proposta della commissione Juri”.

Soddisfatto il ministro italiano dello Sviluppo Economico e del Lavoro

In rappresentanza dell’Italia, presente e soddisfatto anche il ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio. ”Oggi è un giorno importante, il segno tangibile che finalmente qualcosa sta cambiando anche a livello di Parlamento europeo (…) seduta plenaria di Strasburgo ha rigettato il mandato sul copyright al relatore Axel Voss smontando l’impianto della direttiva bavaglio. La proposta della Commissione europea ritorna dunque al mittente rimanendo lettera morta, il segnale è chiaro: nessuno – sottolinea – si deve permettere di silenziare la rete e distruggere le incredibili potenzialità che offre in termini di libertà d’espressione e sviluppo economico”.

I Millenial non temono la tecnologia, ma chiedono più formazione

I Millennial non hanno paura dei cambiamenti tecnologici dell’Industria 4.0, ma chiedono più formazione al mondo delle imprese, per non arrivare impreparati alle sfide poste dalle nuove tecnologie digitali. Il 48% dei giovani professionisti italiani vede infatti nell’introduzione di tecnologie innovative come robotica e intelligenza artificiale un’opportunità per concentrarsi maggiormente sugli aspetti più creativi del proprio lavoro. E solo il 17% teme di essere parzialmente o completamente sostituito dai robot. Ma solo una minoranza si considera sufficientemente competente, e ha la percezione di essere abbastanza preparata.

Solo 3 su Millennial su 10 sente di avere le competenze necessarie

È quanto emerge dalla settima edizione del Millennial Survey di Deloitte, che ha raccolto le opinioni di 10.455 Millennial provenienti da 36 paesi, di cui 306 italiani, e 1.844 giovani della generazione Z, o Centennials, ovvero i nati dalla seconda metà degli anni Novanta fino al 2010. Insomma, i veri nativi digitali.

Tra i Millennial intervistati però meno di 4 su 10 (3 su 10 tra i cugini della generazione Z) sentono di avere le competenze necessarie e si aspettano un sostegno formativo, e la maggioranza considera insufficiente la risposta delle imprese, riporta Ansa.

La gig economy rappresenta un’ottima opportunità, ma la fiducia nelle aziende è in calo

In generale per i Millennial la gig economy rappresenta un’ottima opportunità per integrare il proprio stipendio in modo flessibile. Tanto che 8 giovani su 10 ne sono già parte attiva, o la stanno prendendo in considerazione. Di contro la fiducia dei giovani verso le aziende è in calo, e mostra un’inversione di tendenza rispetto all’anno precedente. Oggi infatti meno della metà dei Millennial (48%), contro il 62% nel 2017, ritiene che le aziende si comportino in modo etico e pensa che i dirigenti aziendali siano impegnati a contribuire al miglioramento della società.

I Millennial italiani sono scettici verso le imprese. E della politica si fidano ancora meno

Se la fiducia nelle aziende tra i giovani è in calo, in Italia lo scetticismo è ancora maggiore. Sono infatti più dell’80% i ragazzi italiani che ritengono le aziende focalizzate esclusivamente “sulle priorità interne piuttosto che sul sociale”. E soprattutto, che “non abbiano altre ambizioni al di fuori del loro profitto”.

Una percezione negativa che peggiora ulteriormente quando si parla di politica. In questo caso solo il 10% dei giovani italiani ritiene che l’influenza sociale dei politici sia positiva, percentuale che sale al 36% in riferimento all’operato dei leader d’impresa.

Lo smart working in Italia non decolla. Ecco le ragioni del flop

I numeri dello smart working in Italia sono deludenti: nel 2017 solo 314 aziende hanno chiesto gli sgravi contributivi pari al 5% della retribuzione prevista per i programmi di lavoro agile, la cui normativa è entrata in vigore il 14 giugno. Quasi certamente quindi il budget 2017 di 55 milioni non sarà raggiunto, e chi ha fatto domanda otterrà il beneficio.

Da quanto emerge dai primi dati relativi all’applicazione della legge 81 del 2017 sul lavoro agile, anticipati da ItaliaOggi Sette, sul totale delle domande 231 interessano le misure dell’area d’intervento della flessibilità in entrata e uscita più che al lavoro in remoto. In altri termini, la legge sullo smart working è stata un flop.

Troppo caute le aziende, ma anche i lavoratori

Il motivo dell’insuccesso sembra da ricercarsi in un approccio piuttosto cauto da parte delle aziende, ma anche dei lavoratori, che spesso vedono l’allontanamento dal posto di lavoro come anticamera del licenziamento. Oppure temono che il lavoro fuori dall’ufficio finisca per coinvolgere eccessivamente anche la propria vita privata.

Un’altra ragione che può spiegare il mancato successo è legata ai tempi molto stretti dell’operazione, che prevedeva la richiesta delle domande entro il 15 novembre, domande che dovevano essere riferite ai contratti collettivi depositati da gennaio a ottobre dello stesso anno, riporta Agi.

Nel 2017 il 36% delle grandi aziende ha avviato progetti strutturati di lavoro agile

Secondo i dati dell’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano, nel 2017 il 36% delle grandi aziende ha avviato progetti strutturati di lavoro agile, contro il 30% dello scorso anno. L’interesse per il lavoro agile, secondo questa ricerca, aumenta anche tra le Pmi, ma con un approccio più informale: il 22% ha in corso progetti di smart working, ma solo il 7% con iniziative strutturate. Infine, il 53% di queste aziende ritiene il lavoro agile poco applicabile alla propria struttura produttiva.

Spezzare in due la settimana è la scelta più saggia

Quelle (poche) società che hanno istituito lo smart working farebbero meglio a spingere i loro dipendenti per il mercoledì “casalingo”. Questo è il consiglio di Shari Buck, co-fondatore di Doximity, piattaforma americana di servizi di social networking , secondo il quale spezzare in due la settimana è la scelta più saggia. “Per i nostri affari, il mercoledì a casa è stata la chiave di successo – spiega Buck -. Ed è per questo che abbiamo deciso che quello sarebbe stato il giorno giusto per tutta l’azienda”. Questione di sincronia, ma anche di risparmio. Se infatti tutti i 280 impiegati si assentano lo stesso giorno è possibile chiudere tutti gli uffici, con una notevole riduzione dei costi.

Boom di adesioni per la terza edizione del Rapporto Welfare Index PMI

Crescono le adesioni alla terza edizione di Welfare Index PMI: nel 2018 hanno partecipato infatti 4.014 piccole medie imprese italiane, circa il doppio rispetto al 2016 e con una crescita del 20% rispetto all’anno precedente. E in tre anni sono state superate le 10 mila interviste. Il Rapporto Welfare Index PMI 2018 è l’indagine annuale condotta da Generali Italia con l’obiettivo di supportare la crescita di imprese, famiglie e lavoratori attraverso la diffusione della cultura del welfare aziendale. Al Rapporto hanno partecipato Confindustria, Confagricoltura, Confartigianato e Confprofessioni, fornendo un importante supporto alla mappatura della diffusione del welfare fra le aziende di dimensioni più piccole.

38 aziende ottengono le 5W rispetto alle 22 del 2017

Sul sito dedicato welfareindexpmi.it è online un database utile sia a livello istituzionale, per comprendere le realtà delle PMI italiane, sia alle imprese stesse, a cui fornisce importanti informazioni sulle novità fiscali, riferisce Teleborsa. Il Rapporto raggruppa le aziende in cinque classi, e quest’anno hanno ottenuto le 5W 38 aziende rispetto alle 22 del 2017. Si tratta del punteggio più alto, rappresentato da casi d’eccellenza che hanno attuato un ampio ventaglio di iniziative per il benessere dei lavoratori e delle loro famiglie. Spesso attraverso soluzioni originali e innovative.

In Italia migliora il benessere dei dipendenti e aumenta la produttività delle imprese

“Da tre anni mettiamo in campo le nostre competenze di assicuratori, insieme alle principali confederazioni nazionali, per promuovere attraverso il welfare aziendale la crescita delle imprese, dei lavoratori e delle loro famiglie”, afferma Marco Sesana, Country Manager e AD di Generali Italia. Dal rapporto inoltre emerge che in Italia migliora il benessere dei dipendenti e aumenta la produttività delle imprese. In particolare, l’analisi mette in evidenza una stretta correlazione tra il miglioramento del benessere, la soddisfazione dei lavoratori e la crescita della produzione aziendale. E secondo il 42,1% delle imprese questi fattori sono il principale obiettivo nelle scelte di welfare, riporta Ansa. Tanto che fra le aziende più attive il 63,5% afferma di aver ottenuto anche un incremento della produttività.

Nei prossimi anni il 52,7% delle Pmi punta su salute e assistenza, formazione e mobilità sociale

Nei prossimi 3-5 anni il 52,7% delle Pmi si propone un’ulteriore crescita del welfare aziendale, in particolare negli ambiti di salute e assistenza, conciliazione di vita e lavoro, giovani, formazione e mobilità sociale.

Intanto crescono le aziende attive nel welfare in almeno 3 delle 12 aree monitorate dal rapporto (previdenza, sanità integrativa, servizi di assistenza): se nel 2016 erano il 25,5% oggi sono il 41,2%. E sono raddoppiate le aziende molto attive in almeno 6 aree, passando dal 7,2% del 2016 al 14,3%.

Nel 2016 diminuiscono i pensionati, e aumentano gli occupati

Rispetto al 2015 decresce il numero di pensionati e aumenta quello degli occupati. Nel 2016 prosegue quindi la riduzione del numero di pensionati, che ammontano a 16.064.508 unità, segnando il punto più basso dopo il picco del 2008. Questo è quanto emerge dal Quinto Rapporto Il Bilancio Previdenziale italiano. Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2016, a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. Il documento fornisce una visione d’insieme del sistema welfare italiano, illustrando gli andamenti della spesa pensionistica, delle entrate contributive e dei saldi nelle differenti gestioni pubbliche e privatizzate che compongono il sistema pensionistico del Paese.

Il rapporto tra occupati e pensionati è al massimo livello in assoluto

Il rapporto attivi/pensionati nel 2016 tocca quota 1,417, mentre la spesa pensionistica pura è aumentata dal 2015 al 2016 dello 0,22%. Il rapporto tra occupati e pensionati tocca quindi il massimo livello di sempre, un dato fondamentale per la tenuta di un sistema pensionistico a ripartizione come quello italiano. Con un numero di prestazioni in pagamento a propria volta in diminuzione, è interessante notare come il rapporto tra numero di prestazioni in pagamento e numero di pensionati sia pari a 1,43, mentre il rapporto tra numero di prestazioni in pagamento e popolazione tocca quota 2,638, di fatto una prestazione per famiglia.

“La dinamica della spesa per le pensioni è sotto controllo”

Nel 2016, la spesa pensionistica italiana relativa a tutte le gestioni ha raggiunto, al netto della quota Gias (gestione per gli interventi assistenziali), i 218.504 milioni di euro. Rispetto al 2015, aumentano invece del 2,71% i contributi versati: si riduce quindi di 4,56 miliardi il saldo negativo di oltre 26 miliardi registrato nel 2015.

Si tratta di numeri che “evidenziano innanzitutto come, al di là dell’opinione comune supportata dai dati Istat, la dinamica della spesa per le pensioni sia assolutamente sotto controllo”, afferma Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali.

Tra prestazioni assistenziali e pensioni sono 4.104.413 i soggetti interessati

Nel 2016, risultano in pagamento in Italia 4,1 milioni di prestazioni di natura interamente assistenziale (invalidità civile, accompagnamento ecc) e ulteriori 5,3 milioni di pensioni che beneficiano di parti assistenziali (maggiorazioni sociali, integrazioni al minimo ecc). L’insieme delle prestazioni ha riguardato 4.104.413 soggetti, per un costo totale annuo di oltre 21 miliardi di euro (+2,41% rispetto al 2015). Per queste prestazioni non è però stato di fatto versato alcun contributo, o sono state versate contribuzioni modeste e per pochi anni. “Separare la spesa previdenziale da quella assistenziale – commenta Brambilla – è un esercizio di equità tra chi ha versato e chi no: non bisogna infatti dimenticare che il nostro modello di welfare prevede per finanziare le pensioni una tassa di scopo, i contributi sociali, mentre l’assistenza è finanziata dalla fiscalità generale”.

Allarme bebè: in Italia le nascite sono al minimo storico

Il Report dell’Istat sugli indicatori demografici per il 2017 non lascia dubbi: è stato battuto il record di minimo storico delle nascite dall’Unità d’Italia. L’anno scorso sono nati infatti 464mila bambini, il 2% in meno rispetto al 2016, registrando quindi la nona consecutiva diminuzione dal 2008, anno in cui ci furono 577mila nati, riferisce Adnkronos.

La riduzione delle nascite rispetto al 2016 interessa gran parte del territorio, con punte del -7,0% nel Lazio e del -5,3% nelle Marche. Soltanto in quattro regioni si registrano incrementi: Molise (+3,8%), Basilicata (+3,6%), Sicilia (+0,6%) e Piemonte (+0,3%).

Sono 90mila i nati da cittadine straniere

Il 19,4% delle nascite stimate per il 2017 è da madre straniera, una quota in lieve flessione rispetto al 2016 (19,7%), mentre l’80,6% è da madre italiana. In assoluto, i nati da cittadine straniere sono stimati in 90mila, il 3,6% in meno dell’anno prima. Di questi, 66mila sono quelli avuti con partner straniero, 24mila quelli con partner italiano.

In generale la popolazione residente in Italia al 1° gennaio 2018 scende a 60 milioni 494mila, quasi 100 mila in meno rispetto all’anno precedente. Nel complesso, la popolazione diminuisce di 95mila unità.

Il calo della popolazione è disomogeneo nel Paese

Il calo della popolazione, rileva l’Istat, non riguarda tutte le aree del Paese. Regioni demograficamente importanti, come Lombardia (+2,1 per mille), Emilia-Romagna (+0,8) e Lazio (+0,4), registrano variazioni di segno positivo. L’incremento relativo più consistente è quello ottenuto nella Provincia autonoma di Bolzano (+7,1) mentre a Trento si arriva al +2 per mille. Sopra la media nazionale (-1,6 per mille) si collocano anche Toscana (-0,5) e Veneto (-0,8). Nelle restanti regioni, dove la riduzione di popolazione è più intensa rispetto al dato nazionale, si è in presenza di un quadro caratterizzato dalla decrescita che va dalla Campania (-2,1 per mille) al Molise (-6,6).

Le immigrazioni contribuiscono allo sviluppo demografico

Al 1° gennaio 2018 solo il 13,4% ha meno di 15 anni, e l’età media della popolazione ha oltrepassato i 45 anni. E non si rilevano variazioni significative sulla speranza di vita alla nascita: 80,6 anni per gli uomini e 84,9 anni per le donne. Anche nel 2017 poi le immigrazioni internazionali si confermano più alte delle emigrazioni, contribuendo allo sviluppo demografico e compensando lo squilibrio determinato dalla dinamica naturale negativa. Il saldo migratorio netto con l’estero stimato è pari a +184mila unità (3 per mille residenti), superiore a quello dell’anno precedente (+144mila), e prodotto da un più elevato numero d’ingressi, pari a 337mila (+12%) e da una riduzione delle uscite (153mila, -2,6%). Le immigrazioni dall’estero risultano al terzo anno di crescita consecutivo dal 2014, mentre le emigrazioni registrano per la prima volta un’inversione di tendenza.

Italia: non è terra di start up. Lo dice 1 imprenditore su 2

L’Italia non è un paese per start up. Lo afferma la metà degli imprenditori intervistati nel cos di uno studio del K&L Gates Legal Observatory, condotto con metodologia Woa (Web Opinion Analysis) attraverso un monitoraggio su circa 50 forum, community, portali e testate web. Obiettivo del sondaggio, capire quali siano le difficoltà delle start up in Italia. E le risposte non sono rassicuranti, purtroppo.

Le maggiori criticità? Trovare investitori e personale

Gli startupper intervistati segnalano che la maggiore difficoltà è sicuramente quella di attrarre investitori, riconosciuta dal 29% del campione. Per il 23% la principale problematica è trovare personale qualificato a costi sostenibili, mentre un altro 19% rivela la fatica di conquistare quote di mercato. E, sebbene nel nostro paese molto sia stato fatto in termini di incentivi, come gli incubatori di impresa e fondi pubblici e privati attivi nel comparto, gli imprenditori di start up non reputano l’Italia il paese “giusto” per queste avventure. La colpa?  Poco sostegno all’inizio e troppa burocrazia, che rende macchinoso ad esempio accedere ai fondi. Gi startupper, quindi, cercano di correre ai ripari: il 34% prova a risolvere da solo le emergenze, il 31% si affida ad esperti per le specifiche aree mentre il 17% consulta varie fonti.

I settori che piacciono agli investitori

Ammettendo che vada tutto come dovrebbe andare, quali sono i settori che solleticano maggiormente l’interesse dei potenziali investitori con liquidità? La ricerca ha una risposta anche a questo quesito: sono Ict (52%), Healthcare (36%), Pharma (34%), Media (28%), Trasporti (25%) e settore alimentare (19%). Per quanto riguarda le risorse umane, invece, il numero medio impiegato da una startup è da 1 a 5 (37%), da 5 a 10 (24%), oltre 10 (21%), oltre 30 (11%), oltre 50 (7%).

E gli errori più comuni

Tra gli errori maggiormente segnalati, spicca il fatto di non informarsi sui possibili competitor, così da evitare “doppioni” nell’offerta (52%). Segue poi l’incapacità di trasmettere una visione e mostrare al mercato le potenzialità della propria idea. Interessante anche quel 41% che dice di sbagliare perché si allinea alla logica comune, evitando così di andare controcorrente. Ancora, il 37% riconosce come errore quello di inventare prodotti o servizi senza però riuscire a illustrare efficacemente  come si guadagna, ovvero chi paga per i servizi della start up, mentre il 35% non ha una visione corretta della mole di lavoro, e la sottovaluta. Comunque sia, il 49% degli imprenditori monitorati pensa che l’Italia non sia il paese giusto per lanciare questo tipo di progetti. Un altro 26%, però – ed è un numero in salita rispetto agli anni passati – pensa che invece il Belpaese sia il luogo giusto per far nascere una start up.